Brunori Sas, a casa tutto bene? (Recensione)

Come vi avevamo già anticipato (qui), è tornata la società in accomandita capitanata dal buon vecchio Dario Brunori e lo ha fatto con un album davvero interessante, ricco di novità ma al tempo stesso fedele a quelli che ormai sono i capisaldi della poetica "brunoriana".

 

brunori sas

 

Il quarto lavoro in studio del cantautore cosentino si intitola "A casa tutto bene", è uscito il 20 gennaio 2017 ed è composto da 12 tracce che alcuni hanno descritto come il frutto di un songwriting più cupo, più maturo, addirittura più politico. C'è un fondo di verità in tutto questo, ma ci arriveremo pian piano, analizzando questo disco passo dopo passo.

 

A casa tutto bene 

 

Il titolo e la copertina, in piena armonia con i capisaldi di cui parlavo poc'anzi, evocano quell'atmosfera un po' retrò, quel sapore nostalgico di cui Brunori si è ormai appropriato inesorabilmente e che ti fa sempre sentire come se fossi all'interno di una polaroid che racconta le estati passate a casa della nonna, l'adolescenza, gli amori passati e quelli perduti.

 

Ma saranno davvero, quelle della Brunori Sas, "canzoni buone per andarci la domenica al mare, canzoni buone da mangiare", come recita il testo di "Canzone contro la paura", terza traccia dell'album?

 

Io direi proprio di no.

 

In questo disco Brunori molla un poco la strafottenza rinogaetaneggiante e l'ironia con cui, nei suoi primi lavori, abbiamo imparato a conoscerlo; le sonorità, di pari passo, si allontanano dal folk-pop classico e prendono a tratti una piega più latina (l'aggettivo "latina" ve lo butto lì, chi vuol intendere intenda) ad esempio in pezzi come "La verità", "L'uomo nero" e "Sabato bestiale".

 

 

Il riferimento sul piano musicale resta comunque la musica leggera nel senso più italiano del termine: protagonista il pianoforte in alcune canzoni – si vedano la già citata "Canzone contro la paura" e "Diego e io" – gli arpeggi e le spazzolate melodiche in altre – tra tutte "Colpo di pistola" e "La vita pensata".

 

Il risultato, sul piano lirico è effettivamente più cupo e, se vogliamo, più politico: è cupo perchè ci mostra un Brunori indifeso, per certi versi rassegnato che "pensa la vita" (cit.) anzichè viverla; è politico perchè oltre agli espliciti riferimenti che tutti avrete notato, l'insofferenza e il pizzico di misantropia che contraddistinguono i testi dell'album sfociano in una discreta denuncia, il massimo che si possa chiedere a un cantautore italiano in questo periodo storico.

 

Sia chiaro che nessuno chiede a Brunori di scrivere "La locomotiva" o "Canzone del maggio" ovviamente: sarebbe anacronistico e anche un po' buffo, considerato quello che è (ahinoi!) il panorama musicale attuale; Brunori fa quello che deve fare e lo fa molto bene, il suo disco è un prodotto cantautorale di altissimo livello, ed è giusto così.

 

Il solito Brunori anzi, grintoso eppure romantico, che oscilla tra la metropoli in cui vive e la provincia in cui è cresciuto e che, come lui stesso ha dichiarato in una recente intervista, non ha ancora capito bene da che parte stare. Il solito Brunori, che ci ricorda che tra tanti musicisti che sparano sentenzuole usa e getta, esistono ancora quei cantautori che "pensano la vita" e scrivono le canzoni usando la biro e un foglio di carta.

 

 

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