Marillion: il vecchio cappello del pazzo giullare non ha mai smesso di suonare

L'Auditorium Parco della Musica a Roma sorprende sempre, sia per la tranquillità del luogo sia perché è un posto accogliente, ma dove non devi stare in punta di piedi.

 

 

 

 

 

 

Dico questo perché lo scorso 3 ottobre, all'Auditorium, è capitata una cosa molto emozionante e sorprendente, grazie ai Marillion si sono infatti create alchimia ed ilarità nella sala Santa Cecilia, sin dall'ingresso sul palco della band.

 

 

A sorpresa un signore del pubblico si è alzato piano ed è salito quatto quatto sul palco, ha baciato sulla guancia Steve Rothery - chitarrista del gruppo - per poi riscendere in platea, applaudito, nell'incredulità di tutti, tanto che il povero steward sotto il palco, incredulo anche lui, si è dovuto rassegnare davanti all'innocenza del gesto. In fondo tutti noi avremmo voluto fare lo stesso con i nostri miti! Non contento, il suddetto signore si è alzato dal suo posto indicando per tutto il concerto Rothery ad ogni suo riff.

 

 

I Marillion tornano per il tour del loro ultimo album del 2016, Fuck everyone and run (F E A R), con una esibizione davvero intensa, il gruppo ha infatti suonato per ben tre ore - che di solito possono divenire soporifere, ma se band come loro sopravvivono per  quasi quarant'anni di carriera è perché ci regalano la possibilità di immergerci in un certo tipo di dipinto musicale che non stanca mai.

 

 

Durante questo ultimo tour - specialmente al live a cui ho assistito a Roma - il loro impatto, quasi timido, mi ha spiazzato; in loro c'è un sacro fuoco che viene alimentato dalla loro qualità. Sono ostinati nella loro cifra artistica, senza tradire i fan o strafare, ma nonostante questo sia positivo per chi li ascolta, per chi giudica è difficile, perché gruppi come i Marillion, i Toto, i Genesis, sono difficili da etichettare o si analizzano per fasi (non si può dire che band che durano decenni tocchino solo un genere).

 

 

La militanza dei fan è stata vitale per i Marillion, durante il loro cammino hanno continuato per loro, hanno raddrizzato il tiro artistico per sopravvivere. Il cambio di cantante nel 1989 non è stato uno svantaggio per loro, anzi con l'ingresso di Steve Hogarth il gruppo ha acquisito una precisa identità, una sua strada.

 

 

I Marillion non hanno mai inseguito la hit di successo per svoltare, non hanno forzato l'identità di musicisti del calibro di:

 

 

  • Steve Rothery. Il gigante buono della chitarra, nonostante la sua stazza, sembra far volare il suo magico riff, attirandoci a lui come api sul miele. I suoi riff si susseguono come un' altalena di emozioni, fatta di sali e scendi, senza farti capire nulla di questo mondo musicale un po' gotico.
  • Pete Trewavas, guru del basso, ha suonato nella super band Transatlantic con l'assatanato e leggendario Mike Portnoy, ex batterista dei Dream Theatre - e questo è garanzia dell'importanza e del peso di Pete nella musica.
  • Mark Kelly, filantropo delle tastiere
  • Ian Mosley, mitico batterista, molto conosciuto nel Regno unito, viene dal progressive puro, tanto che collaborò ad inizio carriera ai primi album da solista di Steve Hackett.

 

 

I Marillion non si possono ignorare o dimenticare, anche se non li conosci o non sei un loro fan li puoi ascoltare, amare, accettando così la sfida del pazzo giullare perché il suo cappello non ha mai smesso di suonare. Quegli occhi di Steve Hoghart, così profondi da disperdere il mare, la sua inquietudine è piena delle nostre lacrime, gioie e speranze, le ha incanalate con la sua voce - specialmente dopo che ha raccolto la pesante eredità dell'ex leader della band, Fish. Steve è così medievale e farsesco da somigliare un po' a Peter Gabriel e questo, che è stato sempre ritenuto un difetto dalla critica, è ai miei occhi un pregio: anche io vorrei avere il difetto di assomigliare al grande Peter.

 

 

Hogarth racchiude l'evoluzione del sognatore musicista, è melodico, struggente, come un rock racchiuso in una cattedrale, con lui seduto all'organo che invoca qualcosa, come a togliersi questo peso così materiale, il peso della band, ma fortunatamente non è mai stato solo.

 

 

Nel Regno Unito è pieno di menestrelli o giullari di corte, nella musica moderna figure che incarnano il lato oscuro e narrano uno stralcio di luce che si può trasformare in luce piena.

 

 

La band britannica è tornata con F E A R, un album che ci dice chi sono i Marillion: molto fiabesco, ma più cupo e rock del solito, narrano di regni, fasi e cambiamenti, come quelli subiti negli anni dalla band.

I singoli estratti sono stati The New Kings e Living in F E A R. 

Questo è un album che consiglio specialmente a chi non conosce la band, perché secondo me li conquisterà con un progressive gothic rock attualizzato.

 

 

The New Kings rappresenta la risalita dagli abissi: catapultati dalla voce di Steve nella nuova era, come se si risvegliassero dopo un lungo torpore, aumenta il tono, la pressione, e torna poi alla rilassatezza, senza darti fiato. Partiamo per un altro viaggio, senti come mi sfiorano le corde della chitarra, rimanei nei paraggi, oggi non abbiamo finito, ci sarà sempre un'altra cazzo di storia da raccontare.

 

 

 

 

 

Living in F E A R invece tratta il cambiamento. Il sorriso arriverà, il cuore batterà anche sospeso nello spazio come se la terra non esistesse, sperando che qualcosa cambi per tornare a toccare terra.

 

 

 

 

 

Vorrei ripercorrere alcuni album dei Marillion dal 1989 (dall'ingresso di Steve Hoghart) ad oggi, raccontandovi  i brani più significativi della band.

 

 

Tempo di novità nel 1989 con l'album Season end,  quando i brani Easter e Hooks in you rilanciano la band.

Con Easter si torna alla tradizione quasi popolare britannica, tra roghi, fedi e religioni, espresse in riti come a dire ai fan: "Non smettete di sognare con noi, non abbandonateci ora, voi siete la nostra resurrezione".

 

 

 

 

Hooks in you è un brano che strizza l'occhio anche aldilà dell'oceano, un pezzo molto californiano, on the road, come piace a me. Capelli ingelatinati, ricci, perché c'è sempre un capitano uncino in noi; spaventato, ma con l'animo pieno di odio, in cerca di quella tanto agognata resa dei conti.

 

 

 

 

Nel 1991 l'album Holidays in eden è ancora molto influenzato dallo strascico degli anni ottanta. Di questo lavoro ascoltiamo Cover in my eyes, che è molto fresco come brano, molto leggero, ma caratterizzato dalla voce sempre struggente e raffinata di Hogarth. Una canzone da ondeggiamento di spalle, nella speranza di strizzare l'occhio a qualcuno.

 

 

 

 

Nel 1994 esce Brave, secondo me l'album più bello dei Marillion, un album avvolgente, che ti coccola nelle difficoltà, asciugandoti le lacrime, portandoti al puro dolore. Viene lasciato molto più spazio a Rothery, con degli assolo di chitarra che ci calano ancor di più nel concetto del coraggio. Sulla copertina di Brave troviamo un'immagine inquietante e familiare, un precursore della bambina di The ring. 

 

 

This strange engine, del 1997, lancia il brano Eighty days, che per me rappresenta in pieno quegli anni: i falsi miti, gli orizzonti mai raggiunti, le passioni non concluse. E' quasi un trattato su una generazione che per lasciare un segno è diventata un'ombra, una farsa, senza volerlo.

 

 

Nel 2001 è da citare l'album Anoraknophobia che abbraccia la paura di un salto nel buio, di un nuovo millennio che già sembrava stanco e rallentato sin dalla sua venuta. Questo album dà una scossa più rock ai Marillion, quasi ad avvicinarsi agli U2 di quel periodo.

 

 

 

 

Marbles del 2004 è un colpo dietro l'altro, una picconata dopo l'altra, per raggiungere la vetta. Con il brano You're gone i Marillion tornano a sussurrarci dove andare come muoverci, dove guardare. Da bambini e da grandi non si deve mai smettere di esplorare.

 

 

 

 

Nel 2008 Happiness in the Road è un album in due volumi: il primo dal titolo Essence, il secondo dal titolo The Hard Shoulder. Da citare i brani This Train in My Life, Nothing Fills The Hole e State of Mind del primo volume.

 

 

 

 

Del secondo volume, Thunder fly, segnaliamo Half the world ed il singolo dell'album Whatever is Wrong with You

 

 

 

 

Vi auguro un buon viaggio con la magia dei Marillion!

 

 

 

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