CONSIGLIATI E SCONSIGLIATI DAL MAGO: The Square vs Suburbicon

Il direttore di un museo di arte contemporanea svedese, in procinto di lanciare una nuova mostra a Stoccolma, si trova ad essere derubato del cellulare ma, dopo essersi messo sulle tracce del rapinatore, vede la sua stessa esistenza precipitare in un vortice di insensatezza ed assurdità al quale risulta difficile dare un senso.

 

 

 

 

 

 

Nella cittadina di Suburbicon, assolato paese americano degli anni '50, dove la vita scorre agiata e serena, l'arrivo di una coppia di colore porta scompiglio nelle menti di una popolazione tanto ottusa quanto cattiva.

 

All'apparenza le trame di questi due film hanno poco in comune ma, ad un occhio attento, si possono ravvisare elementi di continuità tra The Square, film svedese Palma d'Oro a Cannes, e Suburbicon, ultimo lavoro registico di George Clooney - tratto da una sceneggiatura dei fratelli Coen.

 

 

 

Iniziando proprio dal film di Clooney è d'obbligo precisare che la narrazione trae spunto da un fatto realmente accaduto: intorno agli anni '40, infatti, in diversi stati d'America sono state edificate cittadine pensate per accogliere i reduci della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, i complessi di Levittown (così erano chiamate queste cittadine) erano destinati solo a persone di razza caucasica, perciò l'introduzione a fine anni '50 di una famiglia di afroamericani in una di queste cittadine ha suscitato profondo malumore, innescando una spirale di violenze e discriminazioni che ne hanno fatto una perfetta rappresentazione della società americana sempre così profondamente divisa tra chi accoglie e chi mette all'indice.

 

 

Il problema del razzismo è nato con gli Stati Uniti e con la loro stessa società multietnica ma i Coen, sfruttano la loro tagliente ironia nera e architettano una trama che, nell'inarrestabile degenerare della situazione mette in risalto come, talvolta l'elemento di disturbo non sia tanto ciò che consideriamo diverso ma ciò che, invece, ha le nostre stesse sembianze. E da qui l'ipocrisia della gente di non voler vedere ciò che è malato e perverso solo perché legato a qualcuno che appare familiare.

 

 

Il nodo di raccordo con il film di Ruben Ostlund è proprio l'ipocrisia che conduce a non vedere ciò che è sotto il naso di tutti: la diseguaglianza sociale.

 

 

Isolato nel suo ovattato ed irraggiungibile universo artistico, popolato di strani artisti e ricchi anfitrioni, Cristian ci appare un personaggio pavido e debole, un pappamolla. Ostlund è particolarmente sottile nel fare precipitare la sua esistenza, come già aveva nel precedente Forza Maggiore. Ma se in quel caso l'elemento che aveva scatenato la crisi era una valanga, in questo caso è il furto di un cellulare a portare il protagonista a confronto con una parte della società che non comprende e, quindi, teme.

 

 

Ostlund non usa l'ironia dei Coen, è più algido nel sottolineare il modo di pensare tollerante e, per certi versi, politically correct della società svedese e lo fa scegliendo come punto di osservazione la prospettiva di un'enclave impenetrabile e difficilmente comprensibile nei suoi canoni comunicativi come quella artistica. E, in tal modo, fa emergere con gradualità la vena razzista e intollerante che Clooney ed i Coen sbandierano fin dal principio del film.

 

 

Entrambe le pellicole sono ben dirette ma mentre Suburbicon manca di un certo mordente, nonostante anche la bravura degli interpreti e la solidità registica, lo stile di The Square colpisce molto più a fondo. La regia di Ostlund è elegante e il ritmo del film si adagia facilmente sulle cifre nordiche ma, non per questo, manca di efficacia. La scena dell'entrata in scena dell'uomo-scimmia è particolarmente riuscita ed emblematica dei contenuti di una pellicola che centra in pieno l'obiettivo.

 

 

THE SQUARE -> VOTO: 7

SUBURBICON -> VOTO: 5

CONSIGLIATI E SCONSIGLIATI DAL MAGO: Dicembre al cinema

Per la rubrica consigliati e sconsigliati dal Mago del Cinema ecco qualche pillola - più o meno - dolce...

 

 

 
BORG MCENROE - di Janus Metz Pedersen 
 
 
 

Fresco vincitore del Premio BNL come miglior film scelto dal pubblico dell'ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, il film del regista danese della seconda serie di True Detective, ripropone l'epico scontro tra Björn Borg, tennista svedese plurititolato dal temperamento - apparentemente - glaciale, e John McEnroe, giovane promettente talento indisciplinato che gli fa da contraltare e che contenderà il titolo (e il primato mondiale) con lui nella finale di Wimbledon 1980, un incontro che gli appassionati di tennis difficilmente potranno mai dimenticare.
 
 
 
 
Interpretati rispettivamente da Sverrir Gudnason (la sua riproposizione di Borg è da nomination all'Oscar) e Shia LaBeouf (Lawlwess) i due tennisti si confrontano dentro e, soprattutto fuori dal campo da tennis. La sceneggiatura di Ronnie Sandahl, infatti, tratteggia con intelligenza e profondità le due personalità così scostanti, collocandole ai due estremi opposti di uno spettro che Metz, con la sua abile regia riesce a far avvicinare riportandole all'unicità del confronto in campo.
 
 
 
 
La parte più interessante dell'intera pellicola, tuttavia, non è la partita in sè - di cui molti conoscono probabilmente l'esito - ma è l'umanità dei due atleti, il loro modo di affrontare la vita e la sfida. il peso di uno sport come il tennis che grava sulle loro giovani vite, il percorso a cui sono entrambi costretti e che affrontano in modo così diverso.
 
 
 
 
Due animi inquieti, profondamente diversi in superficie, per certi versi simili sotto pelle. Gudnason è delizioso nel rendere in maniera minimalista l'esplosione di emozioni che Borg nella vita ha - più o meno - imparato a dominare. LaBeouf sa lasciare i freni degli stati d'animo producendosi in un'iperbole di espressioni - anche ingiuriose - decisamente in linea con il personaggio originale.
 
 
 
 
Molto azzeccata la fotografia dai toni a tratti un pò satinati che ci ricolloca perfettamente agli inizi degli anni '80.
 
 
Per chi abbia apprezzato Rush di Ron Howard incentrato sul confronto tra Lauda e Hunt e, ancora di più. La grande partita di Edward Zwick basato sul dualismo Fischer-Spasski e, spprattutto, per i fan di Open, l'autobiografia di Andre Agassi Borg McEnroe, risulterà estremamente piacevole. A tutti gli altri fsrà venire una gran voglia di prendere in mano una racchetta da tennis.
 
 
 
VOTO: 8
 
 
 
 
 
ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS - di Kenneth Branagh
 
 
 
Ritorno alla regia di Kenneth Branagh che, dopo gli scivoloni di Jack Ryan - l'iniziazione e Cenerentola, torna ai classici, portando sullo schermo uno dei più noti romanzi di Agatha Christie. A farsi carico di tradurre per il grande schermo l'intricata trama della regina del giallo è Michael Green, già autore di Blade Runner 2049, che conferma il suo talento e mette in piedi un'architettura elegante e, al contempo, sofisticata, concedendo lo spazio giusto ai personaggi, portati sullo schermo da attorie attrici raffinati come Michelle Pfiffer, Johnny Depp (il meno bravo di tutti), Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judy Dench, Derek Jacobi e lo stesso Branagh nel ruolo dell'investigatore Poirot. Nota comune per ognuno di loro, a partire dallo stesso regista e protagonista, è il fatto che siano degli ottimi caratteristi, capaci di grandi interpretazioni anche di piccoli ruoli.
 
 
 
Branagh guida con sapienza un cast corale di interpreti illustri, definisce un personaggio classico come quello di Poirot senza stravolgerlo, analogamente a quanto ha già dimostrato di saper fare eccellentemente nelle varie trasposizioni cinematografiche di Shakespeare, e dirige un film gradevole, intrigante e moderno, pur senza eccessi ed eccessivi manierismi. Un tocco di ironia e qualche buon effetto speciale a completare il tutto e un sequel che potrebbe non tardare vista la buona accoglienza del prodotto finale e la simpatia per il personaggio.
 
 
 
 
VOTO: 6.5
 
 
 
 
PERSONAL SHOPPER - di Oliver Assayas
 
 
 
Acclamato all'ultimo Festival del Cinema di Cannes, il film di Assayas, alla seconda collaborazione con Kirsteen Stewart, la scialba eroina di Twilight, indaga la verticalità dei rapporti tra il nostro mondo e quello dell'aldilà. Registicamente ben condotto, a testimonianza dell'eccellente capacità narrativa del regista e sceneggiatore francese, il film è carente sotto due punti chiave: il primo è la scelta del ruolo femminile di primo piano, affidato alla Stewart, che non convince e non cambia mai marcia, risultando piuttosto piatta ed insignificante. Il secondo è una sceneggiatura che si smarrisce in passaggi a tratti scontati, a tratti piuttosto ridicoli.
 
 
 
Il meccanismo che dovrebbe far dubitare lo spettatore diventa facile da intuire e predire e ad un tratto ci si chiede che cosa davvero volesse suggerire Assayas nel suo mescolare, dramma, thriller e soprannaturale.
 
 
 
Davvero un peccato perché dopo Sils Maria, con un'ottima Juliette Binoche e un' - allora - convincente Kirsteen Stewart l'aspettativa per questo lavoro era davvero alta.
 
 
 
VOTO: 5

Halloween movies: i 5 migliori film da vedere la notte del 31 ottobre

Un po' come il Rob Gordon interpretato da John Cusack in Alta fedeltà, questa notte anche io ho pensato di stillare una classifica dei migliori 5 film da vedere la notte di Halloween. Da soli, in compagnia di amici o abbracciati alla fidanzata o al fidanzato, i lettori e le lettrici di Offline Magazine possono scegliere di rimanere a bocca aperta, frastornati e impietriti dinnanzi ai cartelloni cinematografici dei multisala, presi dallo sconforto per l'incapacità di scegliere quale pellicola vedere, oppure possono scorrere questa breve ma incisiva TOP 5 con cui intendo presentare i 5 migliori film da guardare la notte di Halloween. Niente horror o saghe, solo film CULT.

 

 

 

 

 

 

1. IL CORVO (1994) di Alex Proyas. Forse il film che meglio di tutti incarna le atmosfere della notte dei morti viventi, degli spiriti e dei demoni. Il film racconta la storia di Eric Draven e Shelly Webster, due giovani fidanzati vittima della violenza di una gang di strada che ammazza Eric scaraventandolo giù da una finestra ed abusa di Shelley prima di consegnarla alla morte. Il film sembra un thriller ma è a questo punto che irrompe in scena l'elemento gotico nella figura del corvo che diviene il simbolo della resurrezione di Eric, il quale come un fantasma colmo di rabbia si aggira per la città in cerca di vendetta. Il film è particolarmente noto perché durante le riprese Brandon Lee - figlio del celebre Bruce Lee - ha trovato la morte nella medesima maniera del padre, ucciso da una delle pistole usata in scena che avrebbe dovuto essere caricata a salve. La produzione ha scelto di completare il film con le sequenze girate e le atmosfere fumose del Corvo sono state sufficienti a eternare il mito del giovane figlio di Bruce Lee, trasformando il film in un cult.

 

 

2. NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (1993) di Henry Selick. Sorpresa numero 1. Il film è solo prodotto da Tim Burton - regista e autore che vive nel segno di Halloween. Girato in stop-motion è uno dei cartoni più affascinanti che siano mai stati realizzati e racconta la toccante storia di Jack Skeletron, il re del paese delle zucche che cerca di spiegare ai suoi concittadini il senso del Natale. L'impronta di Burton è evidente, il suo stile e le sue visioni sono il perno di tutta la storia che ha un fascino immortale. Anni dopo, lo stesso Burton ha tentato di riprodurre il successo di questo film con LA SPOSA CADAVERE ma realizzando solo una buna confezione, priva dello spirito evocato da personaggi così intesi come quello di Jack.

 

 

3. IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW (1999) di Tim Burton. Ultimo vero prodotto di valore della coppia Burton-Depp, questo film è la perfetta trasposizione cinematografica di una leggenda gotica che parla di un misterioso cavaliere senza testa autore di brutali omicidi in una piccola cittadina nel remoto villaggio di Sleepy Hollow. Un pò un giallo, un pò un thriller, avvolto dal mistero, il film è diretto con maestria dall'autore di BATMAN e BEETLEJUICE - SPIRITELLO PORCELLO e, grazie alle ottime scenografie e ad una fotografia perfettamente in linea con le idee di Burton, ancora oggi, a quasi vent'anni dall'esordio sugli schermi non sente il passare del tempo ed è una scelta ideale per la notte del Diavolo.

 

 

 

4. IT (1990) di Tommy Lee Wallace. Uno dei personaggi più celebri nati dalla penna di Stephen King, che ha terrorizzato milioni di bambini di tutto il mondo, molto più di Freddy Kruger e Jason X, Pennywise, il pagliaccio degli incubi è destinato a togliere il sonno anche a qualche adulto che decida di passare Halloween sul divano. La miniserie del 1990 dura quasi quattro ore ma Tim Curry dopo l'alieno di THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW indovina un altro ruolo perfetto. Per chi, invece, propendesse per il grande schermo, il remake di IT - successo al botteghino negli States - sarà tra i film più gettonati di Halloween.

 

 

5. LINEA MORTALE (1990) di Joel Schumacher. Gli anni '90 sono stati una fucina di film memorabili per la notte dei morti viventi e le (dis)avventure dei cinque studenti di medicina che tentano di scoprire cosa ci sia dietro la morte sono un classico (esiste pure un remake che sarà presto sugli schermi, FLATLINERS - ma che sconsiglio vivamente). Cast interessante che comprende Kiefer Sutherland, Kevin Bacon e Julia Roberts per un film che acchiappa dall'inizio alla fine. Uno dei film che mi trascino dietro da quando avevo sette anni e che era diventato un cult già per i bambini di terza elementare. Richiestissimo.

Overlaps, rivelazione rock all’Home Festival

L’HOME Festival è l’evento musicale più importante della Marca Trevigiana, che dopo l’ultima edizione di Suoni di Marca si conferma essere una terra di forte richiamo per artisti e musicisti. Il calendario dei quattro giorni di musica dell’HOME è stato reso pubblico da tempo e sono decine i cantanti e le band che si alterneranno sul palco di quella che ormai è stata eletta la rassegna musicale d’eccellenza del Nord-Est.

 

 

 

 

Giunto all’ottava edizione l’HOME Festival è cresciuto nel tempo e per quest’anno sono attesi almeno centomila visitatori richiamati da nomi illustri come quelli dei Duran Duran, di Liam Gallagher, dei The Libertines fino ai London Grammar, e poi Justice, Steve Angello, The Wailers, Moderat e The Bloody Beetroots, ai quali si aggiungono molti italiani come Mannarino, Marra&Guè, gli Afterhours, Samuel e Max Gazzé.

 

Io e Paola – la mia ragazza – discutiamo intensamente sul programma e sui concerti a cui vorremmo assistere, fino a che non ricevo il messaggio di Stefano, un amico ed ex collega di lavoro che mi invita ad andarlo a sentire nel corso della serata di apertura.

AperolSpritz@Home è l’opening ufficiale del Festival, una serata gratuita di grande festa che vede in Max Gazzé l’ospite d’onore. Stefano mi specifica che sarà presente con la sua band, gli Overlaps, la rock-band di cui è entrato a far parte da qualche mese e con cui sta incidendo un nuovo album. Ho sentito parlare in più occasioni degli Overlaps, ma mi è sempre mancata l’occasione giusta per andare a sentirli e, alla fine, vinto dalla curiosità convinco Paola e ci dirigiamo verso Treviso.

 

 

Fin dall’uscita della tangenziale mi accorgo che dovremo munirci di pazienza perché le auto in coda sono tante ma l’organizzazione del Festival è impeccabile tanto che lentamente il traffico viene dirottato verso i parcheggi. Già da questo primo particolare si percepiscono l’attenzione e la precisione degli organizzatori dell’HOME che, come dice il nome stesso, è una “casa” e fa della buona accoglienza un principio cardine. I parcheggi sono ampi e dotati di bar e servizi, l’area del Festival si raggiunge comodamente a piede e nonostante l’enorme afflusso di persone, i controlli all’entrata sono rapidi ma certosini perché la sicurezza è un capitolo a cui non si può rinunciare.

 

Una volta dentro si viene catapultati in uno spazio ampio e luminoso, costellato di stand di merchandising, chioschi e palchi sponsorizzati, come quello dell’Aperol e della Red Bull o quello del Jack Daniels, verso cui ci dirigiamo. Gli Overlaps suonano proprio all’interno dello stage dedicato al noto whisky americano, il contesto ideale per questa band che mescola abilmente sonorità rock classiche e note innovative. Una filosofia ripresa perfettamente dal nome del gruppo (Overlaps significa “Sovrapposizioni”) composto, oltre che da Stefano Galioto al basso, da Matteo Ciciliot alla batteria, Riccardo Brunello alla chitarra e dalla cantante Gloria Piccinin.

 

 

La voce della cantante è il primo elemento che colpisce per intensità e profondità sonora. Assomiglia vagamente a quella di Lee Douglas, interprete femminile degli Anathema: è forte e vellutata al contempo, potente e delicata, capace di integrarsi alla perfezione con il timbro rock degli altri componenti della band e di guidarli in un estatico connubio di note dure e manierismi stilistici. Dopo essersi scaldati con “Countdown”, ed aver proseguito il programma musicale con “Right or Wrong”, “Scent of Rain” e “Dreams for Sale” gli Overlaps entrano nel vivo e ci propongono uno dei loro pezzi di maggior successo, “On Monday” un brano prodotto da Fabio Trentini (storico produttore dei Guano Apes) di notevole impatto.

 

 

 

 

E’ un rock aggressivo ma adulto, dalle note musicali studiate e costellato di accordi armonici e dal ritmo veloce e brillante, pensato per esaltare e sostenere la voce di Gloria. Il pubblico risponde con entusiasmo e trasporto mentre il profumo di hamburger cotti alla piastra nel chiosco poco distante invade il prato. Mi fiondo a prendere i cocktail mentre la scaletta scivola su “Everything is Broken” e “Hang on you”, presentando alcuni dei nuovi brani che costituiranno la base del prossimo album.

 

 

Gloria è padrona del palco, la sua intesa con Stefano, Matteo e Riccardo è splendida. Basso e batteria dialogano in maniera fluida e la chitarra è la ciliegina sulla torta di un’ottima sintonia da cui emerge il potenziale della band. Le barbe folte ed i tatuaggi da vichingo della parte maschile si mescolano con un look da Alice nel Paese delle Meraviglie in versione dark della cantante producendo un insieme stilistico perfettamente allineato con il contesto.

 

 

Nemmeno un modesto problema tecnico sembra incrinare la sicurezza della band che con “Scratch the Pitch” - cover dei Guano Apes - e “Really Love” si avvia alla conclusione, tra gli applausi del pubblico. Prima di ingoiare il mio hamburger con la salsa barbecue a base di Jack Daniels saluto Stefano che mi confessa le aspettative di questo progetto e capisco che la strada degli Overlaps è spianata e che questa prima apparizione all’HOME sarà solo il preludio di altre partecipazioni. Di sottecchi vedo Max Gazzè sul maxi-schermo che si sta scaldando e penso che di qui ad un anno sullo stesso palco centrale potrebbe esibirsi questa rock-band nata a cavallo tra Treviso e Pordenone ma destinata a fare tanta strada.

Bernie: un film sulla gente del Texas..ma non solo!

Quale tra tutti gli stati americani offre un maggiore cumulo di contraddizioni del Texas? Quale è più rappresentativo della personalità e dello spirito dell’americano medio dell’enorme stato del Texas? Perciò, quale migliore occasione poteva proporsi a Richard Linklater – regista texano di Prima dell’alba e Boyhood – di quella di un fatto di cronaca sbucato dalle colonne di un quotidiano locale nel quale si descriveva la vicenda di un mite funzionario di un’agenzia di pompe funebri che diventa l’assassinio di una ricca vedova locale?

 

 

 

 

Bernie è un film del 2011 che approda nel nostro paese solo ora, subito dopo il successo di Boyhood e mentre il più recente film di Linklater (Tutti vogliono qualcosa) rimane invischiato nei meccanismi di distribuzione italiani. Grazie alle magistrali interpretazioni di un Matthew McConaughey pre-Oscar (ma già sulla retta via…) e di un Jack Black sempre più in forma (non fisica…) il film racconta di Bernie Tiede (Jack Black), un uomo pio e molto amato all’interno della sua comunità, vicedirettore di un’agenzia di pompe funebri dove svolge con meticolosità e talento il suo dovere, guadagnandosi il rispetto e l’affetto dei suoi concittadini. Il suo impulso a fare del bene tale da spingerlo oltre i confini della sua professione, fino ad intrecciare una ambigua relazione con una ricca vedova (Shirley MacLaine), odiosa e detestata da chiunque, anche dalla sua stessa famiglia. L’esasperazione a cui la vecchia porterà l’uomo ha conseguenze terribili e Tiede sarà presto accusato di omicidio dal procuratore distrettuale Danny Buck (Matthew McConaughey) che dovrà, però, scontrarsi con il pensiero di tutta la comunità.

 

 

 

Questo è il punto nodale di tutta la pellicola, costruita attraverso una serie di interviste ad attori e personaggi veramente esistiti che si intrecciano con la ricostruzione dell’episodio che ha per protagonista Tiede.

 

 

Linklater non è una regista banale, le storie che sviluppa mutano, evolvono (basi pensare alla struttura di Boyhood o alla trilogia iniziata con Prima dell’alba) e così i personaggi che le popolano. Qui il piano temporale rimane più o meno stabile, ma quello psicologico è un caleidoscopio di umanità che sconfina dall’iconico al grottesco, fino al ridicolo.

 

 

La caricatura del classico texano con lo Stetson e gli stivali di cuoio riconducibile, ad esempio in Non è un paese per vecchi, sfuma dietro un ventaglio di vecchietti che popolano una mite comunità di provincia. Non hanno nulla a che vedere con gli sceriffi e i petrolieri (molto rappresentativa è la distinzione iniziale che propone un personaggio a proposito della varie frazioni del grande stato del Texas) e Linklater lo sa bene. L’episodio scelto non è casuale e gli permette di far venire a galla le contraddizioni e l’ingenuità della gente che si ostina, anche di fronte ad una realtà crudele e orribile, a non vedere il lato tragico ma a restare ancorata ai suoi pregiudizi, finendo per confondere Bene e Male e giustificare il secondo in nome delle proprie convinzioni e delle proprie tradizioni.

 

 

 

 

 

 

Il film è sottilmente ambiguo nel descrivere la figura di Tiede, proponendolo come un manipolatore, un uomo buono e un omicida e Linklater rimane sullo sfondo, lascia che a descriverlo sia la gente, lascia che i fatti si scontrino con il vociare delle persone e con le loro opinioni, facendo venire a galla la stupidità di una comunità che è anche l’ipocrisia di una società che oggi, è pronta ad assolvere e condannare senza guardare alla ragione ma solo alle proprie percezioni personali. Jack Black è splendido nel rendere questo personaggio a due fronti, portando sullo schermo quel suo altruismo così iperbolico ed evidente a tutti e venandolo di una malvagia frustrazione che lui stesso sembra essersi cercato ma che non riesce a controllare né a sfogare correttamente.

 

Non un thriller, non una commedia, non un film drammatico. Bernie è un film sulla gente del Texas e sulla sua stravagante capacità di contraddirsi e di apparire quasi caricaturale che solo un regista come Richard Linklater poteva dipingere con i toni di un cinico umorismo, facendo rabbrividire senza mostrare una goccia di sangue.

 

 

Jackie, la donna oltre il mito

A volte non consideriamo nemmeno quanti possano essere i punti di vista attraverso cui raccontare una storia, specialmente se si tratta di uno degli episodi di cronaca più violenti e sconcertanti che il mondo abbia conosciuto come l'assassinio del presidente Kennedy.

 

jackie

 

 

Eppure le chiavi di lettura di quel tragico momento sono state molte, specialmente al cinema: dalla verità dietro i mandanti e i moventi negata al mondo e descritta da Oliver Stone in JFK - Un caso ancora aperto, sino al recente Parklandche racconta le ore immediatamente successive all'uccisione di Kennedy. Il filmino di Zapruder è sempre apparso come la chiave di volta di un evento contorto ed ancora oggi ingarbugliato: in quella pellicola non ci sono però solo gli ultimi istanti di vita di Kennedy, bensì anche i primi gesti di soccorso della moglie del presidente, che si sporge dall'auto per cercare aiuto.

 

 

O perlomeno questo è quello che abbiamo sempre pensato, ma in Jackie - film diretto da Pablo Larrain e basato sulla vita di Jacqueline Kennedy - la verità sembra un'altra.

 

Nella pellicola del regista cileno (già messosi in rilievo con NO, I giorni dell'arcobaleno), la protagonista indiscussa è la first lady più chiacchierata del secolo scorso. Amata o odiata, criticata, celebrata ed ammirata, Jacqueline Kennedy è stata un riferimento per generazioni di donne, più di Michelle Obama, quasi come Lady Diana. Modello di eleganza e bellezza, ha sempre costituito l'altra metà della coppia che negli anni '60 ha infiammato il cuore di tanti americani.

 

 

Splendidamente interpretata da una bravissima Natalie Portman, la Jackie del film è la donna che deve affrontare la morte improvvisa del marito e, soprattutto, la gestione dei riti di saluto del mondo al presidente più amato della storia americana.

 

 

Il pregio del film, sostenuto anche dall'ottima sceneggiatura firmata da Noah Oppenheim, è di produrre un ritratto autentico e sincero di una donna per anni ammirata e cercata da media e giornalisti ma in breve tempo messa in disparte e allontanata come un elemento inutile e fastidioso. E attraverso di lei si profila un nuovo ritratto di JFK, idealista e coraggioso ma anche freddo e a tratti distante. Il contrasto tra la Jackie accomodante, sorridente e quasi imbarazzata che presenta i locali e le stanze della Casa Bianca cozza violentemente con la donna quasi persa e smarrita che vaga per quelle stanze già più non sue cercando di realizzare come sarà la esistenza, nel tentativo di metabolizzare la straziante scena di separazione dal marito.

 

L'entourage politico è al lavoro sulla gestione della crisi politica mentre lei si preoccupa di offrire il miglior commiato al marito. Combattuta tra la sua stessa vanità - quella che JFK a volte scherniva - ed il desiderio di rendere giustizia al marito, Jackie dimostra di non essere solo una donna che si occupa di scegliere il colore delle tende, ma trova il coraggio di sfidare le convenzioni e di affrontare chi la vorrebbe fare andar via dall'uscita di sicurezza.

 

 

Affiancata da un Bobby (un ottimo Peter Scarsgaard) distrutto dalla fine di un sogno nel quale credeva forse più del fratello, Jackie diventa la donna emancipata, forte e dignitosa che il mondo ricorderà velata di nero a fianco alla bara del presidente.

 

 

Il film non è un biopic su Jackie, ma la racconta nei pochi giorni che seguirono la morte di Kennedy; un po' come The Queen raccontava la regina Elisabetta a confronto con il ricordo di Diana, immediatamente dopo la sua morte. Jackie è fragile e forte allo stesso momento e questo emerge chiaramente durante il racconto-intervista con il giornalista impersonato da Bill Crudrup.

 

 

Perché scegliere di parlare di Jackie in questi termini? Perché raccontare l'ennesimo funerale? Perché la gente si commuove ricordando, perché veder qualcosa di bello, puro e prezioso andare in frantumi accende la morbosità di qualcuno o forse solo perché la grandezza di questa donna è venuta fuori attraverso una sofferenza della quale il mondo, ferito dalla scomparsa di Re Artù, non aveva piena consapevolezza. D'altro canto le simpatie della leggenda vanno al re tradito più che alla regina traditrice, ma Ginevra, come Jackie, aveva capito più di altri il sogno del marito.

 

E mentre l'idealismo di JFK si spegneva insieme al suo propugnatore, Jackie doveva fare i conti con la solitudine e con la tristezza dell'abbandono ed il punto di vista di questa donna fragile e determinata al contempo non può non colpirci, specialmente quando si arrampica sull'auto in fuga dal luogo dell'assassinio, cercando i frammenti della testa del marito per cercare di ricomporla e non lasciare che la violenza rovini il sorriso di chi ha acceso la speranza.

La Vie Du Moulin Rouge, uno spettacolo che rapisce occhi e cuore

All'ingresso la guardia controlla che i nostri nomi siano effettivamente sulla lista, poi alza la sbarra e ci fa passare, augurandoci di trascorrere una piacevole serata. Siamo alla base militare di Istrana presso cui ha sede il 51° Stormo e il rombo dei motori di due jet in fase di decollo fa da sottofondo mentre ci dirigiamo verso il parcheggio del teatro della base. I due caccia si infilano tra le nuvole lasciandosi dietro una scia di fuoco probabilmente per una missione di ricognizione e noi ci uniamo alla folla in attesa sulle scalinate per assistere allo spettacolo teatrale promosso dall'Associazione Arma Aeronatutica - Aviatori di Treviso.

 

la vie du moulin rouge locandina ufficiale

 

Il teatro è già gremito e l'occasione è importante perché la rappresentazione portata in scena dalla compagnia LD Project si propone di raccogliere fondi a favore dell'AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e conferma l'opera benefica che da sempre impegna i rappresentanti dell'Aeronautica Italiana.

 

La vie du Moulin Rouge

 

Il Generale Marchese presenta la serata introducendo lo spettacolo "La Vie Du Moulin Rouge" che per lui ha un significato speciale dal momento che la principale interprete – nonché fondatrice della compagnia di musical – è la figlia, Michela Marchese, la quale dopo aver studiato danza per molti anni a Parigi, nel 2013 ha dato vita a LD Project, raccogliendo intorno a se' un gruppo di giovani artisti di talento e guidandoli nella riproposizione del classico francese ispirato al film del 2001 di Baz Luhrmann, a sua volta liberamente tratto dall'opera La Traviata di Giuseppe Verdi.

 

La storia d'amore di Christian, giovane scrittore squattrinato, e Satine, prima ballerina del Moulin Rouge, il locale più popolare di Parigi (che nel film erano interpretati rispettivamente da Ewan McGregor e Nicole Kidman) sboccia tra le vie di una Parigi al culmine della belle époque, quando gli ideali bohémien di libertà, amore e verità attraevano artisti da ogni parte del mondo, desiderosi di immergersi in un'atmosfera culturalmente effervescente ed unica nel suo genere.

 

Michela, nelle vesti di direttrice artistica del progetto ha sviluppato le coreografie del corpo di ballo insieme a Elisa Cannelli e Raffaella Raimondo, mentre Alessandro Marino (anche egli interprete) ha curato la sceneggiatura e la regia e Alessio Ingravalle ha fatto da Vocal Coach a questo fantastico gruppo di artisti che ha ripreso le canzoni originali del film cantandole rigorosamente dal vivo con grande intensità.

 

Se il film di Luhrmann era un tripudio di colori in musica, lo spettacolo della LD Project risplende per la bravura degli attori e della attrici del corpo di ballo, che si producono in sequenze artisticamente emozionanti e suggestive, rievocando lo spirito originale dell'opera, giocando con gli aspetti più ironici, evidenziando i doppi sensi erotico-amorosi e facendo commuovere il pubblico con i risvolti più drammatici della storia.

 

L'entusiasmo degli attori travalica il palcoscenico e coinvolge il pubblico che risponde in maniera calda ed accogliente. Alla fine della serata il Comandante Morpurgo nel complimentarsi con i membri della compagnia annuncia con orgoglio che l'evento ha contribuito a raccogliere 3000 euro da devolvere all'AIRC.

 

 

La sensazione più bella è data dalla carica emotiva che lo spettacolo evoca negli spettatori: questa giovane e appassionata compagnia di attori e ballerine ha saputo ridare vita ad un musical di grande fascino, confrontandosi con un precedente illustre e vincendo alla grande la sfida, grazie all'impegno e alla passione che anima ognuno dei professionisti del palcoscenico.

 

Dopo lo spettacolo, chiacchierando davanti ad un boccale di birra Michela, accompagnata dal marito e dalla figlioletta, ci informa che "La Vie du Moulin Rouge" è già stato presentato con successo al teatro "Altro Spazio" di Roma e che, a breve, varcherà le porte di molti teatri d'Italia, dal Veneto alla Sicilia. Per Michela è motivo di orgoglio coniugare un'innata passione artistica con una vocazione filantropica come quella che permea LD Project e disporre di un gruppo così affiatato e motivato di artisti è un ulteriore stimolo a darsi da fare per portare su tutti i palcoscenici del nostro paese spettacoli come questo, capaci di emozionare e rapire gli occhi e il cuore di chi guarda.

 

Frammkenstein, cronaca di un concerto heavy metal

Tutto ha inizio in maniera piuttosto semplice. È venerdì mattina e un collega mi invita in un locale della zona dove la sera stessa si esibirà con la sua band.

 

Frammkenstein

 

“Sarà un bello spettacolo, ne varrà la pena” mi dice, senza aggiungere altro e mantenendo un velo di mistero. L’idea mi acchiappa e, incuriosito, decido di andare.

 

All’arrivo, i posti auto nel parcheggio sono tutti occupati e il locale pullula di persone. Una volta dentro la cameriera mi trova un tavolo e ordino un galletto alla brace e un boccale di birra. Cerco con lo sguardo il mio collega, nell’intento di salutarlo e fargli sapere che ho accettato il suo invito ma di lui non c’è traccia.

 

Poi, all’improvviso, dal retro del locale sbucano sei tizi vestiti con elmetto, giacche da granatieri della Guarda Imperiale e giubbotti col cappuccio scuro. Scartata l’ipotesi che possa trattarsi di terroristi – nonostante la folta barba di uno di loro sono tutti decisamente troppo ben vestiti – per un attimo penso di avere a che fare con una squadra di Assassini usciti dal celebre videogame della Ubisoft ma, quando uno di loro mi rivolge una sorta di amichevole ghigno, capisco di trovarmi di fronte ai membri della band che sta per iniziare a suonare, i Frammkenstein.

 

I Frammkenstein sono una tribute band dei Rammstein, il gruppo di metal tedesco noto per successi quali Du Hast e Amerika e conosciuto al grande pubblico per il poderoso impatto coreografico dei concerti. Desiderosi di far rivivere sui palchi dei locali del Friuli Venezia-Giulia (ma non solo) l’atmosfera evocata nel corso dei concerti della band tedesca, negli anni i sei membri dei Frammkenstein si sono dedicati non solo al perfezionamento del sound originale dei Rammstein ma hanno anche curato le scenografie ed i costumi.

 

All’interno del locale stipato di gente, l’effetto è notevole: le macchine del fumo inondano il palco di gas mentre i laser sparano i loro raggi tra le nuvole azzurrognole. Come un esercito sul campo di battaglia la band si schiera davanti al pubblico: le chitarre sulle fasce, la batteria e la tastiera al centro, il basso in prima linea e al centro il cantante che, nell’atteggiamento del Generale di Divisione, presenta il gruppo in un italiano “teutonicizzato” capace di caricare il pubblico come un Karabiner 98 kurz.

 

E finalmente inizia lo spettacolo: i Frammkenstein si scaldano con Ramm4, Reise Reise, Ich Will, Spiel at Mir, Tier e Mutter ma con Engel, entrano nel vivo. La voce del cantante echeggia tra le pareti del locale ed i cambi di costume sempre più simili a quelli orignali contribuiscono a portare lo show sul livello dei concerti della band originale.

 

Frammkenstein

 

Mi accorgo che i Frammkenstein non sono una semplice cover band, ma sono un gruppo di professionisti che dal 2012 (anno della loro formazione) ha lavorato alacremente allo scopo di creare la sintesi di musica elettronica, dance e metal proposto originariamente dai Rammstein e da loro definito “Tanz-Metal”.

 

Dopo essersi fatti conoscere al grande pubblico calcando i palchi dell’Alpen Rock Festival e del Povorock i Frammkenstein hanno iniziato un immenso tour attraverso i maggiori locali del Friuli Venezia-Giulia, facendosi sempre più conoscere ed apprezzare da un pubblico di appassionati e dai cultori della musica metal fino a diventare la più importante tribute band della regione. E, infatti, osservo che la risposta della gente nel locale è vivace e partecipe man mano che la scaletta musicale scorre su pezzi come Mein Land, Du Riechst so Gut, Keine Lust, Ich Tu Dir Weh e Benzin.

 

Quando il cantante solleva una tanica di benzina e ne attinge con profonde sorsate il pubblico impazzisce: alla mia destra un omaccione con un giubbotto di pelle consumata tappezzato di toppe e scudetti ruggisce facendo ondeggiare la coda di cavallo, un altro sulla testa pelata del quale le luci di scena verdi e viola si riflettono come sulla sfera scintillante di una discoteca alza il pugno al cielo e grida con entusiasmo da stadio, una ragazza alla mia sinistra con una minigonna da urlo e una scollatura da dieci e lode si sbraccia ed applaude. Ho la sensazione di non essere più in un tranquillo locale di periferia ma nel pieno di un concerto, con una band che gioca con il pubblico come un domatore di leoni professionista.

 

A confermare quest’idea è la lista di canzoni che arriva a 22 e comprende altri successi come Mein Teil, Wollt Ihr Das Bett in Flammen, Ohne Dich, Pussy e Amerika. Il punto forte, tuttavia, rimane Du Hast, forse la più nota del gruppo e che costituisce anche il bis con cui I Frammkenstein si congedano a fine serata.

 

“Non immagineresti mai che uno dei principali temi di tutte le loro canzoni è l’amore, in ogni sua forma” osserva un amico che ha avuto modo di apprezzare lo spettacolo. Dietro l’aspetto truce e vagamente minaccioso si nasconde un animo sensibile e profondo: in fondo intuisco che deve essere questo il segreto dell’Heavy Metal e lascio il locale soddisfatto e certo che non mi perderò il prossimo spettacolo dei Frammkenstein.

 

 

 

La pelle dell’orso, il cuore pulsante della montagna

Coloro che abbiano vissuto la tragedia del Vajont o che conoscano qualcuno che abbia perso familiari o amici quella tragica notte del 9 ottobre 1963 sanno bene chi sia Marco Paolini, attore e regista bellunese che vent’anni fa portò in scena Il racconto del Vajont, monologo teatrale in cui con passione e lucidità ripercorse tutti gli eventi che condussero al disastro che cancellò la città di Longarone e provocò la morte di quasi 2000 persone.

 

la pelle dell'orso

 

Paolini appartiene alla generazione degli autori che hanno fatto grande la tradizione del teatro civile, ma è anche uno scrittore e un attore che ha dato prova del suo talento in pellicole come I piccoli maestri (1998) e Io sono Li (2011). Per questo Marco Segato gli ha proposto il ruolo del protagonista nel suo primo lungometraggio, La pelle dell’Orso, tratto da un romanzo di Matteo Righetto e al cinema in questi giorni.

 

È un po’ la prima volta per tutti: per Paolini è il primo vero ruolo da protagonista e per Segato è il primo film dopo documentari come L’uomo che amava il cinema (2012) – prodotto, tra l’altro dalla Jolefilm, la casa di produzione fondata da Paolini. Entrambi hanno come minimo comune denominatore la collaborazione con Carlo Mazzacurati ed entrambi hanno sempre pensato che il buon cinema nasca dalle cose autentiche.

 

La pelle dell’orso è ambientato in un paesino delle Dolomiti negli anni ’50 e ha per protagonisti Pietro, un vecchio ex galeotto (Paolini), e il suo giovane figlio Domenico (Leonardo Mason). Il personaggio di Paolini è quello di un rude montanaro di poche parole e con il cuore ricoperto di cicatrici, che ha perso la moglie, il rispetto dei suoi amici e dei concittadini e che, grazie al suo atteggiamento, rischia di perdere anche quello del figlio. L’occasione per ritrovare il suo onore gli è data dalla caccia ad un vecchio orso (El Diaol) che ha attaccato una delle stalle del paese e terrorizzato gli abitanti. Pietro accetta la scommessa offerta dal suo titolare (verrà pagato se riporterà la pelle dell’orso, altrimenti dovrà lavorare un anno gratis) e si mette in cammino, seguito da Domenico.

 

14705828_612546715537085_3432092157354648308_nIl film è sostanzialmente costruito sul rapporto padre-figlio e, un po’ come un impressionista, Segato descrive il quadro d’intersezione tra i due con pochi ma sinceri trattati, rinunciando a discorsi lunghi e spiegazioni complesse ma enfatizzando il valore dei gesti, degli sguardi, dei toni di voce utilizzati da questi due uomini che si addentrano sempre più nel bosco. E paradossalmente, è nel totale isolamento offerto dalla Natura che il loro rapporto evolve, come accadeva anche ai personaggi di Matthew McConaughey e Ken Watanabe ne La foresta dei sogni (2015) di Gus Van Sant.

 

La semplicità dei gesti con cui ci si prende cura uno dell’altro, dalla preparazione del cibo alla condivisione di una saponetta con cui lavarsi in un torrente, stabiliscono il ritmo a cui si evolve un rapporto che tra le mura di una casa vuota e spenta si era come incriccato. La minaccia esterna dell’orso è solo un pretesto per mettere insieme due uomini tanto vicini quanto ormai lontani: Pietro ha l’ultima occasione non solo di riscatto personale ma anche per trasmettere qualcosa a suo figlio Domenico, di essere un padre e una guida e Domenico, ormai sempre più grande e indipendente, ha la sola occasione di conoscere un padre introverso ed estraneo e di fargli capire che ormai è diventato un uomo di cui può essere orgoglioso. In questo senso il libro da cui il film è tratto si inserisce nella categoria dei romanzi di formazione e la pellicola di Segato aderisce perfettamente all’anima del romanzo.

 

Paolini è perfetto nella parte di un uomo sconfitto ed emarginato, con un passato di dolore mai sopito e un presente sconquassato ma con ancora una fiamma di orgoglio – e di amore – viva nel petto, tuttavia, l’altra grande protagonista del film è la montagna, mai presente solo come sfondo ma di primo piano nelle vite di tutti i protagonisti. Ne forma il carattere, ne determina il destino, ne plasma le vite. Perfettamente resa dallo stile registico elegante (ma non manieristico) di Segato e dalla fotografia di Daria D'Antonio che ne sottolinea luci ed ombre con superba maestria, restituendoci quadri cromatici estremamente vividi. Il ritmo della narrazione si adegua a quello delle esistenze degli uomini e delle donne di montagna e la musica si riduce al minimo indispensabile per fare posto a quei silenzi che valgono più delle parole. La sceneggiatura – firmata da Segato e Paolini – sceglie le battute con grande cura e le carica di significato anche nei momenti più intimi e dolenti. L’aver girato la gran parte delle scene in una cornice naturale e in condizioni di grande difficoltà contribuisce a calcare il realismo del film e ne aumenta la tensione emotiva.

 

La pelle dell’orso è un film di grande solidità ma con un cuore pulsante che si configura come lo specchio di quei caratteri isolati che vuole raccontare. Nel presentarlo Paolini ha, con un tocco di ironia, consigliato di parlarne agli amici nel caso in cui fosse piaciuto o, in caso contrario, di non parlarne affatto che, tanto, la modestia del progetto e dei suoi realizzatori avrebbero contribuito a non farne comunque un caso nazionale. Quello che, invece, è giusto è che se ne parli e se ne parli bene perché questo film è un ulteriore esempio di come il cinema delle piccole cose sia anche il cinema delle cose più autentiche e più vere.

 

Voto: 7.5

 

Stranger things, il fenomeno cult del momento

 

Forse non ha il codazzo di fans de Il trono di Spade e neppure la risonanza mediatica di serie come Arrow, ma la serie tv che può ragionevolmente fregiarsi del titolo di fenomeno cult del momento è certamente Stranger things.

 

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Basta soffermarsi a chiacchierare di serie televisive per pochi istanti con qualunque appassionato perché la serie tv ideata, prodotta e diretta dai fratelli Duffer balzi subito in testa al discorso, occupando la posizione di miglior serie televisiva degli ultimi tempi. Un entusiasmo che serpeggia anche sui social network con post che celebrano il clima di mistero che permea le otto puntate andate recentemente in onda su Netflix.

Non desta sorpresa che Stranger things porti lo stesso marchio di produzione di serie blasonate come House of Cards e Narcos, ma che questa serie tv - nata da un'idea originale di due gemelli poco più che trentenni e privi di un robusto curriculum cinematografico - arrivasse a coinvolgere così tante persone, meritandosi addirittura una parodia su Youtube non se l'aspettava nessuno. O forse qualcuno si.

I fratelli Duffer ora si trovano alle prese con la possibilità di dare un seguito alla serie e la casa di produzione sembra pesantemente interessata a sfornare almeno altre 8 puntate entro breve termine.

13873234_772132276259791_5978854361490931327_nMa dove risiede il segreto di tanto successo? A guardarla con attenzione Stranger things assomiglia ad una di quelle auto da corsa belle e vincenti, dove ogni parte del motore è ben oliata ed ogni ingranaggio gira alla perfezione. La puntata pilota coinvolge fin dai primi minuti, catapultando lo spettatore in un clima di mistero che richiama alla mente un po' Twin Peaks e un po' alcuni tra i primi romanzi di Stephen King (Creature del buio, Cose preziose o Desperation).

La trama è semplice. In una piccola cittadina di provincia, accanto ad una misteriosa base militare, un ragazzino scompare improvvisamente e, parallelamente, una bambina venuta dal nulla desta più di qualche interrogativo in un gruppo di amici del piccolo scomparso. Lo sceriffo della città, spinto anche dagli strani comportamenti della madre del bambino scomparso (la rediviva Winona Ryder) inizia ad indagare trovandosi presto di fronte all'ostruzionismo dei militari della base (capeggiati da Matthew Modine) dove, evidentemente si tengono esperimenti segreti e pericolosi.

Intrisa di citazioni e riferimenti scenografici degli anni '80 (nei quali è ambientata), Stranger Things ha il pregio di avvalersi di un ritmo serrato che attanaglia le 8 puntate (ognuna della durata media di 45 minuti), facendole scorrere rapidamente e senza punti morti, alternando momenti di mistero ad altri di fantascienza, sconfinando nel fantasy e strizzando l'occhio al genere adolescenziale. Protagonisti di spicco di un cast corale ben amalgamato sono, infatti, i bambini amici dello scomparso che, come era accaduto in I Goonies di Richard Donner (altro film cult degli anni '80 a cui si rifà la serie dei Duffer) rubano la scena ai grandi e, come nei migliori romanzi di Stephen King sanno diventare i veri solutori dell'arcano.

Sul piano tecnico e scenografico la serie è eccellente e ricca di particolari che acchiappano l'attenzione di chi guarda e anche l'accompagnamento musicale si adatta sapientemente ai ritmi ed ai tempi proposti. Inoltre, l'omaggio palese rivolto dai fratelli Duffer ad un cinema che trent'anni fa ha costituito una leggendaria base d'ispirazione per una generazione di adolescenti non è mai fine a se stesso e si inserisce con maestria nell'ottica di una trama moderna, raccontata coi ritmi di serie più aggiornate.

Impossibile pensare che non esista un seguito anche perché l'ultima puntata getta con malizia i semini di possibili nuovi sviluppi e ormai l'attenzione dei fan è talmente alta che un'eventuale cancellazione sarebbe mal vista da orde di spettatori ansiosi.