Spirit, il (grande) ritorno dei Depeche Mode

Spirit, il (grande) ritorno dei Depeche Mode.

 

 

Un disco cupo e vagamente politico da parte di una band che sì, un po' cupa lo è sempre stata, ma politica praticamente mai. Strano, molto strano.

 

Questi sono stati forse i primi pensieri di chi, di recente, abbia ascoltato Spirit, il nuovo disco dei Depeche Mode, che arriva a quattro anni di distanza dal precedente (e ben diverso) Delta Machine (2013).

 

Spirit track by track

 

In realtà i Depeche Mode hanno chiarito che l'album non è da considerarsi un lavoro "politico", nonostante la patina riflessiva, amareggiata e pure un po' sarcastica (Where's the revolution) che avvolge i testi delle dodici tracce di Spirit.

 

Al di là di queste considerazioni, su cui si potrebbe dibattere in eterno, prendiamo atto dell'ennesimo incredibile tassello nella carriera di una band sempre coerente col proprio stile, ma allo stesso tempo sempre capace di reinventarsi e di tirar fuori il coniglio dal cilindro.

 

I Depeche sono i soliti Depeche, sia ben chiaro: il timbro inconfondibile di Dave Gahan e il tocco di Martin Gore – che hanno influenzato trent'anni di musica, elettronica e non – sono lì, imperituri e intoccabili, non si scappa.

 

Ad occuparsi della produzione di Spirit c'è James Ford, già al lavoro su "AM" degli Arctic Monkeys (ascoltate Poison Heart, ottava traccia dell'album, e il parallelismo sarà piuttosto evidente).

 

Ad ogni modo, Gore fa il bello e il cattivo tempo e monopolizza artisticamente il disco, che è un trionfo di dettagli e di sensazioni, dalla joydivisioneggiante "So much love a Scum", più graffiante e aggressiva, poi passando per le più lente The worst crime ed Eternal, che sembrano la colonna sonora di un film espressionista.

 

Due note a parte: la prima riguarda la traccia d'apertura del disco, Going backwards, che è stupenda e sembra un manifesto di ciò che l'ascoltatore troverà nel resto dell'album. La seconda è per il singolo Where's the revolution: il videoclip è un piccolo capolavoro del buon vecchio Anton Corbijn, regista di Control (2007) e di altri innumerevoli video musicali fichissimi, che non avrebbe bisogno di presentazioni. Il pezzo è un pezzo martellante, in pieno stile DM, a suo modo perfetto.

 

Buon ascolto.

 

 

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