Noi (Us) | L’apocalisse di Jordan Peele

Dürrenmatt diceva che il grottesco possiede la crudeltà dell'oggettività. Da non confondere con l'arte dei nichilisti, ma piuttosto con quella dei moralisti: "non l'arte della muffa, ma del sale". Lo stesso grottesco è trattato da Peele, che restituisce dignità e stratificazione sociale ad un genere che si era appisolato scordando di possedere "Il Tallone di Ferro", proprio quello di cui scriveva Jack London narrando distopie moderne.

 

 

 

 

"Noi (Us)" è su quella schizofrenia che siamo noi, confusi tra loro ed altri in immagini evocative che impacciatamente ambiscono a farci scendere nella tana del bianconiglio. Peele, ripescando il tema del doppio, ci racconta una versione dell'apocalisse con i colori della rivolta e i tratti dell'esaurimento ideologico e fisico dinanzi al totale distacco di una società chiusa in se stessa, mentre da qualche parte un altro noi vestito di rosso (ops!) inizia ad emergere reclamando giustizia sociale.

 

 

 

 

La catena (al pubblico statunitense dovrebbe ricordare l'evento Hands Across America) degli incatenati, un nuovo noi che al noi vecchio pareva un loro, senza più maschere, ma puro istinto rivoluzionario risorto.

 

 

"Perciò dice il Signore: ecco, faccio venire su di loro una sventura alla quale non potranno sfuggire. Allora grideranno verso di me, ma io non li ascolterò". (Geremia 11 : 11)

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