Il Grande Stupore: Matteo Passante e la Malorchestra

«Il grande stupore è “l’album dell’immaturità”. L’ho definito così perché mi sembra che io stia facendo un percorso inverso, abbandonando la terra ferma dei cliché e delle canzoni “immediate”, quelle che ascolti e canticchi un attimo dopo. Credo che nell’immaturità si abbia invece il coraggio di osare, rischiare. Se è vero che ha volato solo chi ha osato farlo, allora io sono fiducioso perché con questo album ho osato quello che a vent’anni mai. Ho tirato fuori tutto. Ne sono uscite cose coraggiose e interessanti, piccole sfide, nuove sonorità, cose che faranno storcere qualche naso, ma di certo è venuto fuori quello che c’era nel fondo del mio stomaco» - così Matteo Passante presenta il suo terzo disco, "Il Grande Stupore".

 

 

 

 

Un album composto di undici brani, una sorta di grande osservatorio su spaccati di vita, pezzi di umanità tra avventure, traversie, speranze e dolori, narrati dal capobanda Passante e dalla Malorchestra con discrezione, tatto e agrodolce ironia.

 

 

La prima traccia, Il Museo dei disamori, possiede un'atmosfera alla Tarantino, ma arricchita dalla potenza della nostra lingua. Le convinzioni della vita non sono più una certezza grazie a Matteo; emerge quell'acidità del cantautorato nostrano anni '70, quando c'era bisogno di impegno sociale. Nel brano dice: "quando ti sentirai in crisi non cadere", è una panacea, specialmente per i giovani di oggi che soffrono in silenzio cadendo in quel baratro imbarazzante dopo l'ennesimo amore chiuso "nel museo dei disamori". Che fine faranno questi musei? Scopritelo ascoltando questo illuminante brano.

 

 

Dopo una traccia di questo calibro è difficile a volte continuare, ma come diceva John Cusack nel film Alta Fedeltà negli album si deve andare forti sui primi brani per far rimanere incollato l'ascoltatore. Eri la lusinga è un modo di diversificare la bellezza, per dirti ancora una volta "eri bellissima"; una ballato piena di coccole e poesia, forse così qualcuno ci porterà via.

 

 

Ecco la sorpresa dalla surreale bellissima - come fosse un dipinto noi - 1958. E' un manifesto della confusione di oggi sull'argomento della migrazione. Prendendoci in giro noi cantavamo "Volare" dopo il boom economico e non ci accorgevamo di quello che accadeva intorno e adesso vogliamo ancora non vedere per continuare a volare. Matteo mischia il roots dando ancor più un tocco surreale, per scherzare e non metterci a urlare.

 

 

Dichiarerò per sempre amplifica il non sense che comunica senza che te ne accorga. Mi ha ricordato i pezzi del primo Jannacci; ci vuole chi ci punge con gentilezza nella musica di oggi così aggressiva e finta rock 'n' roll. "Dichiarerò per sempre che la vita è troppo breve" - i violini ci indicano la strada, portandoci in portici magici, riaccendendo così la nostra fantasia.

 

 

Come detto in precedenza, Il Grande Stupore è un album delicato che ricorda e affonda, forse citando i grandi che a volte i giovani non ricordano e ascoltano, ma che Matteo omaggia - come Sergio Endrigo ad esempio. 

 

 

Poi si fluttua ancora via, via come uno scroscio di palloncini colorati: arriva L'Amore è dei miopi, perduti nel mare dell'amore "per colpa di chi ci ha creduto". E' vero, a volte non ci accorgiamo di essere persi nell'amore dell'altro, quasi al punto da diventare ciechi e confusi, inciampando in questo mondo arzigogolato. 

 

 

Come punge Matteo è una goduria! La sua sfrontatezza, un coraggio che spero sarà pagato, "vivere si ma con dignità", un concetto che migliorerebbe questo paese. La dignità dovrebbe essere un argomento di dibattito. La tecnologia ci fa nascondere dall'affrontare i problemi non vivendo più. Milano e nuvole è un valzer; per quanto questa sia una città di sfilate e "ipocondrie", ci fa girare su noi stessi, soffiandoci un vento sul collo che ci tranquillizza, raccontandoci un dolore educato; l'abbandono spegne il sole e cosa rimane? Forse un film o un'ultima luce.

 

 

Noi Uomini è un manifesto dell'uomo pieno di vizi e dubbi, di insicurezze; ci vogliamo illudere di vincere la battaglia. Un riff funky ci fa passeggiare con saggezza, una batteria educata ci porta verso un finale ancor più pittoresco. Rinasciamo.

 

 

La parte strumentale della traccia dieci, Crepe, mi ha ricordato un grunge educato con un tocco alla Jovanotti; un mix simpatico che mi ha fatto sorridere, molto simpatico come gioco musicale.

 

 

Questo album mi ha fatto venire in mente molte cose, molte citazioni - di cui appunto vi ho parlato - ed è raro quando un disco ti risveglia. Spero si risvegli qualcosa anche dentro di voi, grazie a Matteo Passante. Pirati Stanchisembra quasi un monologo teatrale in musica: cercando di osservare il mare che fugge, forse guarda lì, ritorna ballando il Pirata Stanco; un eco di ricordi e passati che si incrociano, ballando fino all'ultimo giro.

 

 

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestmail