Fondamentalisti riluttanti e integralisti presuntuosi: Mohsin Hamid

"Il fondamentalista riluttante" di Mohsin Hamid è stato per me come un piccolo terremoto. Un libro scomodo, che ha fatto traballare in profondità le coordinate lungo cui ero abituata a muovermi.

 

 

 

 

Non sono sicura che le fondamenta delle mie prospettive si siano ancora del tutto assestate, ma scrivere per consigliare questo libro (che fa crollare qualche certezza e pone un sacco di domande) è una delle prime cose che ho avuto il desiderio di fare – poi saper rispondere a queste domande è tutto un altro paio di maniche.

 

 

Se ho amato molto il libro nel suo complesso, non ho amato altrettanto l’espediente narrativo, originale sì, ma a tratti un po’ forzato per i miei gusti. Changez, giovane pakistano dalla barba fluente con un passato da squalo, come analista finanziario, a New York, incontra per caso (?) in un caffè di Lahore un misterioso americano.

 

 

In un lungo dialogo, che a ben vedere ha una sola voce, Changez racconta la propria storia: una storia di emigrazione, di integrazione e disintegrazione.

 

 

La partenza dal Pakistan con una borsa di studio per Princeton, i risultati scolastici sorprendenti, l’arruolamento tra le fila di una spregiudicata società di consulenza finanziaria newyorkese, i viaggi di lavoro in prima classe attraverso i continenti e l’amore tragico, dai tratti sempre più patologici, per Erica, una creatura fragile e inafferrabile.

 

 

Poi l’11 settembre, i poliziotti agli angoli delle strade, le bandiere americane che invadono Manhattan, gli sguardi diffidenti, qualche insulto per strada riservato a chi mostrasse di appartenere ad una razza sospetta, la produttività che cala e la barba che cresce insieme al senso di disagio e, infine, il velo che cade, svelando la realtà di essere al soldo di un esercito nemico durante una vera e propria guerra economica globale.

 

 

Gli equilibri mondiali traballano, l‘America invade l’Afghanistan e tra Pakistan e India sembra stia per scoppiare un conflitto atomico, e con essi traballa la vita di Changez, le sue certezze, i suoi affetti.

 

 

Il promettente figlio di una prestigiosa università americana, che guadagna un ragguardevole salario da una società americana, perdutamente innamorato di una giovane donna americana inizia a provare un sottile senso di compiacimento davanti al simbolo di un’America il cui predominio indiscusso sul mondo è messo in discussione.

 

 

Changez guarda la dinamica perversa che travolge la società statunitense e scuote il mondo intero, con gli occhi di un ex mercenario:

 

 

“Mi sembrava […] che gli Stati Uniti non facessero altro che affettare una posa. In quanto società, non eravate affatto disposti a riflettere sul dolore condiviso che vi univa a coloro che vi avevano attaccato. Vi trinceravate nel mito della vostra differenza, nella presunzione della vostra superiorità. E ostentavate tali convinzioni sul palcoscenico del mondo, così che l’intero pianeta fosse scosso dalle ripercussioni della vostra collera, non ultima la mia famiglia, sull’orlo di una guerra a migliaia di chilometri di distanza”.

 

 

La parabola di questo giovane fondamentalista riluttante getta un’ombra sull’idea di integrazione a cui io stessa, per prima, ho sempre creduto che una società dovesse aspirare – per chi voglia approfondire l‘argomento, vorrei consigliare un interessantissimo intervento di Michela Murgia, trovate qui il link: La presunzione delle cose integre.

 

 

Hamid sembra costringerti a spostare il fuoco, a guardare oltre le certezze e chiederti: cos’è davvero l’integrazione? Quale presunzione è insita nel concetto di “integrare” qualcuno in una società che si presume a sua volta “integra” e dunque “perfetta”? E’ possibile per chi emigra integrarsi senza tradirsi e per i Paesi che sono meta di emigrazione integrare chi arriva senza tradire se stessi? Quali sono i limiti entro cui si può esigere che l’altro si integri? Che sacrificio di sé si è disposti a celebrare sull’altare dell’integrazione? Come si convive in pace, se davvero vogliamo ammettere che l’integrazione celi sempre, in qualche misura, un tradimento?

 

 

Appena finito di leggere "Il fondamentalista riluttante" ho cominciato a cercare affannosamente risposte a queste domande, arrancando tra le macerie di qualche certezza, forse già malferma, crollata - come chi cerca di tornare disperatamente dove si tocca dopo essersi allontanato, senza essersene accorto, dalla riva.

 

 

Poi ho respirato profondamente: probabilmente neanche il fondamentalista riluttante di Hamid, neanche la Murgia con la sua analisi a mia avviso così lucida, neppure loro hanno queste risposte.

 

 

Ma di una cosa sono certa: che il torto più grande che sì fa alla nostra intelligenza al giorno d’oggi è cercare di semplificare a tutti i costi realtà tutt’altro che semplici, appiattire problemi complessi e fare i salti mortali per contenerli nelle dimensioni di un tweet.

 

 

Quindi semplicemente fare i conti con l’immensità dei problemi che affliggono la nostra società, contemplarli e interrogarsi sulla loro portata mi sembra sia già un passo decisivo per trovare soluzioni, o quantomeno capire che è necessario cercarle.

 

 

Ecco perché "Il Fondamentalista riluttante" è un libro da leggere, assolutamente, urgentemente.

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: The reluctant fundamentalist

AUTORE: Mohsin Hamid

EDITORE: Einaudi

ANNO: 2008

PAGINE: 134

PREZZO: 9.50

CONSIGLIATO A: chi non ha paura di guardare in faccia problemi che, a spiegarli, non entrano in un tweet

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