Io non mi chiamo Miriam: nel lager del pregiudizio

Questa mia estate è stata densa di libri. Mi sono lasciata travolgere da una carrellata assolutamente eterogenea di storie; ho conosciuto decine di personaggi, ne ho odiati alcuni, di altri mi sono innamorata, ho pianto insieme a qualcuno di loro.

 

 

Dei libri popolati da quest’ultima categoria di personaggi, delle storie che ho letto attraverso le lacrime, dissimulando, col groppo alla gola, gli occhi arrossati, non mi sento mai del tutto pronta a parlare. Provo un’irrazionale reticenza, come se mi stessi forzando a raccontare il segreto che un amico ha confessato a me sola.

 

 

 

Ph credit: Libreria Mondadori di Augusta - Fb

 

 

 

Per questo oggi ho difficoltà a trovare le parole per descrivere "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson. Non solo per il terrore di banalizzare un romanzo che affonda, con una profondissima forza empatica, le mani nella melma di uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa, la deportazione nei campi di sterminio, ma anche e soprattutto perché ho la spiacevole sensazione di violare una confessione.

 

 

Perché tutto il libro è la confessione soffertissima e intima di Miriam, un’elegante signora ebrea svedese che, nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, è sopraffatta dal desiderio di dar voce, dopo anni di silenzio, ad un demone potente e vivo, sepolto nella sua memoria.

 

 

Il dolore di essere privati della propria umanità nei lager.

 

Un dolore che si rinnova nell’anima di Miriam ogni giorno, costretta ancora e ancora, anche dopo essere stata liberata dall’orrore del campo di concentramento, a rinnegare la propria stessa identità per sopravvivere in un mondo che, nonostante la caduta di Hitler, resta feroce per quelli che sono nati della razza sbagliata, per quelli come lei.

 

 

Dolorosamente Miriam svela il suo passato, pronuncia il suo vero nome e si concede, dopo anni di diffidenza e paura, di ricordare le sue origini e la sua famiglia e di raccontare la sua vera storia.

 

 

La storia di Malika, una giovanissima ragazza rom, sopravvissuta ai campi di concentramento rubando l’identità di una coetanea ebrea morta accanto a lei, in un treno merci tra Ravensbruck e Auschwitz.

 

 

Sopravvissuta alla fame, alla sete, alle botte, alla barbarie delle SS, alla privazione di qualsiasi dignità umana, alla morte dei fratelli, alla negazione di sé e, infine, costretta a sceglie di negarsi ancora, di soffocare i ricordi e la sua stessa identità per poter iniziare una nuova vita in una Svezia ospitalissima verso la nuova Miriam, dove Malika, con l’incancellabile tara di essere nata rom, sarebbe stata ancora perseguitata.

 

 

Io non mi chiamo Miriam ha la forza di raccontare una storia che va oltre l’orrore dei lager.

 

 

L’inferno della ghettizzazione di intere etnie, dei rastrellamenti, della segregazione, dei campi di lavoro e delle camere a gas è descritto attraverso gli occhi di Miriam, con un coinvolgimento che è lontanissimo dal senso di straniamento e alienazione che spesso prende lo stomaco e la mente leggendo i racconti dell’Olocausto, dando voce ad una disperazione che resta sempre umana e tangibile.

 

 

Ma non c‘è solo il pianto e lo stridore di denti di uomini trasformati in scheletri, senza dignità né nome di cui, già dai tempo della scuola, siamo abituati ad avere (mai a sufficienza, sembra) orrore.

 

 

C’è un altro inferno in Io non mi chiamo Miriam, più subdolo: l’inferno di chi è costretto a vivere in un lager la propria intera vita, di chi è e sarà sempre un corpo estraneo in un paese straniero, di chi porta su di sé il peso del pregiudizio ereditato nei secoli dei secoli dalla propria stirpe.

 

 

E’ l’inferno di chi vive lacerato tra l’orgoglio delle proprie origini e la paura di potersi raccontare, costretto ogni giorno a guardarsi le spalle; degli ultimi tra gli ultimi; di chi deve sopravvivere non solo ai carnefici, ma anche alle altre vittime, che nella comune sventura non disdegnano, se possono, di diventare esse stesse aguzzini.

 

 

Un inferno in cui nessuno è davvero innocente e dove quest’anziana signora dell’alta borghesia svedese, che non è mai stata davvero ebrea né può dirsi più realmente rom, è riuscita a ritagliare un precario paradiso, naturalmente grata di essere stata salvata e intimamente consapevole che ad aver ricevuto in dono la speranza di una nuova vita è stata Miriam, quando Malika sarebbe solo potuta soccombere.

 

 

Sì, trovare le parole per parlare di Io non mi chiamo Miriam non è stato semplice, ma mi è sembrato doveroso: il 5 settembre 2018 ricorrevano ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia.

 

 

Ottanta, il tempo di una sola vita, eppure ho la sensazione che nessuno di noi sia mai davvero immune dal rischio di ritrovarsi, un giorno all’improvviso, carnefice.

 

 

Allora meglio sapere che vuol dire davvero vivere in un lager, sia esso fatto di cemento e filo spinato o di odio e pregiudizi.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Jag heter inte Miriam

AUTORE: Majgull Axelsson

EDITORE: Iperborea

ANNO: 2016

PAGINE: 576

PREZZO: 19,50

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