Quando la disco music incontra il folk: Joe Victor

 

L'estate duemilasedici è stata per me ricca di (piacevoli) sorprese musicali; tra queste credo valga la pena segnalare i Joe Victor, band romana già molto apprezzata nel panorama indipendente della Capitale.

 

Jvictor

 

Ho avuto la fortuna di ascoltarli live nella cornice di un festival – il Rock Your Head festival, in Abruzzo – le cui caratteristiche hanno messo in risalto l'approccio sanguigno e dinamico di questa band che, come sempre più spesso accade, rende molto più dal vivo che su disco (e sia chiaro che questo, per come la vedo io, è un pregio).

 

Il progetto è giovane ed ha visto la luce più o meno tre anni fa nel "circuito" di un locale romano, su iniziativa di Gabriele e Valerio (rispettivamente voce/chitarra e tastiere/cori), che suonavano insieme già da lungo tempo perchè accomunati da medesime influenze musicali.

 

È proprio la mescolanza di queste influenze, che anche ad un ascoltatore distratto appariranno numerose e variegate, a rappresentare il punto di forza dei Joe Victor: folk americano, pop anni '70 e '80, rock 'n' roll, Simon & Garfunkel (sì, la grandezza artistica di Simon & Garfunkel merita una categoria a parte) e pure un pizzico di reggae, vengono assemblati in maniera davvero accattivante nella fase compositiva e proposti allo stesso tempo con grinta e sentimento durante l'esibizione dal vivo.

 

13510947_1724168821177655_8064034429759480418_nIl risultato di questo miscuglio sapiente e originale è il primo album del gruppo, uscito ormai nel 2015 e intitolato "Blue Call Pink Riot": una tracklist di dodici canzoni che come ho già accennato oscilla tra pezzi dal sapore più folk (Cold e School Bus sono i pezzi un po' più "bayou", Days e Tomi quelli che più si avvicinano alla musica leggera in senso stretto) e altri più spiccatamente eighties – tra questi sicuramente Bamboozled e Made to B. The 1 che, pur ricordando nelle melodie vocali e nella struttura la musica degli anni '80, rivisitano il prodotto in chiave contemporanea, soprattutto sul piano delle "sonorità" nel senso più tecnico del termine.

 

Chiudo questa breve carrellata consigliandovi anche l'ascolto di Love me, seconda traccia dell'album, che per condivisioni e ascolti potremmo considerare la hit dei Joe Victor: gran bel pezzo, graffiante, un poco reggae, un poco world music – tra le loro ispirazioni i JV menzionano anche il musicista bahamense Exuma – e caratterizzato da un utilizzo davvero virtuoso delle parti vocali.

 

Nella parte introduttiva dell'articolo ho collocato questa band nel panorama "indipendente", inteso come musica auto-prodotta; la scelta di non usare la parola "indie" è voluta, proprio per non creare fraintendimenti con quello che in Italia è diventato un oceano musicale nel quale parecchi musicisti si sono tuffati "a pesce" (per l'appunto), propinando al pubblico dischi brutti, scritti in modo insipido, suonati male, registrati peggio.

 

I Joe Victor stanno dall'altra parte della barricata: suonano per davvero, urlano e cantano (molto bene), ballano e fanno ballare.

 

Durante il loro live ho visto una band che ha tantissima voglia di suonare – il che non è sempre così scontato – ma soprattutto ho assistito ad un concerto pieno di affiatamento e di allegria – e questo non è scontato quasi mai.

 

Teniamoli d'occhio, dunque, e aspettiamo il loro prossimo lavoro.

 

Molto bene, Joe Victor! - Sembra quasi il titolo di un film.

 

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