Alla ricerca del classico perduto, ecco a voi la famiglia Karnowski!

Cari amici lettori, non so voi, ma io devo confessare che ogni tanto mi viene una gran voglia di quello che i detrattori potrebbero definire “un bel malloppone”, magari dopo aver guardato nelle abissali profondità dell’anima con Murakami (cliccate qui per leggere dell’Incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio) o aver viaggiato con i pirati di Stevenson (qui invece per l’Isola del Tesoro).

 

 

Allora vado alla ricerca di uno di quei bei romanzi corposi e solidi che ti riportano coi piedi per terra, un bel classico insomma.

 

 

E’ in uno di questi periodi che ho intercettato La famiglia Karnowski, di Israel J. Singer, ed è stato – tanto per restare in tema con la tradizione giudaica - come manna dal cielo.

 

 

 

 

Questa monumentale saga familiare ha infatti tutti i connotati del grande classico: traccia la storia di tre generazioni di una famiglia ebraica, accompagnandone per ottant’anni, dal 1860 al 1940, l’incessante pellegrinare attraversando tre Stati - Polonia, Germania e America.

 

 

Come la storia dell’intero popolo ebraico, anche quella della famiglia Karnowski sembra rincorrere un destino precipitoso, ambiguo ma ineluttabile, sfuggente eppure necessario, alla costante ricerca della propria posizione nella società e nel mondo.

Un destino irrisolto, misterioso e frustrante, fatto di ambizione cieca e contraddizioni insanabili, che porta rapidamente all’affermazione sociale e di nuovo fa precipitare le sorti della famiglia, alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, mentre si allungano le ombre nere del nazismo.

 

 

Il capostipite dei Karnowski, David, fugge dallo shtetl polacco in cui è nato e dalla sua ortodossia. Forte del suo ineccepibile tedesco trascina con sé la famiglia, sul finire dell’800, in una Berlino che sta fiorendo culturalmente e promette modernità.

Qui David, rinnegando le proprie origini polacche, lotta per conquistare la posizione sociale che la sua cultura e levatura morale rivendicano, salvo poi, dopo tanto affanno, riscoprirsi solo in un Paese straniero.

 

 

E’ quando il figlio Georg, giovane ribelle poi medico stimato, al culmine dell’ascesa sociale dei Karnowski, si allontana dalla strada dell’ebraismo e sposa una cristiana, che David, “seduto nell’ampio studio colmo di volumi, constatava di essere l’ultimo della sua generazione”, che “nessuno avrebbe mai più aperto i libri che aveva raccolto. Quel grande mondo ebraico, tutto ciò che era stato accumulato in migliaia di anni, la saggezza, la sapienza, la tradizione per cui gli ebrei avevano versato il proprio sangue, che avevano difeso a costo della vita, tutto sarebbe caduto nell’oblio”.

 

 

Anche Georg tuttavia non sfugge al destino della sua gente e, mentre in quella stessa Berlino che era stata la promessa di un futuro brillante per i Karnowski si moltiplicano inquietanti episodi ai danni della comunità ebraica, egli stesso padre di famiglia, si riscopre più vicino a suo padre di quanto non sia mai stato e non può più nascondersi dall’amara consapevolezza che l’uomo non è libero “ovunque si volti ci sono ostacoli, rapporti da mantenere, credenze, usi, consuetudini. Si porta dietro l’eredità delle generazioni passate, come abiti vecchi di cui è impossibile sbarazzarsi […] Nonostante tutti i suoi sforzi per bandire dalla casa frottole e superstizioni, queste rientrano dalle porte e dalle finestre, dal camino”.

 

 

E allora anche lui è costretto a scappare a sua volta. Ancora un esodo per la famiglia Karnowski, ancora una volta un viaggio colmo di speranza, questa volta verso New York, sporca, affollata, indecifrabile.

E’ qui che la tensione di Georg con il figlio Joachim, per metà ebreo e per metà cristiano, portatore di una contraddizione lacerante e insanabile, esplode.

 

 

Le ombre del nazismo, che sembravano ormai lasciate alle spalle, incombono ancora sulla famiglia Karnowski ed è Joachim questa volta a fuggire, nel tentativo malato e disperato di riscoprirsi libero, libero da un padre che odia e ritiene colpevole del fatto stesso di essere nato ebreo, da una madre che ama, ma non riesce a perdonare per il solo fatto che ami suo padre.

 

 

Come se fosse possibile ritrovare la propria libertà semplicemente rinnegando una parte di sé.

 

 

La storia della famiglia Karnowski è un continuo esodo, nell’esodo che coinvolge tutto il popolo ebraico: una fuga di Stato in Stato, di città in città, dalla propria famiglia, da sé stessi e dalle proprie origini, alla costante e affannosa ricerca di una terra promessa, lungo le impervie strade di un destino che sembra già scritto.

 

 

Un’epopea in cui non manca niente del grande classico e che ricostruisce la storia di una famiglia, di un popolo e di tutto l’Occidente a cavallo di due secoli, regalandoci personaggi solidi, sfaccettati, contraddittori e monumentali.

 

 

Cosa vuoi di più da un classicone?

 

 


TITOLO ORIGINALE: Di mishpohe Karnovski

AUTORE: Israel Joshua Singer

EDITORE: Adelphi

ANNO: 1943

PAGINE: 498

PREZZO: 20

CONSIGLIATO A: chi è alla ricerca del classico perduto

Edoardo Nesi e il ricordo di un’estate (che doveva essere) infinita

I libri che non ho ancora letto mi osservano, appollaiati sulla libreria.

 

 

A volte restano lì per mesi, poi un giorno un viaggio, di quelli lunghi abbastanza da richiedere un bel malloppone di libro, per non rischiare che finisca troppo presto, lasciandomi tragicamente annoiata a guardare le nuvole dall’alto, attraverso il finestrino dell’aereo; ed ecco qui, scivola nella valigia "L’estate infinita" di Edoardo Nesi.

 

 

 

Un viaggio nel viaggio, nello spazio e nel tempo, quando all’inizio degli anni ’70 l’Italia sembrava vivere in un futuro che non doveva finire mai. L’estate infinita mi ha trasportata proprio lì, come un’efficientissima macchina del tempo, disegnandomi davanti agli occhi gli anni frenetici e audaci di un’Italia oggi svanita, che noi giovani non abbiamo fatto in tempo a conoscere.

 

 

Quando le vespe sfrecciavano, la radio gracchiava “la gloria imperitura di essere a-a-abbronzatissima” e paracadutini colorati, che portavano con sé un diluvio di prodotti nuovi di zecca, venivano lanciati sulla folla eccitata e sudaticcia che invadeva le spiagge toscane. Una folla che doveva solo correre e stendere la mano per vincere il bambolotto gonfiabile della Mucca Carolina, un bottiglione di Coca-Cola o un barattolo colmo di Nutella.

 

 

 

Una folla che “sa bene che ad esser regalata dal cielo non è la Mucca Carolina, ma l‘idea screanzata e umanissima che la vita possa essere la benzina dei sogni, e che i sogni non riguardano gli ideali – ah, gli ideali! – ma le cose, quel diluvio di prodotti nuovi e luccicanti che la radio e i giornali reclamizzano senza posa e la televisione apparecchia davanti agli occhi, e sono loro stessi a immaginare, progettare, fabbricare, costruire, rifinire, trasportare, vendere e, naturalmente, consumare.”

 

 

L’estate infinita descrive quell’Italia, che sembra così lontana, in cui bastava essere giusto un tantino audaci per allungarsi a cogliere il frutto del progresso; dove era possibile, per chiunque ne avesse il coraggio, coltivare il sogno di una vita di successo e raggiungerlo, quel sogno, magari spaccandosi le mani col lavoro, magari sporcandosele anche un po’, che tanto le tasse sono fatte per essere evase e le regole per essere aggirate!

 

 

Gli anni del progresso e dell’ascesa economica che hanno fatto grande il nostro Paese e la nostra industria, diranno alcuni. Gli anni degli eccessi e sprechi, gli anni del consumismo e della filosofia del “chiudere un occhio”, che hanno gettato le fondamenta instabili e vuote della nostra società, crollate poi sotto il peso di un progresso che, da sogno tutto italiano, si è trasformato nell’incubo della globalizzazione e poi della crisi, ribatteranno altri.

 

 

 

Che se ne pensi, sono anni evocati magistralmente da Nesi in un libro che è tante cose.

 

 

E’ il ritratto di una nazione nelle cui vene ribolle un sangue giovane ed ambizioso, della sua ascesa, che sembrava scontata e inarrestabile. E’ una saga familiare che traccia la storia di tre famiglie, che vivono all’ombra della catena montuosa più piccola del mondo, in una Toscana che vuol fare invidia ai milanesi: quella del Barrocciai, con il giovane Ivo che convince il padre ad investire nella costruzione di una fabbrica di tessuti, eccessiva e coraggiosissima; quella del Vezzosi, piccolo impresario edile che non esita, contagiato dall’entusiasmo del Barrocciai, a lanciarsi in imprese ardite e, spesso, ben al di là dei confini le proprie capacità; di Citarella che, emigrato dall’Irpinia a cercare fortuna, si spacca le mani per garantire un futuro brillante alla propria famiglia. E’ la storia personale, di formazione e crescita, di tanti personaggi, tutti protagonisti di questa Estate infinita: il Barrocciai con i suoi sogni di gloria; il Vezzosi, con i suoi vizi, la moglie Arianna, bella e sola, e il figlio Vittorio, che scopre i jeans strappati e l’amore, a cavallo della sua vespa; Citarella, così devoto alla moglie Maria, sulla cui spalle davvero si fonda la stabilità della famiglia intera.

 

 

Non so dire se sia la storia dell’Italia migliore o no, ma di certo è la storia di un’Italia coraggiosa, audace, innamorata, passionale, viziosa, affamata, fortunata e spregiudicata, colma di ambizioni e di una cieca, ancestrale, fiducia nel futuro.

 

 

Decisamente il libro che potrei consigliare per accompagnare un viaggio e far viaggiare.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: L’estate infinita
AUTORE: Edoardo Nesi
EDITORE: Bompiani
ANNO: 2015
PAGINE: 459
PREZZO: 19
CONSIGLIATO A: chi è curioso di conoscere i pregi e i difetti dell’Italia che è stata

Fondamentalisti riluttanti e integralisti presuntuosi: Mohsin Hamid

"Il fondamentalista riluttante" di Mohsin Hamid è stato per me come un piccolo terremoto. Un libro scomodo, che ha fatto traballare in profondità le coordinate lungo cui ero abituata a muovermi.

 

 

 

 

Non sono sicura che le fondamenta delle mie prospettive si siano ancora del tutto assestate, ma scrivere per consigliare questo libro (che fa crollare qualche certezza e pone un sacco di domande) è una delle prime cose che ho avuto il desiderio di fare – poi saper rispondere a queste domande è tutto un altro paio di maniche.

 

 

Se ho amato molto il libro nel suo complesso, non ho amato altrettanto l’espediente narrativo, originale sì, ma a tratti un po’ forzato per i miei gusti. Changez, giovane pakistano dalla barba fluente con un passato da squalo, come analista finanziario, a New York, incontra per caso (?) in un caffè di Lahore un misterioso americano.

 

 

In un lungo dialogo, che a ben vedere ha una sola voce, Changez racconta la propria storia: una storia di emigrazione, di integrazione e disintegrazione.

 

 

La partenza dal Pakistan con una borsa di studio per Princeton, i risultati scolastici sorprendenti, l’arruolamento tra le fila di una spregiudicata società di consulenza finanziaria newyorkese, i viaggi di lavoro in prima classe attraverso i continenti e l’amore tragico, dai tratti sempre più patologici, per Erica, una creatura fragile e inafferrabile.

 

 

Poi l’11 settembre, i poliziotti agli angoli delle strade, le bandiere americane che invadono Manhattan, gli sguardi diffidenti, qualche insulto per strada riservato a chi mostrasse di appartenere ad una razza sospetta, la produttività che cala e la barba che cresce insieme al senso di disagio e, infine, il velo che cade, svelando la realtà di essere al soldo di un esercito nemico durante una vera e propria guerra economica globale.

 

 

Gli equilibri mondiali traballano, l‘America invade l’Afghanistan e tra Pakistan e India sembra stia per scoppiare un conflitto atomico, e con essi traballa la vita di Changez, le sue certezze, i suoi affetti.

 

 

Il promettente figlio di una prestigiosa università americana, che guadagna un ragguardevole salario da una società americana, perdutamente innamorato di una giovane donna americana inizia a provare un sottile senso di compiacimento davanti al simbolo di un’America il cui predominio indiscusso sul mondo è messo in discussione.

 

 

Changez guarda la dinamica perversa che travolge la società statunitense e scuote il mondo intero, con gli occhi di un ex mercenario:

 

 

“Mi sembrava […] che gli Stati Uniti non facessero altro che affettare una posa. In quanto società, non eravate affatto disposti a riflettere sul dolore condiviso che vi univa a coloro che vi avevano attaccato. Vi trinceravate nel mito della vostra differenza, nella presunzione della vostra superiorità. E ostentavate tali convinzioni sul palcoscenico del mondo, così che l’intero pianeta fosse scosso dalle ripercussioni della vostra collera, non ultima la mia famiglia, sull’orlo di una guerra a migliaia di chilometri di distanza”.

 

 

La parabola di questo giovane fondamentalista riluttante getta un’ombra sull’idea di integrazione a cui io stessa, per prima, ho sempre creduto che una società dovesse aspirare – per chi voglia approfondire l‘argomento, vorrei consigliare un interessantissimo intervento di Michela Murgia, trovate qui il link: La presunzione delle cose integre.

 

 

Hamid sembra costringerti a spostare il fuoco, a guardare oltre le certezze e chiederti: cos’è davvero l’integrazione? Quale presunzione è insita nel concetto di “integrare” qualcuno in una società che si presume a sua volta “integra” e dunque “perfetta”? E’ possibile per chi emigra integrarsi senza tradirsi e per i Paesi che sono meta di emigrazione integrare chi arriva senza tradire se stessi? Quali sono i limiti entro cui si può esigere che l’altro si integri? Che sacrificio di sé si è disposti a celebrare sull’altare dell’integrazione? Come si convive in pace, se davvero vogliamo ammettere che l’integrazione celi sempre, in qualche misura, un tradimento?

 

 

Appena finito di leggere "Il fondamentalista riluttante" ho cominciato a cercare affannosamente risposte a queste domande, arrancando tra le macerie di qualche certezza, forse già malferma, crollata - come chi cerca di tornare disperatamente dove si tocca dopo essersi allontanato, senza essersene accorto, dalla riva.

 

 

Poi ho respirato profondamente: probabilmente neanche il fondamentalista riluttante di Hamid, neanche la Murgia con la sua analisi a mia avviso così lucida, neppure loro hanno queste risposte.

 

 

Ma di una cosa sono certa: che il torto più grande che sì fa alla nostra intelligenza al giorno d’oggi è cercare di semplificare a tutti i costi realtà tutt’altro che semplici, appiattire problemi complessi e fare i salti mortali per contenerli nelle dimensioni di un tweet.

 

 

Quindi semplicemente fare i conti con l’immensità dei problemi che affliggono la nostra società, contemplarli e interrogarsi sulla loro portata mi sembra sia già un passo decisivo per trovare soluzioni, o quantomeno capire che è necessario cercarle.

 

 

Ecco perché "Il Fondamentalista riluttante" è un libro da leggere, assolutamente, urgentemente.

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: The reluctant fundamentalist

AUTORE: Mohsin Hamid

EDITORE: Einaudi

ANNO: 2008

PAGINE: 134

PREZZO: 9.50

CONSIGLIATO A: chi non ha paura di guardare in faccia problemi che, a spiegarli, non entrano in un tweet

MURAKAMI, L’INCOLORE TAZAKI TSUKURU E LA MELASSA

Ogni volta che leggo qualcosa di Murakami Haruki ho la sensazione di muovermi in un mondo che ha la consistenza della melassa – sì dai, quella specie di caramello alla cannella dal sentore esotico che si trova nei biscotti di Tiger o dell’Ikea.

 

 

E’ una sensazione che deve essere in qualche modo legata all’anima dei giapponesi; l’ho ritrovata anche in Banana Yoshimoto e nei (pochi, ammetto) film giapponesi che mi è capitato di vedere.

 

E’ viscosa, non saprei spiegarla meglio, e resta sulla pelle anche quando chiudo il libro. Non è spiacevole, tutt’altro: ero impaziente di provarla ancora quando, dopo qualche anno di pausa da Murakami, ho iniziato L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio.

 

E l’ho trovata lì, a poche pagine dall’inizio della storia del giovane Tsukuru, quando ho timidamente iniziato a scrutare i confini del dolore e della solitudine di un giovane piombato nell’immensa Tokyo, rincorrendo un sogno, quello di costruire stazioni, e tagliato fuori senza apparente motivo dal gruppo degli indivisibili amici del liceo.

 

 

Una telefonata misteriosa e poi un silenzio tombale, assordante. Il baratro della solitudine e l’agonia di un cuore spezzato che desidera solo la morte.

 

 

Quella sensazione era ben tangibile quando, percorrendo le vie di Tokyo e sedendo ad osservare il viavai di treni nelle immense stazioni della città con Tsukuru, cercavo anch’io con lui di tendere l’orecchio ad un messaggio misterioso, “un rumore indecifrabile che, come un vento violento che attraversa un bosco, variava d’intensità, giungendo, a volte, a trapanarti le orecchie”.

 

 

Un rumore che potevo anch’io cogliere distintamente correre attraverso un isolamento e una solitudine che “erano diventati un cavo lungo centinaia di chilometri tesi fino allo spasmo da giganteschi argani”, ma che non comprendevo, né Tsukuru poteva comprendere.

 

 

La stessa sensazione era ormai attaccata alla mia pelle quando ho seguito il suo pellegrinaggio alla ricerca di una verità che gli avrebbe forse permesso di risorgere, di sciogliere quel grumo di ghiaccio nello stomaco che gli impediva di guardare davvero avanti, di amare senza più riserve.

 

 

Insomma, ho sentito la vita di Tsukuru che mi abbracciava, densa e tiepida, di una consistenza tutta giapponese, con la sua sapientissima e unica combinazione di spiritualità profondissima e sensualità quasi perversa.

 

 

Non che all’inizio sia facile muoversi nella melassa.

 

 

I movimenti sono lenti; i silenzi vanno decifrati; le parole, anche se scritte nel nostro alfabeto, sembrano conservare qualcosa degli ideogrammi ed è necessario sforzarsi per comprenderne la piena dimensione.

 

 

Bisogna essere in grado di sincronizzare la propria anima con quel delicatissimo equilibrio che solo la cultura del Sol Levante sembra riuscire, come per magia, a creare, tra il desiderio più scabroso e l’anima nel suo stato più puro.

 

 

Non è facile, lo ammetto: noi occidentali tendiamo facilmente a perdere l’equilibrio.

 

 

Ma una volta preso il ritmo e sincronizzato lo spirito, si apre un mondo in cui le relazioni umane brillano di una luce tutta diversa, ogni ombra assume un significato, tutte le anime hanno un colore ed è impossibile conoscere il proprio se non imparando a guardarlo attraverso gli occhi degli altri.

 

 

Ho amato molto L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, perché mi ha dato le parole per descrivere quello che provo quando leggo Murakami, mi sento esattamente come Tsukuru:

 

 

“Anche se di solito non ne era consapevole, aveva sul proprio corpo un punto estremamente sensibile. Si trovava da qualche parte sulla schiena. Era una parte morbida e delicata, che la sua mano non riusciva a toccare, e normalmente era coperta e non si vedeva. Ma succedeva che all’improvviso, quando meno se lo aspettava, quel punto si ritrovasse esposto e venisse sfiorato dalle dita di qualcuno. Allora qualcosa si metteva in moto e secerneva una sostanza particolare. Quella sostanza si mischiava al flusso sanguigno, arrivando in ogni angolo del suo corpo, e generava in lui una grande sensibilità sia agli stimoli fisici che mentali”.

 

 

Al primo incontro con Murakami, ho sentito chiarissimamente un dito di chissà chi premere quella specie di interruttore sulla schiena. E’ stato speciale.

 

 

Ascoltatemi, vale la pena provare!

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: direi che possiamo accontentarci di “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”

AUTORE: Murakami Haruki

EDITORE: Einaudi

ANNO: 2014

PAGINE: 272

PREZZO: 20

CONSIGLIATO A: chi è alla ricerca del colore della propria anima

Perchè leggere L’Isola del tesoro a trent’anni (e dintorni) nel 2018

Ho già fatto cenno a quella sorta di fame isterica di libri che mi ha assalito questa estate, no?

 

 

Ecco, in questo pazzo vortice di letture – anche un po’ sconclusionate, diciamocelo - ci sono finiti di mezzo anche i pirati. E vi dirò, ho scoperto che pure quelli hanno il loro perché.

 

 

Ma questo mio modestissimo consiglio di lettura merita almeno tre di quelle belle premesse che sono la mia passione.

 

 

 

Prima premessa.

 

No, ovviamente non ho nessuna ambizione di essere “quella che ha fatto scoprire a qualcuno” L’isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson.

 

 

Se anche – come, confesso, è successo a me fino a questa estate – qualcuno non si fosse mai messo d’impegno dedicando qualche pomeriggio a leggerlo da cima a fondo, credo che nessuno sia scampato a un paio di brani letti sui banchi di scuola o almeno alla fama di questo classico romanzo d’avventura.

 

 

D’altronde la trama è semplice: in circostanze misteriose una mappa del tesoro piomba tra il capo ed il collo di un giovane oste, Jim Hawkins. Insieme ad una ciurma di dubbia fama, guidata dall’ambiguo Long John Silver, dalla lingua di miele e la gamba di legno, Jim solcherà mari sconosciuti, affrontando avventure e pericoli di ogni tipo, incontrando compagni fidati ed infidi, scoprendo il proprio coraggio.

 

Un romanzo di formazione in chiave piratesca, insomma; l’archetipo di praticamente tutte le storie di pirati che conosciamo - da Peter Pan ai Pirati dei Caraibi - mica uno scherzetto!

 

 

Seconda premessa.

 

Nella mia vita ho la fortuna di avere non solo un’amica-musa d’oltreoceano, ma anche un paio di altri angeli-guida delle mie letture.

 

 


Uno di questi è il mio ragazzo, che quanto a gusti letterari è più o meno all’altro capo del mondo rispetto alla mia amica-musa (fortunata me!). E’ lui che mi ha fatto leggere L’isola del tesoro. In realtà non me lo ha mai consigliato espressamente, ma stavamo viaggiando e lui non perdeva occasione per sedersi a leggere qualche pagina.

 

Un libro che fa questo effetto è un libro da leggere, ho pensato!

 

 

E certi libri se non c’è qualcuno che consigli appassionatamente di leggerli (o ri-leggeri in età adulta) si danno per scontati – che è poi il motivo per cui ho creduto che sarebbe stato carino parlarne anche qui su Offline!

 

Terza (ed ultima, giuro) premessa.

 

Teoricamente non sono tipa da pirati. Da elfi, nani e mezz’uomini certamente sì, ma tipa da pirati non ho mai creduto di esserlo. Lungi da me stare a fare discriminazioni di razza tra le creature leggendarie o pseudo tali eh, per carità! Semplicemente non sarei onesta se negassi un certo affetto particolare per alcune di loro e una leggera antipatia per altre. Ecco.

 

Eppure quest’estate ho scoperto che mappe misteriose, galeoni e mozzi, oceani da solcare, pirati con la gamba di legno e pappagalli sulla spalla, isole deserte e coraggiosi avventurieri possono avere ancora su di me un certo fascino.

Ho scoperto anche che sono ancora in grado di incantarmi a leggere di giovani coraggiosi che partono alla ricerca di un tesoro nascosto in qualche isola sperduta, e forse anche di sé, affrontando pericoli sconosciuti sulle strade del mondo.

Di potermi interrogare per pomeriggi interi sulla melodia di una canzone di mare che fa da colonna sonora alle avventure del giovanissimo Jim e dell’indecifrabile pirata Long John (“Quindici uomini sulla cassa del morto, io-oh-oh! E una bottiglia di rum!”. Dai, ora trovatelo voi il modo per non canticchiarvela in testa!).

In breve: ho riscoperto il piacere di incappare in libri inaspettati, in grado di mettere in pausa la vita e dare la sensazione di respirare la salsedine di oceani inesplorati.

 

Per questo mi piaceva l’idea di consigliare oggi, nel 2018, a lettori grandi, grossi e vaccinati un romanzo per ragazzi, scritto qualcosa come 130 anni fa, un classico senza tempo che non ha certo bisogno della mia presentazione.

 

Nel caso siate alla ricerca di un’occasione per mettere alla prova voi stessi, vedere se anche voi siete ancora capaci di premere il pulsante pause e di perdervi sulle rotte dei pirati, respirando il profumo di Oceano e Rum, l’odore di carta di una mappa consunta e quello degli alberi e delle onde di un’Isola perduta chissà dove.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Treasure Island

AUTORE: Robert Louis Stevenson

EDITORE: Garzanti

ANNO: 1883

PAGINE: 237

PREZZO: 8

CONSIGLIATO A: animi avventurosi, sia acerbi che maturi

Io non mi chiamo Miriam: nel lager del pregiudizio

Questa mia estate è stata densa di libri. Mi sono lasciata travolgere da una carrellata assolutamente eterogenea di storie; ho conosciuto decine di personaggi, ne ho odiati alcuni, di altri mi sono innamorata, ho pianto insieme a qualcuno di loro.

 

 

Dei libri popolati da quest’ultima categoria di personaggi, delle storie che ho letto attraverso le lacrime, dissimulando, col groppo alla gola, gli occhi arrossati, non mi sento mai del tutto pronta a parlare. Provo un’irrazionale reticenza, come se mi stessi forzando a raccontare il segreto che un amico ha confessato a me sola.

 

 

 

Ph credit: Libreria Mondadori di Augusta - Fb

 

 

 

Per questo oggi ho difficoltà a trovare le parole per descrivere "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson. Non solo per il terrore di banalizzare un romanzo che affonda, con una profondissima forza empatica, le mani nella melma di uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa, la deportazione nei campi di sterminio, ma anche e soprattutto perché ho la spiacevole sensazione di violare una confessione.

 

 

Perché tutto il libro è la confessione soffertissima e intima di Miriam, un’elegante signora ebrea svedese che, nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, è sopraffatta dal desiderio di dar voce, dopo anni di silenzio, ad un demone potente e vivo, sepolto nella sua memoria.

 

 

Il dolore di essere privati della propria umanità nei lager.

 

Un dolore che si rinnova nell’anima di Miriam ogni giorno, costretta ancora e ancora, anche dopo essere stata liberata dall’orrore del campo di concentramento, a rinnegare la propria stessa identità per sopravvivere in un mondo che, nonostante la caduta di Hitler, resta feroce per quelli che sono nati della razza sbagliata, per quelli come lei.

 

 

Dolorosamente Miriam svela il suo passato, pronuncia il suo vero nome e si concede, dopo anni di diffidenza e paura, di ricordare le sue origini e la sua famiglia e di raccontare la sua vera storia.

 

 

La storia di Malika, una giovanissima ragazza rom, sopravvissuta ai campi di concentramento rubando l’identità di una coetanea ebrea morta accanto a lei, in un treno merci tra Ravensbruck e Auschwitz.

 

 

Sopravvissuta alla fame, alla sete, alle botte, alla barbarie delle SS, alla privazione di qualsiasi dignità umana, alla morte dei fratelli, alla negazione di sé e, infine, costretta a sceglie di negarsi ancora, di soffocare i ricordi e la sua stessa identità per poter iniziare una nuova vita in una Svezia ospitalissima verso la nuova Miriam, dove Malika, con l’incancellabile tara di essere nata rom, sarebbe stata ancora perseguitata.

 

 

Io non mi chiamo Miriam ha la forza di raccontare una storia che va oltre l’orrore dei lager.

 

 

L’inferno della ghettizzazione di intere etnie, dei rastrellamenti, della segregazione, dei campi di lavoro e delle camere a gas è descritto attraverso gli occhi di Miriam, con un coinvolgimento che è lontanissimo dal senso di straniamento e alienazione che spesso prende lo stomaco e la mente leggendo i racconti dell’Olocausto, dando voce ad una disperazione che resta sempre umana e tangibile.

 

 

Ma non c‘è solo il pianto e lo stridore di denti di uomini trasformati in scheletri, senza dignità né nome di cui, già dai tempo della scuola, siamo abituati ad avere (mai a sufficienza, sembra) orrore.

 

 

C’è un altro inferno in Io non mi chiamo Miriam, più subdolo: l’inferno di chi è costretto a vivere in un lager la propria intera vita, di chi è e sarà sempre un corpo estraneo in un paese straniero, di chi porta su di sé il peso del pregiudizio ereditato nei secoli dei secoli dalla propria stirpe.

 

 

E’ l’inferno di chi vive lacerato tra l’orgoglio delle proprie origini e la paura di potersi raccontare, costretto ogni giorno a guardarsi le spalle; degli ultimi tra gli ultimi; di chi deve sopravvivere non solo ai carnefici, ma anche alle altre vittime, che nella comune sventura non disdegnano, se possono, di diventare esse stesse aguzzini.

 

 

Un inferno in cui nessuno è davvero innocente e dove quest’anziana signora dell’alta borghesia svedese, che non è mai stata davvero ebrea né può dirsi più realmente rom, è riuscita a ritagliare un precario paradiso, naturalmente grata di essere stata salvata e intimamente consapevole che ad aver ricevuto in dono la speranza di una nuova vita è stata Miriam, quando Malika sarebbe solo potuta soccombere.

 

 

Sì, trovare le parole per parlare di Io non mi chiamo Miriam non è stato semplice, ma mi è sembrato doveroso: il 5 settembre 2018 ricorrevano ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia.

 

 

Ottanta, il tempo di una sola vita, eppure ho la sensazione che nessuno di noi sia mai davvero immune dal rischio di ritrovarsi, un giorno all’improvviso, carnefice.

 

 

Allora meglio sapere che vuol dire davvero vivere in un lager, sia esso fatto di cemento e filo spinato o di odio e pregiudizi.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Jag heter inte Miriam

AUTORE: Majgull Axelsson

EDITORE: Iperborea

ANNO: 2016

PAGINE: 576

PREZZO: 19,50

CONSIGLIATO A: chi prova a non essere il carnefice

Le Streghe di Lenzavacche: luci nell’oscurantismo

Nella vita di ognuno dovrebbe esserci almeno un’amica che sia anche musa ispiratrice delle proprie letture. Io ho la fortuna di averne una di lunga data; oggi ci sono un oceano e un continente fra di noi, ma non importa perché non viene comunque mai meno alla sua vocazione di musa.

 

 

 

 

E’ grazie a lei che ho conosciuto Le streghe di Lenzavacche, piombate a casa mia, un pomeriggio di Agosto qualsiasi, in un grande pacco pieno di libri; libri coraggiosi, rigorosamente di donne.

 

 

E’ stato provvidenziale.

 

 

Innanzi tutto perché, dopo un lungo periodo di pausa forzata dai miei amati libri, ero in cerca di ossigeno, di mondi in cui tornare a perdermi; ero affamata.

 

 

Poi, perché la biografia dell’autrice, Simona Lo Iacono, mi ha illuminata: magistrata, scrittrice, volontaria in carcere dove tenta con il teatro, la letteratura, la cultura di arrivare là dove il diritto nudo spesso fallisce, nel rieducare, nel reinserire, nell’integrare chi è ai margini.

 

 

 

Da ultimo, perché avevo bisogno di sentirmi raccontare questa storia: avevo bisogno di riuscire ancora a credere nella resistenza della cultura, dei libri, dell’amore, della diversità in un mondo che mi sembra vada imbarbarendosi, che mi sta ogni giorno un po’ più stretto, che mi sembra tenda sempre più ad un’omologazione asfissiante, imposta, violenta; un mondo che spesso mi atterrisce.

 

 

E’ il 1938 a Lenzavacche, un minuscolo paese della Sicilia in cui a tutti è concesso peccare a patto che non si dia nell’occhio e al contempo ognuno è giudice sommo e inappellabile di moralità e buon costume. Il regime fascista entra strisciando nelle scuole, dove gli alunni in completo nero cantano canzoni patriottiche di guerra e conquista, marciando come soldatini.

 

 

Ma in paese arriva un maestro forestiero, che cerca inquieto qualcosa di sé e crede nel potere dei libri e della cultura; con le sue storie incanta gli alunni e fa paura alle istituzioni, seminando germogli di libertà e fantasia in quei soldatini tutti uguali.

 

 

E’ il 1938 e a Lenzavacchevive Felice, bimbo vivace e sempre sorridente, sfortunato e imperfetto, che è nato nel bel mezzo di in un regime che idolatra la perfezione fisica e che cresce in anni in cui essere imperfetti è una colpa da scontare con l‘isolamento - ché un bimbo legato ad un palo per stare dritto non può che essere un rigurgito del demonio.

 

 

Felice è figliodi una stirpe di donne sole, di una dinastia di femmine reiette, tacciate come streghe nel 1600, innamorate dei libri, mogli senza sacramenti di uomini amati visceralmente e senza regole, curatrici sempre alla ricerca di erbe e unguenti, animi romantici che guardano le stelle e leggono auspici nei cocci rotti, emarginate dalla società e tutt’uno con gli spiriti e la natura che le circonda.

 

 

Donne piene di risorse e risolute che si ingegnano per alleggerire la vita greve che è toccata in sorte a Felice, perfettamente consapevoli che “la normalità è solo questione di postazione, e che varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo, dei sacchi di sabbia sotto i quali abbassiamo la testa, di dove miriamo quando sbuchiamo un attimo allo scoperto”.

 

 

La Lo Iacono tratteggia e intreccia le vite scomode del maestro Mancuso e di Felice, di sua madre Rosalba e della nonna Tilde con una prosa che qualche volta sembra attingere nel lessico e nello stile alla poesia; crea un’alchimia magica tra passato e presente, ripercorrendo il filo sottile che lega la persecuzione delle streghe al fascismo; trova, ora come allora, luci che brillano nell’oscurantismo, alimentate del fuoco sacro che brucia nei libri.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Le streghe di Lenzavacche

AUTORE: Simona Lo Iacono

EDITORE: edizioni e/o

ANNO: 2016

PAGINE: 151

PREZZO: 15

CONSIGLIATO A: chi vuole essere luce

Nella notte buia dell’anima una luce: “Le tre del mattino” di Carofiglio

"Le tre del mattino" di Gianrico Carofiglio è uno di quei libri che ti siedi un attimo a leggere in un pomeriggio ozioso e quando ti alzi ti rendi conto che il sole è già tramontato, le ore sono passate e gli occhi, insaziabili, hanno divorato pagine e pagine senza troppo accusare il colpo della scorpacciata.

 

 

 

Parole limpide da bere come acqua fresca; personaggi intensi, ma mai stucchevoli; una trama invitante e corposa, ambientata in una Marsiglia di cui resta nel naso il profumo di vino e mare; non un semplice sfondo, ma anch’essa protagonista, con i suoi ristoratori accoglienti e i visi loschi che popolano i suoi vicoli bui, le spiagge nascoste e i quartieri malfamati del porto.

 

Carofiglio indaga con occhio e acume le ombre e le lacune del rapporto di un padre ed un figlio ormai adulti ma pressoché sconosciuti l’uno all’altro, che una serie inaspettata di eventi porta a (ri)conoscersi e (ri)scoprirsi durante un estenuante viaggio senza pause né sonno, azzardando un passo oltre i confini psicologici e fisici della resistenza umana e avventurandosi al di là dei confini geografici della propria terra.

 

Un viaggio che si trasforma in un pretesto per confrontarsi senza maschere né armature in territorio neutrale.

 

 

Padre e figlio si trovano ad esplorare quasi per caso le strade di una città straniera, allo stesso tempo decadente ed affascinante, ambigua ed attraente, lungo vie che, come arterie, sembrano condurre al suo cuore e alla sua anima, ma inaspettatamente li portano a sbirciare, reciprocamente, la propria di anima e li avvicinano vertiginosamente a toccare l’uno il cuore dell’altro.

 

Le maschere cadono, le resistenze cedono, le inibizioni si affievoliscono e le lingue si sciolgono nel corso di due giorni e due notti febbricitanti e senza sonno.

 

Le anime di padre e figlio sembrano spogliarsi, prima timide e diffidenti poi sempre più spudorate, per mostrarsi l’una all’altra, nude, nelle loro debolezze, nei loro risentimenti, nei loro vizi e nelle loro inaspettate convergenze.

 

Fuori dalla sua safe zone, lasciato a riposo Guido Guerrieri e accantonati per un attimo i suoi saggi, Carofiglio non fa rimpiangere il ritmo dei suoi gialli, cadenzato e suadente, né quella lingua bella e chiara con cui scrive di politica e giustizia.

 

 

La trama accelera, vorticosa, prendendo velocità nei viottoli malfamati di Marsiglia durante le due notti infinite e trascina con sé il lettore, seguendo le piste di un giallo senza assassini né morti ammazzati.

 

La prosa è limpida, piacevole ma mai superficiale, col merito di rendere, con la chiarezza di un saggio, le complesse dinamiche e l’intricato groviglio di sentimenti che avvincono un padre e un figlio cresciuti insieme eppure lontani.

 

Aspira ad essere un libro erudito Le tre del mattino e Carofiglio non ne fa mistero, con i suoi costanti rimandi ad altre dimensioni artistiche e culturali: un titolo rubato ad un verso di un romanzo di Francis Scott Fitzgerald (“Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”); una scrupolosa attenzione per le parole e la loro etimologia; la mente matematica e geniale dei protagonisti; la musica jazz come colonna sonora delle loro vite.

 

Come da abitudine, Carofiglio indugia su dettagli ricercati dando profondità alla prosa e respiro ai personaggi, riuscendo a non appesantire la trama e a non sconfinare nel gusto del puro sfoggio d’erudizione.

 

Un libro intenso da leggere tutto d’un fiato, senza tregua e senza riposo, lasciandosi trasportare insieme ai suoi protagonisti, compiendo insieme a loro un passo oltre i propri limiti, dove le anime non arrossiscono a mostrarsi nude.

 

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Le tre del mattino

 

AUTORE: Gianrico Carofiglio

 

EDITORE: Einaudi

 

ANNO: 2017

 

PAGINE: 176

 

PREZZO: 16,50

 

CONSIGLIATO A: instancabili viaggiatori notturni

Quando ci si innamora di un libro: Crepuscolo di Kent Haruf

Qualche volta capita di innamorarsi di un libro. A me è successo di recente, con Crepuscolo di Kent Haruf. Forse è proprio per questo che faccio tanta difficoltà a riordinare le idee, distillare i sentimenti, mettere da parte i sentimentalismi e buttare giù su questo foglio qualcosina di coerente.

 

 

 

 

Perché è proprio come in una storia d’amore. Ogni tanto mi ritrovo con la testa tra le nuvole a pensare a Holt: una piccola contea fuori dal tempo e dallo spazio, persa da qualche parte in un Colorado appena evocato, come dipinto con tratti sfumati di colori ad acqua; una dimenticata provincia Americana dai contorni eterei e indefiniti eppure allo stesso tempo così vividi nella memoria, da far venire quasi il dubbio di esserci già stati diverse volte in sogno o magari in vacanza, da bambini.

 

Mi ritrovo a pensare con un misto di nostalgia e tenerezza ai personaggi che, con una delicatezza e un’attenzione commoventi, Kent Haruf fa muovere per le strade di un luogo che forse neanche esiste nelle cartine geografiche, a quelle vite che ho sentito pulsare nelle fattorie, nelle casette dei sobborghi dietro alla stazione, nelle roulotte della città.

 

E, come in un amore che è finito troppo presto, uno di quelli che non ha avuto tempo di svelarsi fino in fondo, penso che avrei dovuto prestare più attenzione, immergermi più lentamente nella luce soffusa che sembra abbracciare ogni cosa a Holt e assorbire meglio i dettagli di ognuna delle storie tracciate, che con parsimonia lo scrittore ci affida.

 

Avrei voluto guardare con più cura attraverso lo spiraglio aperto sulla vita dei fratelli McPheron, dalle mani callose e dal cuore delicato, trascorrere più tempo nella loro fattoria, tra tori e cavalli, e leggere con più attenzione le loro rughe scavate dal sole e dal vento e i loro animi semplici e nobili. Avrei voluto conoscere meglio il passato di Victoria Roubideaux, che in quella fattoria, accolta quando era sola e incinta, ha portato la luce e ora è alla ricerca della sua strada.

 

 

Avrei voluto passare più tempo con DJ, il giovane orfano silenzioso e operoso, che si prende cura di un nonno che è tutta la sua famiglia, vegliando su di lui con ferma e commovente ostinazione; e giocare con lui insieme a Dena, figlia della vicina di casa, che cresce affrontando con la sua saggezza di bambina difficoltà troppo grandi per lei.
Avrei voluto abbracciare forte Joy Rae e Richie, che vivono in una roulotte malmessa insieme ai genitori che non sanno proteggerli e piangere di impotenza e rabbia insieme a Rose Tyler, l’attenta assistente sociale a cui sono affidati.

 

Tutti personaggi a loro modo abbandonati, che sarebbero legittimati a lasciarsi andare e piangere nella loro solitudine, eppure costantemente impegnati, con solidarietà e speranza, a crescere e superare le ombre del crepuscolo in cui vivono, verso una nuova alba.

 

Mi ritrovo a pensare a tutti loro, come amici da cui tornare, per vedere come stanno, come crescono, in che direzione viaggiano, e ad Holt come un porto sicuro in cui riposare, anche se non sembra esserci niente di sicuro in questa piccola contea del Colorado che, come tutti i porti, è luogo di attracco ma anche di partenze.

 

Eppure Kent Haruf non concede niente più che pochi tocchi, precisi e delicati, che fanno di Crepuscolo un libro evocativo e incantevole.

 

La parsimonia nelle parole, misurate e asciutte, che pure aprono prospettive inaspettate. Le descrizioni di persone e luoghi appena accennate, eppure così evocative da dare l’impressione di aver calcato le vie di Holt almeno una volta nella vita e di aver stretto la mano alla maggior parte dei suoi cittadini.

 

Pressoché nessuna digressione introspettiva: sono le azioni dei personaggi, i loro gesti, le loro parole ad aprire scorci improvvisi e profondi su sentimenti taciuti, sconosciuti, spesso nuovi e maneggiati con la delicatezza maldestra di chi li conosce per la prima volta, dando corpo ad uno dei romanzi più commoventi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni.

 

Insomma, se mai vi capitasse di intercettare la contea di Holt, in Colorado, sulla cartina degli Stati Uniti fate un fischio; nel frattempo, se potete, leggete Crepuscolo.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Eventide

 

AUTORE: Kent Haruf

 

EDITORE: NN Editore

 

ANNO: 2004

 

PAGINE: 315

 

PREZZO: 18

 

CONSIGLIATO A: chi non vuol sentirsi solo

Parliamo di un amore, quello di Dino Buzzati

Quest’oggi vorrei parlarvi di Un amore di Dino Buzzati, anzi DELL’AMORE. E' stato umile Buzzati a definire con l’articolo indeterminativo quel sentimento che ha descritto così plasticamente, scavando nel fango dell’anima di Antonio Dorigo, protagonista di questo suo, primo e unico, romanzo erotico.

 

 

Ill: "Intimacy on display", Agnes Cecile

 

 

Sia ben chiaro, non si sta parlando dell’amore di Dante per Beatrice, né di quello di Leopardi per Silvia, perché quell’unico sentimento che muove il mondo assume tante ombre e colori diversi e qua l’amore sembra una cosa diversa.

 

E’ un fiume in piena, dalle acque basse e torbide, che ti sbatte scorrendo furioso sulle rocce del fondale. E’ una corsa a perdifiato, arrancando aggrappato ai capelli di quella che ami, che ti trascina impietosa nella polvere, senza darti tregua e senza guardarsi indietro. E’ un sentimento potente che ti toglie l’appetito, la voglia di lavorare, uscire e ridere; che ti fa pendere dalle labbra dell’amata. Ti rende cieco e sordo alle sue bugie ma poi ti instilla tarli insaziabili nella mente. E’ come una lama ardente piantata nello stomaco; una nube tempestosa che sembra diradarsi di quando in quando poi riappare, più scura che mai.

 

 

Sia ben chiaro, Un amore non è un libro facile. Non è facile tenere a bada la Michela Murgia che è in ognuno di noi, o almeno non è stato facile tenere a bada la mia dignità di donna, la tentazione di chiudere il libro e riconsegnarlo alla biblioteca da cui è venuto, con un: “Beh, (non) è stato bello. Addio”.

 

Una nausea, un disprezzo incontrollabile vien su a leggere di quel misero e mediocre borghesuccio milanese dalla faccia strana che, dall’alto dei suoi sessant’anni spesi senza l’ombra di un amore - per inettitudine, superficialità o mancanza di slancio, non si sa bene - si compiace di che cosa meravigliosa sia la prostituzione; di come sia comodo per ventimila lire ottenere quello che costerebbe giorni e giorni di inutili corteggiamenti, fatiche e soldi. A sentir parlare di tettine, cosce lunghe e snelle e maschiette minorenni da portarsi a letto.

 

Eppure in qualche modo è stato bello, perché ho iniziato a sfogliare queste pagine ingiallite con quel senso di nausea lì e ho finito che il disprezzo si era trasformato in pietà e turbamento, non solo per Dorigo, non solo per Laide, la giovanissima prostituta - forse ballerina alla Scala o forse no, di certo spregiudicata e capricciosa - di cui egli si innamora, ma un po’ per tutto il genere umano, così inerme in balia di sentimenti irresistibili e potenti, terribili e totalizzanti.

 

 

 

Certo, ci si potrebbe chiedere cosa ci sia di bello a passare dalla nausea al disprezzo, dalla pietà al turbamento, nel leggere un libro che, dopo una giornata di lavoro, dovrebbe accompagnarti nelle braccia di Morfeo.

 

A tal proposito urgono due precisazioni.

 

La prima è che no, non è quel genere di libro che leggi per rilassarti, probabilmente.

 

La seconda è che un libro, come ogni altra cosa della vita, può dare tanto anche turbando, risvegliando una consapevolezza che magari ci si era dimenticati di avere, facendo venire voglia di prendere a schiaffi un personaggio per fargli aprire gli occhi sulla realtà o di urlare ad un altro per implorarlo di smetterla di mentire o di essere così crudele, di tornare umano.

 

Eppure sono, a ben vedere, tutti così umani.

 

E’ tanto umano e fragile, per quanto squallido, triste e impotente appaia, Dorigo, che si riscopre follemente e ingenuamente innamorato, ad un età in cui avrebbe dovuto già sapere tutto dell’amore, e spera di poter comprare il corpo e l’anima di una giovane e volubile prostituta.

 

E’ tanto umana e fragile, per quanto insopportabile e spietata appaia, Laide che, coi suoi diciott’anni, di amore ne sa anche troppo e sembra voler stare a tutti i costi alla ribalta sul palco di un mondo che l’ha relegata a misera comparsa nella vita degli altri. Ed è così umano Buzzati, a scavare così impietosamente, onestamente e crudelmente, come un chirurgo che deve sviscerare una malattia per studiarla e avere una speranza di curarla, nella dimensione più intima e per certi versi turpe del sentimento.

 

Quando l’amore, in sé così limpido e puro, trascina senza più argini la sporcizia che raccoglie nel suo cammino: le convenzioni sociali, le menzogne, i vizi e i pregiudizi, la mediocrità di una vita borghese, le insoddisfazioni, il desiderio di possesso e controllo, le illusioni e i sogni infranti.

 

Ci si riscopre così umani a mettersi coi piedi nel fango, insieme a Dorigo e Laide, a guardare l’amore dal loro punto di vista.

 

 


 

 

TITOLO ORIGINALE: Un amore

AUTORE: Dino Buzzati

EDITORE: Mondadori

ANNO: 1963

PAGINE: 262

PREZZO: 14 euro

CONSIGLIATO A: chi ama, in qualunque modo