Rocco Rosignoli, il filo rosso che porta alla canzone

 

"Le parole e la musica sono il filo rosso di una formazione un po' disordinata, che però mi porta nella direzione, già segnata, della loro fusione: la canzone".

Quand'ero bambino in casa mia c'era una chitarra. Non la suonava nessuno: era stata trovata da mio zio Nasario, rotta e malconcia, abbandonata da qualcuno in un'osteria che lui gestì per breve tempo. Lui era un falegname, la raccolse e la riparò. Poi la appese al muro, e per tanti anni restò lì.

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A undici anni provai ad appropriarmi di quella chitarra. Era una chitarra classica Suzuki, forse un po' grande per me allora, ma me la cavavo bene. La mia mamma mi iscrisse a una scuola di musica, studiai chitarra classica per un paio d'anni. Poi ebbi un rifiuto e non toccai più lo strumento per un anno. Poi ricominciai a suonare, come autodidatta. E non riuscii più a smettere.

Faccio il cantautore ormai da molti anni. Ho iniziato, come tutti, a scrivere canzoni attorno ai quattordici anni. Le prime ovviamente bruttarelle. Poi gli anni passano, un po' ci si prende la mano, un po' si studia. Da un lato liceo linguistico e poi lettere, con una passione anomala per la lingua ebraica, dall'altro qualche lezione di musica qua e là, qualche testo di armonia, lezioni di violino, due anni in un'orchestra di mandolini, lo zio falegname che ti costruisce un vero bouzouki greco... insomma, le parole e la musica sono il filo rosso di una formazione un po' disordinata, che però mi porta nella direzione, già segnata, della loro fusione: la canzone.40

Comincio a cantarle quasi subito, le mie canzoni. Su un palchetto in montagna, a Berceto (PR), che è un po' il mio posto dell'anima. Per molto tempo la musica resta una delle cose che faccio. Qualche band, tanti concerti sì, le canzoni scritte aumentavano ma le idee di cosa farne erano poco chiare. È solo nel 2007 che inizia veramente l'avventura. Il maestro Riccardo Joshua Moretti mi vuole nel suo Gan Eden Ensemble. Ha bisogno di corde per il suo nuovo disco Reshimu, e io ne ho in quantità: chitarra, bouzouki, mandolino... li suono tutti e lui resta molto contento, è il mio primo passo da professionista, accanto ad altri musicisti, alcuni già navigati, altri più giovani di me, tutti bravi. Da lì prende il via la mia attività vera e propria, le mie mire di solista si fanno più precise, inizio a buttarmi fuori, a farmi vedere. In più entro nei Mè, Pek e Barba, folkband della provincia, oggi ben nota. Con loro suono il violino, e ci rimango per tre anni. Viaggiano a due date a settimana, io mi disinibisco col violino e col palco, e coltivo anche le mie cose. Tre anni pieni di concerti, anni bellissimi, in cui ho trovato degli amici veri. Nel 2010 devo mollare perché hanno talmente tanti impegni che non riesco a dedicarmi alle mie canzoni, che per me sono la priorità. E da lì in poi la diventano sul serio.

Ho pubblicato quattro dischi fino a oggi, con la complicità produttiva di Ribamar Poletti (www.uditofino.it), che a vario titolo ha messo il suo sapiente zampino in ognuno dei miei lavori. Il primo disco, Uomini e bestie – una sinfonia dell'orrore (2011), è un concept album dedicato all'immaginario horror, una galleria di mostri presentati nel loro aspetto più umano. In quest'album do fondo alle mie risorse di strumentista: suono tutte le chitarre, ma anche il basso, il bouzouki, l'oud, il mandolino, un po' di violino, l'armonica. Poi arriva Testuggini (2013), non più un concept, ma una raccolta di canzoni unite dal filo rosso del tempo e della memoria, sempre suonato da me. Qualcuno lo ascolta e lo apprezza, il titolo comincia a comparire in qualche recensione, escono interviste, s'organizza un tour estivo di gran soddisfazione. Da questo tour estivo viene estrapolato un disco live, La bella che guarda il mare – live per ANPI, registrato sempre da Ribamar durante il tour nel mese di agosto. Il disco viene distribuito gratuitamente online tramite il mio sito, www.roccorosignoli.com.

Questo 2015 è l'anno di Scansadiavoli, il mio ultimo cd. L'ho inciso in marzo e presentato a settembre. Niente polistrumentismo stavolta, solo voce e chitarra classica. Inciso in presa diretta, con una microfonazione ambientale curatissima, all'interno di un oratorio del '600 nel castello di Sala Baganza (PR). L'idea ci viene così, vedendo che le canzoni più recenti avevano una tale completezza nella forma voce e chitarra, da rendere difficile arrangiarle altrimenti. E da lì si fa due più due.45

La canzone in sé è un'arte composita, perché unisce una componente musicale e una letteraria cercando di portarle a essere una cosa sola. Per farlo si avvale dell'atto di un interprete, che nel caso del cantautore coincide con l'autore stesso. Nel momento in cui ci siamo accorti che il lavoro già svolto aveva, non solo a parer mio, raggiunto un amalgama d'impatto già in partenza, mi è parsa ovvia la necessità di fissarlo su disco com'era. Certo, nel migliore dei modi possibili.

Le parti di chitarra sono state curate nei minimi dettagli, così come il suono e il canto. Io qualche dote ce l'ho, ma non mi viene tutto naturale: ho bisogno di studiare molto, e continuamente, per raggiungere un livello esecutivo che mi soddisfi. Mi sono fatto ascoltare e consigliare, soprattutto dall'amica Francesca Ferrari, che è una brava chitarrista e ancor migliore liutista. Ogni cosa che si sente nel disco è ciò che è stato suonato, così come è stato suonato. Un'operazione diversa, ma molto naturale e coerente col mio percorso. Che credo la cosa che meglio può ripagare chi, come me e tanti altri, si danna per fare quello che sa fare.

Ascoltate Scansadiavoli su Youtube:

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