CONSIGLIATI E SCONSIGLIATI DAL MAGO: The Square vs Suburbicon

Il direttore di un museo di arte contemporanea svedese, in procinto di lanciare una nuova mostra a Stoccolma, si trova ad essere derubato del cellulare ma, dopo essersi messo sulle tracce del rapinatore, vede la sua stessa esistenza precipitare in un vortice di insensatezza ed assurdità al quale risulta difficile dare un senso.

 

 

 

 

 

 

Nella cittadina di Suburbicon, assolato paese americano degli anni '50, dove la vita scorre agiata e serena, l'arrivo di una coppia di colore porta scompiglio nelle menti di una popolazione tanto ottusa quanto cattiva.

 

All'apparenza le trame di questi due film hanno poco in comune ma, ad un occhio attento, si possono ravvisare elementi di continuità tra The Square, film svedese Palma d'Oro a Cannes, e Suburbicon, ultimo lavoro registico di George Clooney - tratto da una sceneggiatura dei fratelli Coen.

 

 

 

Iniziando proprio dal film di Clooney è d'obbligo precisare che la narrazione trae spunto da un fatto realmente accaduto: intorno agli anni '40, infatti, in diversi stati d'America sono state edificate cittadine pensate per accogliere i reduci della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, i complessi di Levittown (così erano chiamate queste cittadine) erano destinati solo a persone di razza caucasica, perciò l'introduzione a fine anni '50 di una famiglia di afroamericani in una di queste cittadine ha suscitato profondo malumore, innescando una spirale di violenze e discriminazioni che ne hanno fatto una perfetta rappresentazione della società americana sempre così profondamente divisa tra chi accoglie e chi mette all'indice.

 

 

Il problema del razzismo è nato con gli Stati Uniti e con la loro stessa società multietnica ma i Coen, sfruttano la loro tagliente ironia nera e architettano una trama che, nell'inarrestabile degenerare della situazione mette in risalto come, talvolta l'elemento di disturbo non sia tanto ciò che consideriamo diverso ma ciò che, invece, ha le nostre stesse sembianze. E da qui l'ipocrisia della gente di non voler vedere ciò che è malato e perverso solo perché legato a qualcuno che appare familiare.

 

 

Il nodo di raccordo con il film di Ruben Ostlund è proprio l'ipocrisia che conduce a non vedere ciò che è sotto il naso di tutti: la diseguaglianza sociale.

 

 

Isolato nel suo ovattato ed irraggiungibile universo artistico, popolato di strani artisti e ricchi anfitrioni, Cristian ci appare un personaggio pavido e debole, un pappamolla. Ostlund è particolarmente sottile nel fare precipitare la sua esistenza, come già aveva nel precedente Forza Maggiore. Ma se in quel caso l'elemento che aveva scatenato la crisi era una valanga, in questo caso è il furto di un cellulare a portare il protagonista a confronto con una parte della società che non comprende e, quindi, teme.

 

 

Ostlund non usa l'ironia dei Coen, è più algido nel sottolineare il modo di pensare tollerante e, per certi versi, politically correct della società svedese e lo fa scegliendo come punto di osservazione la prospettiva di un'enclave impenetrabile e difficilmente comprensibile nei suoi canoni comunicativi come quella artistica. E, in tal modo, fa emergere con gradualità la vena razzista e intollerante che Clooney ed i Coen sbandierano fin dal principio del film.

 

 

Entrambe le pellicole sono ben dirette ma mentre Suburbicon manca di un certo mordente, nonostante anche la bravura degli interpreti e la solidità registica, lo stile di The Square colpisce molto più a fondo. La regia di Ostlund è elegante e il ritmo del film si adagia facilmente sulle cifre nordiche ma, non per questo, manca di efficacia. La scena dell'entrata in scena dell'uomo-scimmia è particolarmente riuscita ed emblematica dei contenuti di una pellicola che centra in pieno l'obiettivo.

 

 

THE SQUARE -> VOTO: 7

SUBURBICON -> VOTO: 5

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