Jackie, la donna oltre il mito

A volte non consideriamo nemmeno quanti possano essere i punti di vista attraverso cui raccontare una storia, specialmente se si tratta di uno degli episodi di cronaca più violenti e sconcertanti che il mondo abbia conosciuto come l'assassinio del presidente Kennedy.

 

jackie

 

 

Eppure le chiavi di lettura di quel tragico momento sono state molte, specialmente al cinema: dalla verità dietro i mandanti e i moventi negata al mondo e descritta da Oliver Stone in JFK - Un caso ancora aperto, sino al recente Parklandche racconta le ore immediatamente successive all'uccisione di Kennedy. Il filmino di Zapruder è sempre apparso come la chiave di volta di un evento contorto ed ancora oggi ingarbugliato: in quella pellicola non ci sono però solo gli ultimi istanti di vita di Kennedy, bensì anche i primi gesti di soccorso della moglie del presidente, che si sporge dall'auto per cercare aiuto.

 

 

O perlomeno questo è quello che abbiamo sempre pensato, ma in Jackie - film diretto da Pablo Larrain e basato sulla vita di Jacqueline Kennedy - la verità sembra un'altra.

 

Nella pellicola del regista cileno (già messosi in rilievo con NO, I giorni dell'arcobaleno), la protagonista indiscussa è la first lady più chiacchierata del secolo scorso. Amata o odiata, criticata, celebrata ed ammirata, Jacqueline Kennedy è stata un riferimento per generazioni di donne, più di Michelle Obama, quasi come Lady Diana. Modello di eleganza e bellezza, ha sempre costituito l'altra metà della coppia che negli anni '60 ha infiammato il cuore di tanti americani.

 

 

Splendidamente interpretata da una bravissima Natalie Portman, la Jackie del film è la donna che deve affrontare la morte improvvisa del marito e, soprattutto, la gestione dei riti di saluto del mondo al presidente più amato della storia americana.

 

 

Il pregio del film, sostenuto anche dall'ottima sceneggiatura firmata da Noah Oppenheim, è di produrre un ritratto autentico e sincero di una donna per anni ammirata e cercata da media e giornalisti ma in breve tempo messa in disparte e allontanata come un elemento inutile e fastidioso. E attraverso di lei si profila un nuovo ritratto di JFK, idealista e coraggioso ma anche freddo e a tratti distante. Il contrasto tra la Jackie accomodante, sorridente e quasi imbarazzata che presenta i locali e le stanze della Casa Bianca cozza violentemente con la donna quasi persa e smarrita che vaga per quelle stanze già più non sue cercando di realizzare come sarà la esistenza, nel tentativo di metabolizzare la straziante scena di separazione dal marito.

 

L'entourage politico è al lavoro sulla gestione della crisi politica mentre lei si preoccupa di offrire il miglior commiato al marito. Combattuta tra la sua stessa vanità - quella che JFK a volte scherniva - ed il desiderio di rendere giustizia al marito, Jackie dimostra di non essere solo una donna che si occupa di scegliere il colore delle tende, ma trova il coraggio di sfidare le convenzioni e di affrontare chi la vorrebbe fare andar via dall'uscita di sicurezza.

 

 

Affiancata da un Bobby (un ottimo Peter Scarsgaard) distrutto dalla fine di un sogno nel quale credeva forse più del fratello, Jackie diventa la donna emancipata, forte e dignitosa che il mondo ricorderà velata di nero a fianco alla bara del presidente.

 

 

Il film non è un biopic su Jackie, ma la racconta nei pochi giorni che seguirono la morte di Kennedy; un po' come The Queen raccontava la regina Elisabetta a confronto con il ricordo di Diana, immediatamente dopo la sua morte. Jackie è fragile e forte allo stesso momento e questo emerge chiaramente durante il racconto-intervista con il giornalista impersonato da Bill Crudrup.

 

 

Perché scegliere di parlare di Jackie in questi termini? Perché raccontare l'ennesimo funerale? Perché la gente si commuove ricordando, perché veder qualcosa di bello, puro e prezioso andare in frantumi accende la morbosità di qualcuno o forse solo perché la grandezza di questa donna è venuta fuori attraverso una sofferenza della quale il mondo, ferito dalla scomparsa di Re Artù, non aveva piena consapevolezza. D'altro canto le simpatie della leggenda vanno al re tradito più che alla regina traditrice, ma Ginevra, come Jackie, aveva capito più di altri il sogno del marito.

 

E mentre l'idealismo di JFK si spegneva insieme al suo propugnatore, Jackie doveva fare i conti con la solitudine e con la tristezza dell'abbandono ed il punto di vista di questa donna fragile e determinata al contempo non può non colpirci, specialmente quando si arrampica sull'auto in fuga dal luogo dell'assassinio, cercando i frammenti della testa del marito per cercare di ricomporla e non lasciare che la violenza rovini il sorriso di chi ha acceso la speranza.

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