Il pianeta delle scimmie | Senza nome, senza amore: il futuro è guerra

Amo tutti i film con delle scimmie a cavallo, questo va detto sin da subito. Paradossalmente però il mio preferito della saga di "Planet of the Apes", è quello dove non ci sono scimmie a cavallo: il terzo capitolo, "Escape From the Planet of the Apes" del 1971, diretto da Don Taylor.

 

 

Al di là dei benefici economici riferiti al risparmio nel girare in "tempi moderni", la terza installazione del franchise si rivela presto essere una storia d'amore. Una storia d'amore biblica, tra genesi e preistoria, tra industria e rivoluzione di classe. La "prima" famiglia qui ritratta in posa patriarcale classica (messa sul poster incuteva timore per l'evidente qualità perturbante) è una neo-sacra famiglia che dissacra le figure a cui ovviamente si ispira, sostituendole con la fisicità dei scimpanzè evoluti (l'importanza del linguaggio è un punto fermo della saga) ed evocando un apocalisse incombente sigillata dalla natura umana. Loro avranno il compito profetico di rendere coerente il futuro con il presente, il fantascientifico con il quotidiano industriale. Rappresentano in questo capitolo prima una visione pre-apocalittica che disperatamente cerca di trattenersi, poi l'ineluttabile.

 

 

 

 

"Escape from the Planet of the Apes" è la storia di Zira e Cornelius, i quali, lontani dal loro ruolo nei primi due film, incarnano tutto il significato dell'opera per poi cederlo in eredità al piccolo Milo, presto conosciuto e temuto con il nome di Caesar. I nuovi film non hanno capito nulla, hanno ristabilito un linguaggio parafrasando un po' ovunque, come lo splendido monologo di Cornelius sullo "storico NO" dello scimpanzè Aldo, che in Rise of the Planet of the Apes viene pronunciato da neo-Caesar in un contesto drasticamente differente, mancando non di poco il bersaglio e sostituendo il contenuto politico con l'intrattenimento esplosivo (in pratica facendo tre film costruiti su una buona parte di Conquest of the Planet of the Apes, mentre il resto è solo citato in superficie).

 

 

La prima parte di Escape si abbandona alla gioia dell'utopia con tanto di intermezzi molto divertenti che riprendono tra l'altro la visione paradossale di Rod Serling (lo scimpanzé in giacca e cravatta). Poi il film cede al peso della realtà lasciando entrare in scena la chiusura culturale in cui l'uomo si è rifugiato, l'intolleranza e l'impossibilità di convivere con noi stessi, figuriamoci con una qualsiasi alterità. Per la terra l'unica risposta è Planet of the Apes, non ci sta salvezza e il finale ci lascia con il piccolo Milo che chiama sua madre e un futuro che inevitabilmente si configurerà come pre-destinato.

 

 

Tanto da dire su questo film, sui suoi simboli, sui suoi rimandi culturali, sul suo peso politico....ma forse quello che risulta più sconcertante è l'attualità che ancora emana. Parla alla generazione del 1971 come a quella del 2019, senza distinzione. L'unico motivo di redenzione per l'uomo risiede nella figura di "Armando" (Montalban in uno dei suoi iconici ruoli) e quindi del circo, che auto-condannandosi solennemente trae in salvo il piccolo Milo dalla società, un atto che di per sé fa eco ad alcune soluzioni dell'opera manifesto di Herbert Marcuse "L'Uomo ad una Dimensione". Milo è costretto per sopravvivere nella società a convivere con gli emarginati, i circensi, gli artisti, i folli. Milo è costretto a cambiare nome e a "mascherarsi". Senza "mamma", senza nome, senza amore, il futuro è guerra. Benvenuti nel pianeta delle scimmie.

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