Claudio Lolli | Addio al menestrello del passato dimenticato dal presente

C'erano quegli anni di fuoco e di sogni; si voleva urlare, cantare al mondo quello che non ci andava. Claudio Lolli era uno di quei menestrelli, poeti della strada, con una voce rauca quasi impastata, ma era educato, nonostante tirasse bombe di parole e ritmi tormentati, che hanno fotografato un'Italia che cambiava, mutava e protestava.

 

 

 

 

Da Bologna, fucina di musicisti sopraffini, Claudio si è affermato nei primi anni 70', grazie alla sua voglia di osare e cantare in modo diverso la nostra Italia popolare.

 

 

"Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia, non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia" - "Borghesia" da Aspettando Godot del 1972.

 

 

 

 

La lotta era viva, nel suo pieno con un '68 sbocciato, ma nell'anima dei ragazzi dell'epoca mai esaurito. Nel 1972 i tumulti di quegli anni di ferro erano solo agli albori. Bologna bolliva di sommosse e riunioni segrete, i cantautori tra il bar, le piazze e le strade, cantavano quei momenti di sogni e drammi.

 

 

"È vero che non ci capiamo,che non parliamo mai in due la stessa lingua e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare e non facciamo mai niente"- "Ho visto gli zingari felici" dall'omonimo album del 1986.

 

 

 

 

Un brano illuminato, con un sound pieno di sfumature, di progressive, di blues e della magia del sax, che illumina le parole di Claudio Lolli.

 

 

Forse noi tutti dovremmo rileggere questi testi così profondi aldilà dei colori politici ormai dimenticati e senza valore, ma solo per vedere quanto sono attuali, perché le tematiche di ieri sono anche quelle di oggi: ci lamentiamo sempre e ascoltiamo poco.

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