Dago Red, tra le paludi della Louisiana e le montagne dell’Abruzzo

 

“They love what they do and they do it damn well” ha detto di loro Frank Hennessy a BBC Radio Wales, e credo davvero che questa sia la prima considerazione che passa nella testa di chiunque ascolti un pezzo dei Dago Red, su disco o durante un loro concerto.

 

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Loro sono una band abruzzese che suona blues e folk di stampo americano, molto conosciuta nel circuito di questi generi musicali, circuito che pur connotandosi di una forte componente emotiva tra gli “addetti ai lavori”, a volte sa essere parecchio escludente nei confronti di chi ascolta altri generi musicali.

Per questo l’articolo che avete davanti non è una vera e propria recensione; consideratelo, più che altro, una sorta di “consiglio per gli acquisti” nei confronti di una band forse sconosciuta al grande pubblico e che meriterebbe una maggiore visibilità.

I Dago Red si sono formati nel 1998 - il nome prende spunto da un libro di racconti dell’immenso John Fante, anch’egli di origine abruzzese - e da allora hanno pubblicato tre dischi, affiancando alle registrazioni un’intensa attività live che li ha portati a calcare i palchi dei più importanti festival blues in Italia e in Europa; per quanto mi riguarda, io ho avuto modo di conoscerli tra la primavera e l’estate di quest’anno, grazie a due miei cari amici che gestiscono un live club nelle mie zone.

12651358_10153488841527637_2381817926775769643_nLa loro formazione ha una struttura piuttosto classica: due voci (una maschile e una femminile) estremamente talentuose, chitarre sobrie e pulite, contrabbasso, tastiere, batteria, armonica a bocca; il tutto ad accompagnare (ed eseguire) un songwriting di altissimo livello.

Il risultato è un folk caldo e avvolgente, qualcosa di indescrivibile, che tocca il cuore.

Passando per alcuni dei loro pezzi, da quelli di matrice più blues (come ad esempio “What’s for”) a quelli dal sapore più folk (su tutti “When I’ll be gone” e “They took me” tratte da “Dago Red” il loro ultimo lavoro) ci si sente come catapultati in un posto a metà strada tra le paludi della Louisiana e le montagne dell’Abruzzo, e sembra di sorseggiare un buon bicchiere di vino rosso seduti su una sedia a dondolo che scricchiola in veranda.

In realtà, devo ammettere che nella stesura di questo articolo sono stato costretto ad affrontare alcuni dubbi di vario genere, legati in buona parte all’opportunità del mio endorsement.

Il primo, il più ovvio riguarda il grande valore artistico e tecnico dei Dago Red, già premiato in ambito nazionale e internazionale (come potrete leggere anche sul loro sito web) che certo non necessita della recensione o delle valutazioni di un umile penna come la mia.

Il secondo, più “filosofico” se vogliamo, riguarda il Blues, quello con la B maiuscola; è difficile, infatti, far capire ai non appassionati di questo genere quello che ti esplode dentro quando ascolti un blues suonato col cuore come quello dei Dago Red, quel blues che ti fa venir voglia di piangere tutte le lacrime che hai in corpo, di vendicare tutte le ingiustizie della storia dell’uomo, di chiedere che il mondo intero stia in silenzio per ascoltare quelle note struggenti.

Proprio questi miei dubbi mi hanno spinto a cambiare idea, ho pensato che fosse giusto condividere la bellezza, anche nel mio piccolo, sponsorizzando una band genuina, umile e dotata di grande talento che, in un mercato musicale ossessionato da sonorità originali e idee (a volte) strampalate, ancora riesce a farci emozionare suonando cose semplici, come il folk e, appunto, il blues delle origini.

Ora eviterò di dilungarmi - rischierei di contraddire tutto quanto sostenuto finora - chiudo l’articolo e lo chiudo con un interrogativo: cosa cerchiamo nella musica? Cosa vogliamo che lei faccia per noi?

Ascoltate i dischi dei Dago Red - il prossimo dovrebbe uscire a settembre, i vecchi sono sempre sul loro sito, anche in download gratuito - oppure, se vi capita, andate ad un loro concerto, e fatemi sapere.

“Blues is easy to play, but hard to feel” - recita un celebre aforisma attribuito a Jimi Hendrix.

Beh, io la vedo proprio così.

 

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