Oscar 2018: and the winner is…alla scoperta dei Best Movies

Ok, ok lo so. La notte di domenica 4 marzo (stanotte) avrete tutti già in programma divano, pizza e maratona di Mentana.

 

 

Ma se verso le 2 di notte l’uscita dei risultati elettorali dovesse tardare e se neanche le mirabolanti capacità oratorie di Chicco e litri e litri di caffè non fossero utili a tenervi svegli più oltre, niente paura: proprio quando starete per cedere, più o meno dall’altra parte del mondo, in quel di Los Angeles, si alzerà il sipario sulla novantesima edizione della cerimonia degli Oscar, presentata anche quest’anno – per il secondo anno consecutivo, rarità! - da Jimmy Kimmel.

 

 

 

 

 

Sono sicura che il tappeto rosso e i riflettori del Dolby Theatre della città degli angeli riusciranno a lenire un po’ quel classico mal di pancia da exit poll e vi concederanno un briciolo di pace prima che sorga l’alba del 5 marzo e si scateni la ressa dei vincitori, veri o presunti, e degli sconfitti alle urne.

 

Quindi il consiglio è questo: accalappiate qualche amico, comprate dolciumi e viveri di ogni tipo, tenete in caldo qualche litro di caffè e attrezzatevi con due TV, una per non perdere di vista Chicco, l’altra per lasciarvi trascinare nel luccicante mondo degli Oscar.
E se proprio non ce l’avete fatta a vedere proprio tutti tutti tutti i film nominati, qui troverete una breve rassegna almeno di quelli canditati nella categoria Best Picture (giusto per non fare figuracce con gli amici cinefili) e magari l’ispirazione per recuperare, in queste ultime ore, qualcuno di quelli che vi siete persi.

 

 

 

Inizierò, con una punta di patriottismo, da quello che forse ho amato di più: Call me by your name (Chiamami col tuo nome), di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo libro di Andrè Acinam e candidato a ben quattro Oscar (miglior film, miglior attore per il giovanissimo Thimotée Chalamet, migliore sceneggiatura non originale e miglior canzone).

 

L’essenza, distillata in immagini, di una poesia d’amore, ecco quello che mi è sembrato di avere durante agli occhi per tutti e 132 i minuti di questo film fatto di sguardi, tocchi leggeri e frasi non dette.

 

Tutto, dalla fotografia, alla colonna sonora, all’ambientazione, alla splendida interpretazione degli interpreti, concorre a creare il microcosmo etereo, delicato e denso di sensualità in cui nasce e prende forma l’amore tra il giovane, acerbo e introspettivo Elio e il brillante Oliver, che irrompe nella calma di un’estate, che trascorre lenta e calda, nella villa immersa nelle campagne lombarde dell’eclettica famiglia Perlman.

 

La grazia dell’arte e la carnalità del desiderio sembrano condurre i due amanti in una danza che li porta ad oltrepassare le loro stesse inibizioni, a scoprirsi, a confondersi e a perdersi l’uno nell’altro, in un film che chiama a raccolta tutti i sensi; che non parla di un amore omosessuale, ma dell’amore.

 

 

Altro scenario, altro amore quello messo in scena da Daniel Day-Lewis, che rischia di vincere il suo quarto Oscar come miglior attore nel film che, stando alle dichiarazioni dello stesso Day-Lewis, lo vedrà calcare le scene per l’ultima volta, e Vicky Krieps, interpreti di Phantom Thread (Il filo nascosto), di Paul Thomas Anderson, a sua volta candidato come miglior regista.

 

L’ultima fatica di Anderson ha ottenuto ben sei candidature. Tra queste assolutamente dovuta è quella per i migliori costumi, per un film che ruota attorno alle creazioni dell’inquieto e rinomato stilista Reynolds Woodcock, punto di riferimento nel mondo della moda londinese degli anni ’50 e scapolo impenitente; arroccato nella sua fortezza di regole, formalismi, abitudini, stoffe pregiate e segreti cuciti delle fodere delle sue creazioni, insieme alla sorella, interpretata da una favolosa Lesley Manville (non a caso candidata come migliore attrice non protagonista), a cui lo avvince un affetto morboso che sfiora la dipendenza.

 

Narcisismo e controllo sono le cifre della relazione, dal sapore venefico, che lo stilista stringe con Alma, giovane cameriera che lo strega al primo sguardo, per diventare prima musa ispiratrice e poi centro gravitazionale della vita e dell’arte dello stilista, nel corso di una parabola a tratti comicamente perversa e a tratti inquietante, dall’andamento sempre più imprevedibile.

 

Un film lungo, impegnativo, ipnotico, da vedere decisamente sul grande schermo.

 

La triade dell’amore si chiude con un una vera e propria fiaba: The shape of water (La forma dell’acqua) diretto da Guillermo Del Toro, che ha collezionato ben tredici candidature, tra cui la seconda consecutiva come miglior attrice non protagonista per Octavia Spencer.

 

Una fiaba bellissima da vedere, che sposa la mitologia e la fantascienza, lo spionaggio e la love story.

 

In un’America bifronte, lacerata dalla guerra fredda, dove gli uomini di successo guidano Cadillac color carta da zucchero e nei meandri dei laboratori segreti si testano nuove armi contro la minaccia russa, si svolgono esperimenti su una creatura anfibia e misteriosa, un Dio per i popoli dell’Amazzonia, un mostro o una potenziale arma da studiare per chi lo ha in ostaggio.

 

E’ Eliza, eroina muta, moderna Cenerentola, con tanto di secchio e straccio (Sally Hawkins, candidata miglior attrice), a stringere con questa creatura una relazione silenziosa, fluida e trasparente come l’acqua, elemento continuamente evocato da Del Toro, che sembra rappresentare la sostanza stessa di entrambi questi esseri, a loro modo diversi dal resto del mondo che li circonda e l’uno dall’altro, di una diversità che i loro occhi non sembrano però cogliere.

 

In qualche modo “diversi” sono anche i loro aiutanti, l’amica e collega nera di Eliza (Octavia Spences) ed il pubblicitario, omosessuale e discriminato, suo vicino di casa (Richard Jenkins, anche lui in corsa per una statuetta, quella di miglior attore non protagonista), che combattono insieme a Zelda la loro lotta serrata con un feroce eroe cattivo (Michael Shannon).

 

In un continuo di citazioni cinematografiche e disneyane, questa fiaba dalla fotografia incantevole e suggestiva, utopica e favolosa (altra candidatura è andata al film proprio per la migliore fotografia), tiene incollati per due ore intere al grande schermo e non delude le aspettative.

E’ in un certo senso una dichiarazione d’amore anche The post, diretto da Steven Spielberg, con protagonisti Meryl Streep (che con la ventunesima candidatura come miglior attrice raggiunge un vero e proprio record) e Tom Hanks.

 

Una lettera d’amore al mestiere del giornalismo, quello fatto con serietà, dedizione, sacrificio, che impone di mettere in gioco tutto, che non serve chi governa, ma chi viene governato, che non si inchina al potere e fugge dai servilismi.

 

Attraverso la crescita umana e professionale di Katharine Graham (la Streep nel film), che riscopre la passione per un ruolo che ha ereditato quasi per caso - quello di direttrice del giornale di famiglia, il Post - e la determinazione del suo capo redattore Ben Bradlee (interpretato da Tom Hanks) a far assumere a giornale una tiratura e una fama nazionale, si sviluppa un film di amore e lotta per la verità, che suona già come un classico prima ancora di diventarlo e nobilita il giornalismo come “prima bozza della storia”, assumendo una linea politica ben precisa proprio nel momento in cui la campagna contro la stampa, specie da parte dell’attuale amministrazione americana ma non solo, si fa più intensa.

 

Un monito ai giornalisti a resistere e perseguire la propria missione, ai governatori ad agire nella consapevolezza di dover rendere conto, prima o poi, delle loro azioni.

 

Parlano degli stessi eventi, visti da prospettive completamente diverse, altre due pellicole, entrambe candidate in varie categorie, compresa quella per il Miglior Film: Dunkirk, l’ultimo lavoro di Christopher Nolan e The darkest hour di Joe Wright.

 

 

Dunkirk, candidato ad otto statuette, è ambientato durante la Seconda Guerra mondiale e narra della sanguinosa evacuazione dei soldati inglesi schiacciati tra l’esercito tedesco e l’oceano, nelle immense spiagge francesi di Dunkerque.

 

 

Non un assordante film di guerra, ma di sopravvivenza e di silenzi: le parole pronunciate dai soldati che guardano all’altra parte della Manica sotto una pioggia di bombe nemiche, a pochi chilometri da casa e pure apparentemente abbandonati al loro crudele destino, sono poche. Il film è tutto fatto di attesa, silenzi, speranze soffocate, in un crescendo di tensione da togliere il fiato, da far sussultare ad ogni nuovo tentativo di fuga fallito.

 

Un bel film, di angoscia e rinascita, dagli impressionanti effetti speciali e sonori che non ne soffocano la vena poetica e introspettiva.
Proprio dall’altra parte della Manica, a muoversi in una fumosa e umida Londra, c’è Churchill, lo stesso interpretato da un irriconoscibile Gary Oldman (nominato come miglior attore, uno dei favoriti), in The darkest hour.

 

Ph: Jack English / Focus Features

A metà tra una lezione di storia e una schietta biografia, il film di Wright dà consistenza a Winston, l’uomo, oltre che al Churchill gigante della politica: a tratti scivolando nella retorica della strategia politica, a tratti pennellando in chiave assolutamente prosaica e per certi versi grottesca, con i suoi sigari, il suo brandy e i suoi eccessi d’ira, un Churchill ormai avanti con gli anni, ma forte e fiero come una vecchia quercia.

 

Quello che resta è un bel ritratto in chiaroscuro, interpretato magistralmente da Oldman, di un uomo che ha fatto la storia.

 

Attraversando le grandi prospettive sociali e politiche di The Post, Dunkirk e The darkest hour, si giunge alla più ristretta dimensione geografica di un piccolo paesino del Missouri con Three billboards outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) di un pazzo (deve necessariamente esserlo per aver creato un film simile) Martin McDonagh.

 

 

 

Una fantastica commedia nera arrabbiata, irriverente, cattiva e senza peli sulla lingua, che si è meritata tutte le sette nomination che ha ricevuto, a partire da quella come miglior attrice di Frances McDormand, madre incazzata (mi perdonerete il francesismo, ma BISOGNAVA usarlo per parlare del personaggio di Mildred) e ferita, che grida di dolore e rabbia e fa appendere tre enormi manifesti lungo una strada secondaria della cittadina americana di Ebbing, chiedendo conto allo sceriffo degli scarsi risultati dell’indagine sulla morte della figlia, stuprata e uccisa.

 

Nel più profondo midwest americano, polveroso e violento, agiscono personaggi complessissimi e ricchi di chiaroscuri, protagonisti di un film scorrettissimo e umano, in cui non c’è spazio per nessuna forma di buonismo e le gerarchie di valori si confondono: il bene e il male vedono sfumare i loro confini, la compassione è soffocata dal rancore e la malattia e la morte sono trattate senza guanti bianchi, descritte in tutta la loro drammaticità, senza smancerie né delicatezze.

 

Esilarante e forte, a suo modo monumentale, il film è un pugno nello stomaco che ci ricorda che siamo umani.

 

Se Tre manifesti a Ebbing parla di una madre assolutamente fuori dal comune, Lady Bird, commedia di Greta Gerwig, parla di una adolescente altrettanto speciale, Christine McPherson alias “Lady Bird”, interpretata da Saorise Ronan, classe 1994, che ha ottenuto la candidatura come miglior attrice, essendo già entrata nella top ten delle più giovani candidate di sempre quando nel 2008 fu candidata come miglior attrice non protagonista per Espiazione.

 

Con un successo di pubblico assolutamente ragguardevole – ha ottenuto uno straordinario 99% di recensioni professionali positive su Rotten Tomatoes – e a mio modestissimo avviso assolutamente eccessivo, il film racconta con leggerezza e brio l’adolescenza di una giovane studentessa cresciuta nella periferia di Sacramento sognando l’East Coast, in trepidante attesa di spiccare il volo e lasciarsi alle spalle il nido della sua casa “al di là della ferrovia, dove vivono i poveri” e di una città che odia e ama.

 

Senza particolari sprazzi di originalità creativa o profondità psicologica, anzi ispirandosi spesso ai tipici cliché adolescenziali americani (secondo lo schema: abbandono amica bruttina e sovrappeso - amicizia con mean girl bella e popolare – amaro pentimento e ritorno sui propri passi blablabla), va ammesso che il film racconta con fare leggero e con un sorriso indulgente la storia di un’adolescente che cerca la propria forma attraverso i primi amori, le nuove amicizie, lo scontro con i genitori e la ricerca della propria strada.

 

 

 

Una nota di merito va al cast che, insieme a Laurie Metcalf, candidata come miglior attrice non protagonista nel ruolo della madre di Lady Bird, si compone di attori giovanissimi e talentuosi, alcuni prestati a film di grande successo degli ultimi tempi, come Lucas Hedges, classe 1996 e candidato già lo scorso anno come miglior attore non protagonista per Manchester by the sea, o Timotée Chalamet, classe 1995 e candidato come miglior attore nella presente edizione degli Oscar per Call me by your name.

 

Al termine di questa breve rassegna, resta un solo film candidato per la categoria Best Picture, che potrebbe essere il primo di ascendenza horror ad ottenere l’ambita statuetta: Get out (Scappa!) scritto e diretto da Jordan Peele, col merito di aver ottenuto un enorme successo di incassi con un film assolutamente a basso costo, e interpretato da Daniel Kaluuya (candidato come miglior attore) e Allison Williams.

 

 

Con un thriller/horror dalle sfumature comiche, con una trama che evoca apertamente quella di un grande classico del cinema americano come Guess who’s coming to dinner? (Indovina chi viene a cena), Peele affronta in modo inedito e sfacciato il problema del razzismo, facendosi portavoce di una critica sociale efficace e pungente nella sua ingegnosità e originalità, con un film che il critico Armond White di National Review ha argutamente definito “an Obama movie for Tarantino fans”.

 

Un film che fa paura non tanto in sé, quanto nel messaggio che veicola, mettendo in luce la xenofobia sommersa e il perpetuarsi dell’odio etnico e razziale in un’America in cui, in decenni di lotta per i diritti civili, tutto sembra cambiato, ma molto è rimasto com’era a Selma, prima di quel famoso e sanguinoso 7 marzo 1965.

 

Beh, spero che con questa rassegna abbiate trovato l’ispirazione necessaria per affrontare la lunga notte degli Oscar, non vi resta che prendere le ferie domani e accomodarvi sul divano…lo spettacolo inizia tra poche ore!

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