Il caso Spotlight, un Oscar (meritato) al coraggio di informare

 

La scorsa edizione degli Oscar sarà probabilmente ricordata per essere quella in cui, finalmente, Leonardo di Caprio ha centrato l'ambito premio come miglior attore protagonista. Ma oltre al riconoscimento al talento dell'attore californiano e a quello del regista messicano Alejandro González Iñárritu che l'ha diretto in The Revenant – Redivivo, l'Academy ha deciso di tributare il premio come Miglior Film a Il caso Spotlight, una pellicola coraggiosa e di taglio indipendente, diretta da Tom McCarthy, un regista messosi in buona luce con film spesso minimalisti e centrati su storie personali, racconti intimi ma condotti senza eccessi e senza troppi cliché.

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Messosi in evidenza con L'ospite inatteso (2007) nel quale un ottimo Richard Jenskins, attempato professore vedovo in trasferta a New York per una conferenza, scopre che il suo appartamento è occupato da una coppia di senegalesi, McCarthy non si smentisce nemmeno nel suo secondo film, Mosse vincenti (2011), film che vede Paul Giamatti calarsi nei panni di un avvocato di scarso successo che nel tempo libero allena la squadra di lotta libera. La sua vita, come quella di Richard Deakins ne L'ospite inatteso, sarà stravolta dall'incontro con un giovane di grande talento con qualche problema familiare di troppo. A suo agio con storie che prevedano l'interazione tra parti tra loro molto distanti, McCarthy non svende una bella storia agli stereotipi di genere del cinema d'oltreoceano, si destreggia abilmente tra uno stile più leggero e l'intensità del dramma personale, costruendo in entrambi i casi un racconto all'agrodolce, concreto e realistico, senza togliere del tutto quel velo di speranza di positività che deve accompagnare certe storie.

12795400_614015248765455_3745863292806618809_nCon Il caso Spotlight, il regista e sceneggiatore del New Jersey, sceglie di narrare una storia vera, portando sullo schermo un'inchiesta giornalistica che nell'anno del crollo delle Torri Gemelle è stata presto dimenticata ma che ha rappresentato uno dei più duri colpi inferti alla pedofilia negli ambienti ecclesiastici. Il film, infatti, racconta in modo asciutto e oggettivo come un gruppo di inviati speciali del Boston Globe sia riuscito a far luce su un pesante giro di pedofili all'interno dell'Arcidiocesi di Boston, una delle città a maggior numero di cattolici degli Stati Uniti, fino a costringere alle dimissioni l'Arcivescovo Law.

Il tema è senza dubbio difficile ma McCarthy affronta la materia in maniera molto aderente all'inchiesta pubblicata dal Globe, dirigendo un film in modo molto giornalistico, senza tralasciare la consequenzialità dei fatti e senza semplificare il percorso seguito dal team giornalistico interpretato da Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Michael Keaton e Liev Schreiber. Di fatto, Il caso Spotlight si colloca perfettamente all'interno del filone cinematografico inaugurato da Tutti gli uomini del presidente (1976) e recentemente riportato in auge da La regola del gioco (2014), presentandosi come un film d'inchiesta oggettivo e razionale, senza sbavature, capace di attrarre lo spettatore, coinvolgendolo e conducendolo sempre più a fondo in una storia sordida e spiazzante, dove il Male si nasconde sotto le spoglie del Bene e dove il credo personale di ognuna delle persone coinvolte sarà duramente messo alla prova. Ma il film non vuole essere una crociata contro la fede o la religione, bensì intende raccontare la storia degli uomini e le donne che non hanno ceduto all'omertà e alle minacce di chi voleva nascondere il proliferare continuo del peccato più abietto e del gesto più mostruoso e vile di chi sfruttando la fede allunga le sue sordide mani sugli innocenti.

12729027_607864736047173_4200000341604189281_nScegliendo di portare sullo schermo le vicende del caso Spotlight, MacCarthy conduce lo spettatore all'interno della spirale di orrore nella quale i sacerdoti, sfruttando la fiducia dei fedeli sono arrivati a molestare bambini innocenti e a coprire le loro malefatte corrompendo e minacciando senza scrupolo.

Il cast risponde perfettamente al regista, producendo interpretazioni solide e convincenti (non solo Ruffalo e McAdams, candidati agli Oscar, ma anche Keaton, in una parte minore ma giocata con grande talento) e la sceneggiatura si rivela un altro punto di forza del film, fedele ai fatti e senza mai punti di cedimento. Il caso Spotlight segue con precisione la pista originariamente battuta dal team giornalistico del Boston Globe, procedendo per passi, rispondendo agli interrogativi degli stessi giornalisti coinvolti e presentando i fatti di un'inchiesta divenuta uno scandalo internazionale. Lo stesso papa Francesco ha elogiato il lavoro di questi giornalisti, onorati col premio Pulitzer che non hanno mai smesso di cercare la verità, anteponendo la causa in cui credevano al loro interesse personale.

Il premio Oscar a questo film è anche un incoraggiamento a non aver paura di toccare certi argomenti e a farlo in maniera scientifica ed oggettiva, senza proclami politici, senza infiorettature e soprattutto al di là di ogni credenza e di ogni intimidazione, come dovrebbe fare un vero giornalista.

 

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