John Fante: La confraternita dell’uva

Quando qualche anno fa leggevo John Fante, in Aspetta primavera, Bandini! o anche in Chiedi alla polvere proprio non mi ritrovavo. Mea culpa, confesso! Risulterò impopolare, ma correrò il rischio: ad Arturo Bandini due schiaffi glieli avrei dati tanto volentieri.

 

 

 

 

Poi ho letto La confraternita dell’uva e ho capito due cose.

 

La prima, che leggevo Fante con l’occhio acerbo di un’adolescente e non potevo capirlo.

 

Non riuscivo a togliermi dalla bocca il sapore amaro delle sue parole; non ero in grado di trovare il nocciolo del racconto senza bruciarmi, cercando di ripulirlo da quella patina caustica con cui Fante sembrava aver attentamente incellofanato ogni cosa; continuavo a restare perplessa davanti a quella prosa spoglia e diretta, che ti colpisce dritto in faccia se ti lasci cogliere di sorpresa.

 

Ai miei occhi di adesso quel sapore amaro, quella patina caustica, quella prosa spoglia si sono inaspettatamente tramutati in pregi e quei colpi in faccia non fanno più così male, anche se non riesco quasi mai a non farmi cogliere di sorpresa da Fante.

 

La seconda, è una conferma: le storie di padri e figli mi prendono per la gola, deve esserci qualche corda sensibile, da qualche parte, dentro di me, che proprio non riesce a restare indifferente.

 

 

E che padre, Nick Molise! Perché è lui il vero protagonista del racconto, che traccia un ritratto duro e onesto del padre dello scrittore Henry Molise nella finzione del libro e di quello di John Fante nella realtà, per stessa confessione dell’autore.

 

In entrambi i casi un uomo difficile. Immigrato italiano di prima generazione in un Paese, gli Stati Uniti, in cui non ha nessun interesse ad integrarsi e che, a sua volta, sembra rigettarlo. “Il miglior scalpellino d’America” a sentire le sue parole. Assiduo bevitore di chiaretto e immancabile avventore del Bar Roma, baluardo d’italianità e polo magnetico per lui e la sua confraternita di ubriaconi. Marito dispotico, maschilista e violento. Padre irascibile e assente di figli a lui in fin dei conti sconosciuti, cresciuti in grembo ad una cultura distante anni luce da quella delle sue origini.

 

Con un padre simile deve tornare a fare i conti il cinquantenne Henry Molise, scrittore di successo, al passo con la società americana, che sembra aver emendato le sue deprecabili origini da figlio di immigrati cattolici italiani con il matrimonio con la moglie, americana e protestante, con cui sotto il sole di Los Angeles ha messo su la sua di famiglia, immune dalla violenza e dalle contraddizioni della sua infanzia.

 

La vita mette il figlio, ormai egli stesso uomo formato, di nuovo davanti al padre, che gli anni non hanno affatto addolcito: è un vero e proprio scontro di culture e mentalità, è la storia di due uomini divisi da una distanza siderale, che parlano a mala pena la stessa lingua, eppure legati dallo stesso sangue, da cromosomi che formano una catena ben più salda di quanto essi stessi potessero immaginare.

 

Lo scrittore, da giovane fuggito dal seno di una famiglia ingombrante, è costretto da adulto a fare i conti con le sue origini a lungo rinnegate e a riscoprire la tenerezza per quelle mani spaccate costruendo muretti in montagna, seguendo un percorso fatto di silenzi e sguardi, nostalgia e compassione, rabbia e orgoglio.

 

Sempre in bilico tra irriverente sarcasmo e lirismo nostalgico, Fante, attraverso le vicende di Henry Molise, si riscopre figlio, torna a sentire distintamente nelle vene la forza di quel sangue comune, di quel legame atavico che aveva tentato infruttuosamente di seppellire.

 

Vinicio Capossela apre con una (fantastica) prefazione l’edizione de La confraternita dell’uva che campeggia nella mia libreria e non posso non citarlo, perché usa parole che mi hanno colpito e che sembrano avere letto anche la mia di anima, ma soprattutto perché mi sembra riassumano l’essenza del libro magistralmente, dicendo così:

 

“Non ce ne si libera più. Uno pensa di essersene andato. Di essersene fatto una propria, di famiglia. Che col tempo, insomma, da grandi…e invece niente. Si rimane sempre figli! Tutta la vita. Sempre presi all’amo di sughi di carne intingoli e moine. Di odori andati a nascondersi in armadi e maglioni. Si rimane all’amo dei ricatti. Tare passate di padre in figlio, cromosomiche, invincibili, insopprimibili”.

 

Una storia universale di padri e figli; una storia attuale oggi più che mai, di immigrazione e integrazione, di generazioni a confronto e di scontri (e incontri) culturali che si perpetrano tra i membri della stessa famiglia.

 

Una storia da leggere.

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: The Brotherhood of the Grape

 

AUTORE: John Fante

 

EDITORE: Einaudi Stile Libero

 

ANNO: 1982

 

PAGINE: 232

 

PREZZO: 12.50

 

CONSIGLIATO A: padri e figli, lontani e vicini.

 

 

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