The Brian Jonestown Massacre: un trionfo onirico (Live report)

 

Non proprio un concerto per coppiette con passeggino e Golden Retriever al seguito, nossignori.

 

Un live dei Brian Jonestown Massacre, a mio parere, va gustato in solitaria o al massimo con amici fidati in grado di comprendere gli inevitabili silenzi ascetici che di fronte a un concerto così "possono accompagnare solo", per citare un tormentone del web.

E così è stato per me in quel di "Zona Roveri" - circolo Arci di Bologna; un po' fuori mano ma molto carino, rinnovato negli ultimi anni anche con l'ampliamento delle zone all'aperto.


Brian Jonestown Massacre

Stop, piccola parentesi. Molti di voi si staranno chiedendo: "Ma chi sono i Brian Jonestown Massacre?" - vergogna! - e quindi sarà il caso di fare una brevissima presentazione.

Il progetto nasce nel 1990 a San Francisco dal genio sregolato di Anton Newcombe, cantante e polistrumentista, leader indiscusso del gruppo, intorno al quale nel corso degli anni ruoterà un numero imbarazzante di musicisti, tra cui spiccano il percussionista Joel Gion e il chitarrista Matt Hollywood (membri più "longevi" della band), nonchè un giovane Peter Hayes, poi fondatore dei Black Rebel Motorcycle Club.

Dal 1990 in poi, i BJM tirano su una discografia imponente – soltanto il 1996 vede la pubblicazione di ben tre dischi – aiutati nel far ciò da un genere musicale come lo Psych Rock che, va detto, è molto uguale a se stesso, quasi autocelebrativo.

 

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Il talento di Newcombe convive in quegli anni con il suo carattere non proprio affabile e con mai nascosti problemi di tossicodipendenza, che spesso portano il leader a scontrarsi coi suoi stessi musicisti, minando in parte la reputazione della band.

Questi aspetti – per chi volesse approfondire – sono ben documentati nel film "Dig!", che pur tracciando un ritratto impietoso di Newcombe incorniciandolo all'interno di una presunta rivalità dei BJM con i Dandy Warhols, mostrano un musicista dotato di una creatività e di un'integrità fuori dal comune, che gli hanno consentito di diventare un autentico guru della musica alternativa senza mai piegarsi ai capricci del mercato musicale e delle case discografiche.

Parentesi chiusa, torniamo al live. I Brian Jonestown Massacre hanno suonato poco in Italia nella loro carriera, quasi sempre a Bologna (Bolognetti Rocks 2012, Rock in Idro 2014) e da due anni non tornavano nel nostro paese. La smània tra i fan, compreso il sottoscritto, era palpabile ed è stata adeguatamente appagata.

La band sale sul palco con la sua solita formazione numerosa, di fronte a un parterre gremito ma non in modo eccessivo; il concerto è una cavalcata mistica di due ore e quaranta (!) intervallata da piccole pause, tempistiche importanti per un concerto rock e forse eccessive, come qualcuno ha sottolineato.

Newcombe, a un certo punto, spiega il motivo di una scaletta così robusta, che si sostanzia nel desiderio di regalare ai fans uno spettacolo memorabile, evitando di comportarsi come alcune band che dopo aver suonato per un'ora scarsa, mollano al pubblico un paio di bis come fossero oro colato e poi scappano via, come se suonare non fosse il loro lavoro.

 

190145_195593003798764_2119208_nL'esibizione, quindi, si snoda tra pezzi più recenti della band, come What you isn't e Pish, e "classiconi" come Never, ever!, Wisdom, e la meravigliosa Anemone, senza dubbio il loro pezzo più conosciuto.

Il risultato è qualcosa di musicalmente lussurioso: come essere immersi in una bolla di ovatta variopinta che stimola contemporaneamente tutti i sensi del corpo, anche quelli sconosciuti.

Non c'è alcun intento cantautoriale in Newcombe e ciurma; la loro è una musica che mira dichiaratamente a regalare al pubblico un viaggio mentale nel mare della psichedelia; un viaggio in cui l'ascoltatore non ha l'obbligo di porsi domande né quello di cercare risposte, ma solo quello di abbandonare la nave in balia delle onde, chiudere gli occhi e godersi la traversata.

Acustica non impeccabile e durata eccessiva, forse, le uniche note stonate della serata. Nessuna considerazione particolare per quanto riguarda la prima, spesso le band non possono far molto a tal proposito, anche se un mio amico fonico non sarebbe d'accordo.

Sui tempi del concerto, forse i BJM hanno un po' esagerato, questo sì. Ma d'altronde un viaggio degno di questo nome, in grado di "aprire le porte della percezione" (citazione importante) richiede necessariamente impegno e fatica, e se durasse un'oretta stiracchiata non sarebbe un granchè. O sbaglio?

 

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