Old rock won’t stop #8

Old rock won't stop! Offline Magazine ti porta indietro nel tempo. Tre brani indimenticabili, tre tracce tutte da scoprire.

 

 

traffic rock

 

Con il rock negli anni '60 ci davano davvero sotto! Le città erano fucine di ribellione in note ed i suoni innovatori movimentavano il senso di gioventù. I panorami industriali che intossicavano l'anima, al contempo mettevano in moto la fantasia di quei ragazzi.

 

Tre di questi giovani si incontrarono in un locale di Birmingham nel 1967 e diedero il via ad una jam session che durò tutta la notte. Il trio si dimostrò così affiatato da indurli a fondare la band Trafficcomposta da:

 

- il batterista, mister Jim Capaldi, che con il suo tocco vellutato sfiorava la batteria come una madre accarezza il suo bambino

 

- il tastierista, Steve Winwood, che con la sua magica hammond ha tessuto la musica d'autore degli anni '60 e '70, suonando addirittura in "Voodoo child" di Hendrix ed in "With a little help from my friends" di Joe Cocker.

 

- il polistrumentista a fiato - con i polmoni d'acciaio -  il compianto Chris Wood. Il suono del suo sax entra di prepotenza nello nostre teste grazie al suo acuto velato che fa pulsare sempre più il nostro cuore.

 

Nel 1970 i Traffic, dopo alcune esperienze musicali esterne al gruppo dei loro componenti, si trovarono a lavorare -inconsapevolmente - al progetto da solista di Steve Winwood, sfornando il loro disco più bello: John Barleycorn Must Die. Il disco, dal suono robusto e tecnicamente impeccabile, è così maturo da mettere l'accento sul fatto che i tre sono dei sessionisti musicali da fare invidia.

 

 

Il singolo, John Barleycorn, è un riarrangiamento di Winwood di una ballata tradizionale ed ha come protagonista questo personaggio immaginario che nella cultura anglo-americana rappresenta il whisky fatto persona. I Traffic lo scelsero, criticando così la cultura dell'alcool in America. E' come se il brano barcollasse per le strade cercando una fine da eroe e non da miserabile.

 

 

 


 

 

 

Il cantagallo della Walt Disney fatto persona, il menestrello dei fiordi scozzesi, mister Ian Anderson.

 

Ian polistrumentista autodidatta, visionario, così pazzoide da rendere i suoi live deliri di forme e doppi sensi, fu lui a fondare un gruppo che avrebbe cambiato la storia della musica: arrr... i pirati elisabettiani sono pronti, ecco the Jethro Tull.

 

 

Questa band ha inventato uno stile musicale illuminato, accompagnato da un'immagine così fiabesca da pensare quasi che i Jethro Tull vengano da un altro pianeta.

 

 

Da sottolineare che Anderson sta sempre in piedi su una gamba durante le esibizioni della band, come a prolungare il suo flauto traverso, creando un immaginario serpente acquatico che ci avvolge a lui e ci fa diventare un uno musicale.

 

 

Nel 1971 con Aqualong i Tull lanciarono il loro album più complesso e romanzato, che racconta lo scorrere della vita in un lassismo passivo, come chi decide di lasciare tutto e di abbandonarsi al mendicare nelle infinite strade della fantasia. Dall'album vengono estratti i singoli: Aqualong, vero must della band, brano da brividi, che fotografa bene i sobborghi ancora medievali britannici e le grigie teste di coloro che ci vivono, e Locomotive Breath, brano che proponiamo oggi.

 

 

Il pezzo scivola, scivola come una vecchia locomotiva su un binario così unto dall'evoluzione darwiniana da non fermarsi mai e senza freni sbuffa in faccia ai monti, pietrificati dal tempo, cercando di rianimarli. Quel treno cerca costantemente un valico, nascosto dagli orgogliosi folletti in un' illusione di suoni, che ci accompagna nel viaggio tra evoluzione e passato.

 

 

 

 

PS: Visto Massimè? Ti ho messo i Jethro Tull!!!

 


 

 

 

 

I Chicago, band americana, erano in cinque agli inizi, ma cercavano ancora la loro identità e gli mancava qualcosa, una voce bianca, così candida da rendere tutto opaco.

 

Con l'ingresso del placido cantante Peter Cetera, si completò il quadro, creando un suono melanconico, quasi come una foto sbiadita di quando ci credevamo innamorati e aspettavamo quel lontano tramonto che non arriverà mai.

 

 

Il gruppo ha una discografia sterminata, composta da ben 28 album studio.

 

 

Era quasi impossibile fare una scelta per proporre un loro brano, quindi vista la mia passione per la voce di Peter Cetera, scelgo "Hard to say I am sorry" - per rafforzare il concetto.

 

 

Le nuvole non ci lasceranno mai, scusami se sono cieco. C'è chi gioca sempre con lo sporco destino.

 

 

Amore non se definirti tale, le situazioni della vita si alternano e non so se tornerò. Ti prego perdonami, sono solo un frutto troppo maturo che si sfalda miseramente al sole.

 

 

 

NB: Vi consiglio anche il singolo Glory of love di Peter Cetera, estratto dall'album 1986 Solitude/Solitare, credetemi vera chicca!

 

 

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