Le Streghe di Lenzavacche: luci nell’oscurantismo

Nella vita di ognuno dovrebbe esserci almeno un’amica che sia anche musa ispiratrice delle proprie letture. Io ho la fortuna di averne una di lunga data; oggi ci sono un oceano e un continente fra di noi, ma non importa perché non viene comunque mai meno alla sua vocazione di musa.

 

 

 

 

E’ grazie a lei che ho conosciuto Le streghe di Lenzavacche, piombate a casa mia, un pomeriggio di Agosto qualsiasi, in un grande pacco pieno di libri; libri coraggiosi, rigorosamente di donne.

 

 

E’ stato provvidenziale.

 

 

Innanzi tutto perché, dopo un lungo periodo di pausa forzata dai miei amati libri, ero in cerca di ossigeno, di mondi in cui tornare a perdermi; ero affamata.

 

 

Poi, perché la biografia dell’autrice, Simona Lo Iacono, mi ha illuminata: magistrata, scrittrice, volontaria in carcere dove tenta con il teatro, la letteratura, la cultura di arrivare là dove il diritto nudo spesso fallisce, nel rieducare, nel reinserire, nell’integrare chi è ai margini.

 

 

 

Da ultimo, perché avevo bisogno di sentirmi raccontare questa storia: avevo bisogno di riuscire ancora a credere nella resistenza della cultura, dei libri, dell’amore, della diversità in un mondo che mi sembra vada imbarbarendosi, che mi sta ogni giorno un po’ più stretto, che mi sembra tenda sempre più ad un’omologazione asfissiante, imposta, violenta; un mondo che spesso mi atterrisce.

 

 

E’ il 1938 a Lenzavacche, un minuscolo paese della Sicilia in cui a tutti è concesso peccare a patto che non si dia nell’occhio e al contempo ognuno è giudice sommo e inappellabile di moralità e buon costume. Il regime fascista entra strisciando nelle scuole, dove gli alunni in completo nero cantano canzoni patriottiche di guerra e conquista, marciando come soldatini.

 

 

Ma in paese arriva un maestro forestiero, che cerca inquieto qualcosa di sé e crede nel potere dei libri e della cultura; con le sue storie incanta gli alunni e fa paura alle istituzioni, seminando germogli di libertà e fantasia in quei soldatini tutti uguali.

 

 

E’ il 1938 e a Lenzavacchevive Felice, bimbo vivace e sempre sorridente, sfortunato e imperfetto, che è nato nel bel mezzo di in un regime che idolatra la perfezione fisica e che cresce in anni in cui essere imperfetti è una colpa da scontare con l‘isolamento - ché un bimbo legato ad un palo per stare dritto non può che essere un rigurgito del demonio.

 

 

Felice è figliodi una stirpe di donne sole, di una dinastia di femmine reiette, tacciate come streghe nel 1600, innamorate dei libri, mogli senza sacramenti di uomini amati visceralmente e senza regole, curatrici sempre alla ricerca di erbe e unguenti, animi romantici che guardano le stelle e leggono auspici nei cocci rotti, emarginate dalla società e tutt’uno con gli spiriti e la natura che le circonda.

 

 

Donne piene di risorse e risolute che si ingegnano per alleggerire la vita greve che è toccata in sorte a Felice, perfettamente consapevoli che “la normalità è solo questione di postazione, e che varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo, dei sacchi di sabbia sotto i quali abbassiamo la testa, di dove miriamo quando sbuchiamo un attimo allo scoperto”.

 

 

La Lo Iacono tratteggia e intreccia le vite scomode del maestro Mancuso e di Felice, di sua madre Rosalba e della nonna Tilde con una prosa che qualche volta sembra attingere nel lessico e nello stile alla poesia; crea un’alchimia magica tra passato e presente, ripercorrendo il filo sottile che lega la persecuzione delle streghe al fascismo; trova, ora come allora, luci che brillano nell’oscurantismo, alimentate del fuoco sacro che brucia nei libri.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Le streghe di Lenzavacche

AUTORE: Simona Lo Iacono

EDITORE: edizioni e/o

ANNO: 2016

PAGINE: 151

PREZZO: 15

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