Pop the night: il viaggio di una vita, la musica di una notte – #4

Una musica alternativa per riabilitare il pop ed il rock pop snobbato da una vita e viaggiare in parallelo, con una storia che ci guida. Tre brani, tre storie parallele.

 

 

 

 

Quarta puntata

 

 

1. Torture, The Jacksons

 

 

 

 

Trovò la luna dentro quell'ombra che lo seguiva da una vita, una tortura infinita. L'anima ti tradiva Gips; tu vagavi nei vicoli bui senza una sporca meta, ti sorvolava la testa una maledetta speranza, credevi d'essere diverso, ma quel giorno quando finalmente la luna ti illuminò, capisti subito che una vita nuova era alle porte. Tutto cambiò in un attimo.

 

 

Alla fine ogni cosa diventò rarefatta di colpo, l'amarezza e la secchezza della fauci portarono dei dubbi nella mente di Gips: "Dove ero ieri notte? Cosa ho fatto di così folle per non ricordare? Continuo a vomitare". La tortura è perenne, di giorno, di sera, nel sonno, come un Nightmare qualunque. La finzione si fonde con la vita, i mostri del passato si uniscono a quelli presenti. Ti prego amico, dammi quella tanto agognata pasticca.

 

 

 

 

 

2. The Other Side, Toto

 

 

 

 

C'era un accampamento nella vecchia America, c'erano i pellerossa, i cowboy e gli sceriffi pazzi, che dettavano legge. Poi il cemento, l'evoluzione ed il sangue cambiarono ogni fottuto dettaglio e strapparono i ricordi di una rivalità accesa. Le praterie trasformate in città luccicanti, le riserve indiane in casinò di successo. Tutto muta, è l'altra parte della medaglia, quando quel ritmo tribale africano ti cambia e poi cessa, il famoso richiamo della foresta perde di significato per favorire il progresso, regresso, progresso.

 

 

Ti risvegli di colpo, grande capo, e l'amore bussa alla tua porta, come una nuova felice scoperta. Non pensi più alla politica, la natura ti fa schifo di colpo, conta solo quel bagliore - cioè l'amore - che come quel ritmo africano ti cambia nuovamente, facendoti spuntare gli occhi dal cuore.

 

 

 

 

 

3. Abacab, Genesis

 

 

 

 

Il sole sorge davvero non è solo una mia visione ossessione - Abacab.

Strilla, strilla stronzetto del terzo millennio. Vediamo quando la corrente andrà via - Abacab.

Le illusioni cercano di portarti sulla cattiva strada, tu ascoltale ugualmente, al massimo poi spara - Abacab.

Il violino un giorno mi farà impazzire. Troviamo un suono ancor più fastidioso per ucciderci definitivamente: il synth anni 80 - Abacab.

La vita, i soldi, ci si droga - Abacab.

Balla balla ballerino, mangio mangio un mandarino e divento un damerino - Abacab.

 

 

 

Pop the night: il viaggio di una vita, la musica di una notte – #3

Una musica alternativa per riabilitare il pop ed il rock pop snobbato da una vita e viaggiare in parallelo, con una storia che ci guida. Tre brani, tre storie parallele.

 

 

 

 

Terza puntata

 

 

1- Clif Magness, Jenny's in Love

 

 

 

 

C'era una valle lontana chiamata Zincava, tutta fatta di zinco e brillava, attirava chiunque. Sembrava fatata perché illuminata, ma il suo grigiore nascosto dall'azzurrognolo era premonitore di una tristezza intrinseca della valle. Zincava aveva delle torri, sopra però non c'erano degli arcieri, ma dei chitarristi capelloni che attiravano i poveri malcapitati con i loro assoli strazianti. C'era una regina di nome Zincavasa dagli occhi viola e i capelli porpora, tutto il popolo Zincaviano pendeva dalle sue labbra, la sua bellezza teneva tranquillo il loro destino. Quando però Zincavasa era triste tutto si oscurava, i suoi capelli neri diventavano come la pece. Un alone dark metal invadeva il ridente paese, fino all'arrivo del bel ragazzo di turno dalla voce di sirena; in quel momento tutto tornava subito alla normalità e si dava il via ad un lussureggiante pasto musicale.

 

 

 

 

 

2- Michael Stanley Band, Someone like you

 

 

 

 

La società è in declino, le fabbriche fatiscenti sono in abbandono. Tutto è fermo, impolverato, è un mondo maledetto, non più incantato. Un germoglio nato dal caso cerca di trovarsi un posto nel dramma e nella desolazione. Qualcosa o qualcuno cerca di nascere come te, tu che hai rovinato questo mondo in modo malsano, per placare i tuoi vizi e la sete di potere. Il futuro e la natura si unirono per difendere l'eletto, per proteggere quel fiore così prezioso che dopo la sua nascita non doveva diventare un culto o una religione, ma solo un grido di liberazione. La liberazione da quel motto che ti inculcano da bambino, quando ti spiegano che è giusto fare solo certe cose e non fare tutto di continuo, per rendere il mondo e te stesso come un delfino libero di viaggiare, giocare e finalmente liberarsi in quell'oceano di avventure, morti e reincarnazioni.

 

 

 

 

3- Dazz Band, Let it Whip

 

 

 

 

C'era un tipo che girava di notte, sembrava un mezzo mostro, con una passione: frustare. Frustate a destra e sinistra, frustate a tradimento, senza un mezzo avvertimento, si chiamava Sonny Whip. Sonny una volta aveva un talento: era un killer su commissione, veniva chiamato da tutti, come un supereroe, perchè uccideva tutti gli insetti fastidiosi e traditori con la sua frusta. Era un vip, Whip. Feste dedicate a lui, fiere delle uccisioni, dove spiegava e dava dimostrazione del suo talento borderline. Poi un equipe tedesca un giorno ha trovato un'insetticida così violento da sterminarli tutti. Sonny è rimasto solo, senza un nuovo delitto o una nuova tortura da inventare. Impazzito del tutto si è rifugiato nell'ultimo piccolo angolo di mondo dove gli insetti continuavano a prolificare, è diventato loro amico e ha promesso loro di vendicarli a colpi di frusta contro quell'uomo che ha deciso di porre fine alla leggenda del mitico Sonny Whip.

 

 

Pop the night: il viaggio di una vita, la musica di una notte – #2

Una musica alternativa per riabilitare il pop ed il rock pop snobbato da una vita e viaggiare in parallelo, con una storia che ci guida. Tre brani, tre storie parallele.

 

 

 

Ph credit: Pinterest

 

 

 

Seconda puntata

 

 

1- Womack & Womack, Teardrops

 

 

Ph credit: BBC UK

 

 

Una ragazza bellissima che affascina il mondo con la sua gentilezza arcigna, non permette a nessuno di avvicinarsi, non riesce ad essere empatica; non riesce a mostrare le proprie emozioni, le custodisce dentro di sé, cospargendo il mondo di lacrime, che cominciano a danzare perché vogliono comunicare allegria.

 

Le sue soffici lacrime non comunicano però allegria, ma commozione e fanno intenerire tutti. A volte cerca di distruggere tutto ed usare le lacrime come terroriste - le fa esplodere vicino alla gente per chiedere aiuto, perché da sola forse non ce la farà. Le lacrime però sono coraggiose, continuano la loro missione: vogliono regalare empatia e non rimanere solo dentro quella bella ragazza di nome Maria.

 

 

 

 

 

 

2- Stan Meissner, It's no secret

 

 

 

 

Mi ricordi è quasi magia Johnny, quel ragazzo così educato ed impacciato, che nascondeva un mondo. Era un latin lover ed un numero uno e non lo sapeva, inconsapevolmente con le sue avventure - disavventure - animava la sua realtà, creando amori ed incontri colorati. Era magico ma impacciato, aveva trovato quelle due amiche e si era creato un triangolo amoroso inaspettato, pieno di spigolature e curve così dolci da cariare poi il palato. Un giorno ti svegli e credi di essere Johnny, ma non hai i super poteri, non hai un mondo soffuso e rallentato e non ci sono quelle due ragazze che aspettano un tuo cenno - e non una tua gaffe. Nel nostro mondo, quando il flusso di magia ti entra dentro, grazie ad una canzone o ad un evento che ti può cambiare, non bisogna dire "è quasi magia", ma incanalare il momento,  accelerare ed andare di corsa via, lontano da quell'oscuro segreto.

 

 

 

 

 

 

3- Billy Chinnock, Somewhere in the night

 

 

 

 

Strilla ancora quella maledetta stronza. La Luna anche stasera non vuole star zitta, si continua a lamentare..maledetta fase lunare. Sente la puzza della notte fin lassù; come uno spettro indebolisce noi umani con la sua influenza; trasformazioni spettrali, onde ormonali che invadono le case e le strade. La gente cade in uno stato di euforia, tra delitti ed atti impuri compiuti davanti a tutti. Senti i tormenti, sfogati Luna, fai crollare ogni volto, ogni paura, ogni regola scritta, inverti tutto e fai tornare un'altra notte. Ridacci quell'impulso giusto, non cambiare la nostra fase se cambia la tua. Basta essere egoisti, senti quest'urlo liberatorio e ricomincia ad amarci. Forse non serve parlarle, lei non sente. Prima o poi forse, in questa folle notte, ci ascolterà, si placherà e tutto di colpo tornerà alla normalità, ma la puzza di sicuro tornerà.

 

 

 

Colapesce @ Villa Ada – Roma incontra il mondo | Live Report

"Il sapore dei ricordi è aspro come limone" - Totale

 

 

Ph. credit: Villa Ada - Roma incontra il mondo (Pagina fb)

 

 

Il 30 Giugno 2018 a Villa Ada (Roma), si è esibito il cantautore folk Colapesce (alias Lorenzo Urciullo).

 

 

L'artista finalmente, dopo anni di musica in giro per l'Italia, si sta consacrando. La sua sicurezza nel cantare live, la sua empatia verso il pubblico e la sua partecipazione durante lo spettacolo, migliorano ad ogni live. Questa non è una critica, ma anzi il contrario; per artisti che si sono fatti da soli, spesso la performance dal vivo è solo un' isola d'approdo. Colapesce ora va in scena, non si limita a cantare, manda dei messaggi e si traveste, per andare oltre alla sua voce ed affiancare un'immagine di sè più teatrale che musicale.

 

 

Nella fantastica cornice di Villa Ada - Roma incontra il mondo, già fiabesca di suo, Colapesce è riuscito ad incantare il pubblico con i suoi testi di protesta educata e poetica.

 

 

Le sue filastrocche si sono intrecciate nei chiaroscuri del parco, creando un gioco di luci e parole davvero inaspettato.

 

 

Cresce sempre di più come artista, è un work in progess personale - anche nell'interazione con il pubblico. In occasione di questo live il cantante ha proposto delle cose particolari: si è vestito da prete, affiancato dalla band - anch'essa vestita coi paramenti sacri - per ricordare ed omaggiare il suo ultimo lavoro "Infedele".

 

 

Non sono mancati i suoi cavalli di battaglia, come "Totale" o "Satellite". Proprio quest'ultima canzone ha dato inizio al concerto, dopo che il cantautore siciliano si è presentato sul palco con una maschera da pesce. Seppur ancora giovanissimo, Colapesce ha già dalla sua pezzi ormai consolidati nel repertorio ed i suoi fan conoscono i testi a memoria e li hanno cantati insieme a lui, non perdendo neanche una parola.

 

 

Durante il concerto Colapesce ha ripercorso tutte le tappe del suo cammino musicale, cantando i brani tratti da "Infedele" ed alcuni tratti da "Ecomostro".

 

 

Parole semplici ed atmosfere surreali, nella sua pacatezza Colapesce è concettuale e dirompente, arriva come un pugno dritto allo stomaco.

 

 

 

Pop the night: il viaggio di una vita, la musica di una notte – #1

Una musica alternativa per riabilitare il pop ed il rock pop snobbato da una vita e viaggiare in parallelo, con una storia che ci guida. Tre brani, tre storie parallele.

 

 

 

Prima puntata

 

 

1 - Richard Marx, Nothing to hide

 

 

 

 

 

Piano piano la libertà si insinua in una vita disciplinata, fatta di: mi sveglio, mi lavo, faccio colazione, poi scuola ed al ritorno i compiti. Un bel giorno scopri che ti puoi ribellare, che la responsabilità è tua, ma a te non frega nulla, conta solo il vento tra i capelli, bere una birra e fare sega a scuola.

Poi continui a crescere e contano solo le pulsioni sessuali ed avere una macchina che funzioni, ciò che non cambia mai però è la voglia di ribellarsi, di essere diverso.

Cerchi l'amore diverso, solo per dire; visto che storia che ti è capitata. Di colpo arrivano i trenta, forse vicino hai la donna che ami, ma lo sai e non lo sai. All'improvviso ricominci a bere, in cerca di qualcosa che neanche tu sai cosa sia e dove sia, ma la notte, di ogni maledetto giorno, continua a ridere e ad accendersi.

 

 

 

 

 


 

 

2 Firehouse, When I look into your eyes

 

 

 

 

 

In un mondo che non rispetta, gli sguardi degli altri contano sempre più. Il guardarsi dentro quando la gente non si guarda più, il risentimento verso estranei che nemmeno si conoscono, solo perchè la rabbia ci divora. Dove sono finiti i nostri occhi da bambini? Era vera qualunque cosa si vedeva, si osservava, perchè l'unica cosa che importava era guardare gli occhi di chi avevi di fianco per fidarti e pensare che qualunque cosa sarebbe finita bene.

La verità è racchiusa negli occhi che immaginavi di vedere, nei tuoi sogni o nelle onde, poi un brivido ti pervade quando sei assorto e ti spinge a muoverti finalmente, senza porti domande e senza fidarti più di nessuno, neanche di quegli occhi materni che ti hanno cresciuto. Alla fine dei giochi, rimani solo tu.

 

 

 

 


 

 

3 Tim Finn, Not even close

 

 

 

 

Andare verso una destinazione pre-impostata, per esempio il mare, un parco o a pranzo con i parenti; magicamente come di colpo la macchina sterza da sola, come un grande tappeto volante. Il mondo ti entra in una mano, svolazzi per i posti tanto desiderati; poi ecco il mare, meravigliosa creatura, che cerca di sfondare i confini e coinvolge tutto con la sua forza.

Adesso sei indebolito come me, che vengo da te, non perchè mi va, ma solo perchè ci devo venire. Con i panini, gli asciugamani e mi raccomando prendi quel cazzo d'ombrellone. Io ti sorvolo con il mio tappeto macchina, perchè finalmente mi va, voglio sentirmi libero come te, che quando ti va inondi una maledetta isola solo perchè ti va. Forse come mi incazzo io la mattina solo perchè ho digerito male, avrai digerito male anche tu.

 

 

 

Jeffrey Piton: il canto della speranza e della saggezza

I ragazzi del Quebec hanno il cuore forte e Jeffrey Piton è un cavaliere errante dai sentimenti puri, che tocca le viscere di chi lo ascolta. I cuori forti si devono fortificare, come la buona musica ed il Whisky. Jeffrey presenta il suo nuovo singolo On My Own, che anticipa il suo album in uscita nell'autunno 2018.

 

 

 

 

On My Own parla di un uomo che si perde, non si ritrova, e per tornare a casa deve contare solo sulle proprie forze, perchè solo credendo estremamente in se stessi ed in quello che si fa, nella vita si può tutto. Un brano di speranza, come un augurio per il mondo e per se stesso, per una lunga carriera piena di significati e di successi. Quando nessuno ti porge una corda o una mano per tirarti su da quel pantano che metaforicamente è la vita - o un deserto come nel caso del videoclip - non per forza devi essere Mc Gywer per uscirne fuori. Il brano cerca di infonderci la sicurezza che ci manca e questi cori in On My Own ci danno la carica per andare avanti senza voltarci indietro; per capire dove stiamo andando delle volte basta solo dire "ce la faccio" ed andare avanti fino al tanto agognato traguardo.

 

 

Il Canada si sta interessando a questa voce così densa di vita e pensieri ottimisti verso l'umanità ed i successi di Jeffrey sembrano essere appena iniziati.

 

 

Abbiamo chiacchierato con lui e gli abbiamo posto qualche domanda per conoscerlo meglio. Ecco a voi Jeffrey Piton!

 

 

1) Jeffrey puoi dirci qualcosa sulla tua canzone "On my own"?

On My Own è una canzone sulla speranza. In pratica dice che, quando il gioco si fa duro, è bello avere qualcuno al tuo fianco che ti aiuti a rimetterti in piedi.

 

2) Cosa vuoi comunicarci con la tua musica?

Dipende, varia da canzone a canzone, ma fondamentalmente ruota sempre intorno all'amore. Tendo a scrivere su cose che sono successe a me o alle persone a me vicine ed a raccontare la quotidianità.

 

3) La tua voce mi parla di lunghi viaggi e di scelte difficili. È vero?

Sì e no. Mi piace credere di essere ancora all'inizio del mio viaggio come cantautore, quindi ho ancora molto lavoro da fare e cose che vorrei realizzare. Non posso lamentarmi e parlare di un lungo viaggio con scelte difficili, ma come compositore di canzoni, ho assolutamente alti e bassi!

 

4) On my own racconta la storia di un uomo che sta tornando dal deserto alla città, perché dovremmo preferire la metropoli?

Bella domanda! Proprio come nel videoclip, penso che tutti abbiamo il nostro deserto e la nostra città dentro di noi. A volte, un cambio di scenario può essere bello.  🙂

 

5) Il tuo folk è un'ode alla speranza?

Mi piace pensare che lo sia! È un tema ricorrente in molti dei miei lavori, questo è sicuro.

 

6) Il Canada è un fattore importante nella tua musica?

Non penso che abbia un impatto diretto sulle mie canzoni, ma ha dato forma a chi sono come persona e come cantautore.

 

 


 

 

1) Jeffrey can you tell us something about your song “On my own”?

On My Own is a song about hope. It basically says that when the going gets rough, it's nice to have someone by your side to help you get back on your feet.

 

2) What does your music want to communicate?

It really depends on every song, but it basically revolves around love. I tend to write about things that have happened to me or the people close to me, and everyday encounters.

 

3) Your voice tells me about long journeys and hard choices. Is it true?

Yes and no. I like to believe I'm still at the beginning of my journey as a singer-songwriter, so I still have a lot of work to do and things I would like to accomplish. I couldn't complain about a long journey with hard choices, but as a songwriter, I absolutely do have ups and downs!

 

4) On my own is about a man going back from the desert to the city, why should we choose the city?

Good question! Just like in the videoclip, I think we all have our own desert and city inside of us. Sometimes, a change of scenery can be nice.  🙂

 

5) Is your folk an ode to hope?

I like to think it is! It's a recurring theme in a lot of my work, that's for sure.

 

6) Is Canada an important factor in your music?

I don't think it has a direct impact on my songs, but it did shape who I am as a person and a songwriter.

 

 

 

Elton Novara, l’incontenibile simpatia dell’ultra pop

Elton Novara è un figlio della musica che si prende in giro, di quel rock demenziale di inizi anni 90, ma non solo, lui è di più. Ha il rock nel sangue, sa come deve apparire, mostrarsi e oggi sa anche come comportarsi. Elton è quel musicista che ormai si è plasmato, ma non ancora civilizzato e la sua musica non si civilizzerà mai.

 

 

 

 

 

Un prendersi in giro ed un provocare continuo il suo, che mette di buon umore e fa sorridere con vero stupore,  ma a volte può far fare anche delle smorfie perchè non capisci bene cosa sta succedendo quando lo ascolti, ti piace o non ti piace e questa è la vera anima rock. Elton è un musicista felino, che sa muoversi con leggiadria e poi colpire all'improvviso con il suo sound colorito e variopinto. Non si prende troppo sul serio, non vuole apparire come una star, vuole stonare, sconvolgere e poi stupirti con quel suo tocco felpato alla chitarra, proprio come un vero felino.

 

 

Elton è fautore dell'ultra pop, il pop al suo estremo, che estrae - come da una rapa - l'anima rock dal semplice pop.

 

 

Papango è il suo nuovo singolo, il suo vero manifesto, la sua genesi musicale, che racconta una storia fuori dal mondo, ma talmente demenziale da calzare a pennello in questo mondo che si prende troppo sul serio, tra supereroi, super star che appena si accendono si spengono e le mode che come nascono poi muoiono.

 

 

Ecco la nostra intervista simpaticissima con Elton, che è veramente una forza della natura. Questo giovane cantante ci ha spiegato il suo mondo e ci ha raccontato il singolo Papango.

 

 

Elton, il tuo ultimo singolo "Papango" è veramente un mix di colori strampalati che si uniscono formando una melodia quasi circense, cosa ne pensi?

 

Wow, che bella descrizione! L'idea del brano era appunto questa, una filastrocca iper-lisergica; speravo potesse suonare come una partita a Crash Bandicoot fatta sotto l'effetto di funghi allucinogeni, con tutti i personaggi cartooneschi del gioco che iniziano a dar vita a fantasie sessuali ed esilaranti. Il lavoro di Veleno Production nel dar vita a questa visione nel videoclip è stato spaventosamente perfetto e devastante.

 

 

La tua è una musica per bocche buone e sentendola a volte si può rimanere interdetti, è il tuo obiettivo?

 

Assolutamente, è un qualcosa di strettamente legato ad uno degli aspetti più odiosi del mio carattere. In qualche modo cerco sempre la provocazione, quando un concerto sta andando bene e vedo il ragazzo tra i 23 e i 35 anni con le braccia conserte che mi fissa con odio per qualche motivo godo come un pazzo, è una cosa brutale che ho dentro. Quando ero più piccolo a volte ho tirato troppo la corda nel provocare queste reazioni, in particolare c'è stata un estate durante la quale quasi tutti i concerti sono finiti con delle vere e proprie risse. Adesso sono molto più felice nel provocare questa reazione in senso positivo, e solo attraverso la musica; a volte una intro di marimba ed un testo allusivo sono molto più efficaci di tante bestialità che dicevo e facevo sui palchetti di provincia per sfogare questo bisogno di provocare una qualsiasi reazione.

 

 

 

 

Ci racconti "Papango"?

 

In una metropoli sopita ed imbavagliata da un circo di convenzioni sociali viene importato un frutto nuovo, il Papango, nato da un atto di controversa bramosia proibita tra due frutti del tutto destinati a non unirsi mai. L'arrivo del Papango porta con se una rinnovata energia sessuale che contagia l'intera città, finalmente libera di sfogare i propri istinti primordiali ad ogni banchetto di Papango-frappè, la nuova realtà commerciale che sta invadendo la città. Ora sono tutti liberi di sentirsi attratti da tutti i "frutti" della Madre Terra...basta pronunciare ed interiorizzare il mantra "mi fa godere" e la libidine prenderà il sopravvento.

 

 

Elton ricordi Jannacci, Gaber, con un tocco di Zappa - visto che sei anche un ottimo chitarrista. A chi ti ispiri?

 

Parte tutto dalla chitarra elettrica: Cesareo, Brian May, Prince, Ritchie Blackmore...è il grande rock chitarristico degli anni '70 a trasmettermi l'energia ferina che riverso poi nei miei brani. Dal punto di vista della composizione il mio vero "padre" è Pete Townshend; anche in questo caso metto in atto un processo alchemico mediante il quale tramuto il senso di autocommiserazione e rabbia tipico dei suoi testi in una reazione più vivace e selvaggia, prendendo spunto da autori come Zappa e Jannacci, per l'appunto.

 

 

Sentendo delle tue dichiarazioni, sei cresciuto con i Queen e Prince, il tuo modo d'apparire nei video si ispira anche a loro?

 

Certo! Non mi sento di piantarmi davanti ad una telecamera con la giacca buona e fare il figo, non ci riesco! Ho un naso gigante, i lineamenti da indio e la costituzione allampanata del tedesco: nei Canova non mi prenderebbero mai! Prince era un nano da giardino, Freddie Mercury un dentone vagamente asiatico in una marea di look occidentali alla conquista del mondo, ma con tutto quello stile diventavano dei sex-symbol alti 4 metri. Il carattere a volte è tutto, in questo anche Alan Rossi dei The Van Houtens, ospiti del brano, mi ha insegnato molto; una volta durante un loro concerto, pizzicato scherzosamente da Karen, altra metà della band, sul suo aspetto stravagante ha detto: "sì, forse sono il brutto del gruppo...non sono una bellezza classica diciamo, però [pausa lunghissima]....insomma, le mie scopate me le sono fatte". Per me quel discorso è diventato un mito, una sorta di regola di vita.

 

 

Ci descrivi il tuo "Ultra Pop"?

 

Si tratta di una miscela di elementi che qualche anno fa, quando ho cominciato, erano l'anti-Cristo della musica alternativa italiana: i ritornelli, 3 minuti di canzone, assoli virtuosi di chitarra, 4 accordi in croce e testi molto ironici. Poi è esploso l'it-pop, ma come al solito non mi si era inculato nessuno e son rimasto qui.

 

 

 

Liv’s Jewels – Gioielli colmi di destino

Livia Francia era una ragazza come tante, una di quelle che fanno il compitino, non cercano di intaccare il destino, gli studi come da copione, poi quell'intuizione, che la porta ad intraprendere un percorso mai pensato prima di allora. L'arte, la programmazione ed una persona che creda in te, che veda quelle potenzialità nascoste e ti faccia fare quel passo in più, che ti faccia abbracciare la follia di cambiare, la pazzia di fare quello che davvero è dentro te.

 

 

 

 

Dentro Livia c'era e c'è l'arte orafa, il desiderio di creare qualcosa dal nulla, qualcosa che ti dia quel volume intorno al corpo, che dia forma all'arte.

 

 

Il marchio Liv's Jewels è tutto questo: destino, colpi di fortuna, voglia di vivere e crederci sempre, per creare quel gioiello che rimane una vita.

 

 


 

 

 

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con la fondatrice del marchio, Livia Francia, ed è stata un'intervista piacevole, costruttiva, che lancia anche un messaggio di speranza per i giovani.

 

 

COSA TI ISPIRA NELLA REALIZZAZIONE DEI TUOI GIOIELLI?

Tutto quello che mi circonda può ispirarmi, ma per lo più il mondo della natura e l’affascinante geometria racchiusa in esso.

 

 

CHI PUO' INDOSSARE I TUOI GIOIELLI?

Per lo più le donne, giovani e meno giovani, ma sempre più spesso anche gli uomini. Lo stile dei miei gioielli è minimale, le linee sono semplici e pulite quindi sono facilmente indossabili.

 

 

A CHE TARGET TI RIVOLGI?

Solitamente cerco di rivolgermi ad un target adulto,  ma devo dire che di giovani ragazze e ragazzi che apprezzano il fatto a mano, il pezzo unico, ce ne sono sempre di più e da artigiana non potrei esserne più felice.

 

 

COME MAI FAI L’ORAFA? COM’E’ NATA QUESTA PASSIONE?

Ho sempre avuto la manualità, ma a casa mia l’arte non è mai stata una cosa da prendere sul serio. Un hobby forse, ma un lavoro mai.  Messi da parte gli studi universitari ho deciso di mettermi alla prova, di darmi almeno una possibilità e mi sono iscritta ad un corso di oreficeria e da lì si è aperto un mondo, il mio mondo.  Ho scelto fra tante arti l’oreficeria perché il metallo resiste al tempo, è durevole,  per me potenzialmente eterno e questa cosa mi affascina. Oltre al fatto che ho mani molto sottili  e trovare anelli piccoli è sempre stato un problema, ora non più!

 

 

QUAL E’ IL TUO GIOIELLO PIU' AMATO DALLE CLIENTI?

Ce ne sono diversi, come diverse sono le mie clienti, ma se devo sceglierne uno solo direi senz’altro l’anello Woodsy. Ogni pezzo è unico, non c’è un anello uguale all’altro e la texture crea un gioco di luci che è magico. La “Woodsy” resta ad oggi una delle collezioni alle quali sono più legata.

 

 

CHE COSA SI DOVREBBE COMPRARE DA TE?

Sicuramente un anello, è da li che prende vita ogni nuova collezione. Gli anelli adoro crearli e soprattutto indossarli, sono il mio gioiello preferito da sempre. L’anello è quel gioiello che più delle collane o degli orecchini, secondo me, deve calzarti a pennello, fatto su misura, deve essere “tuo”.

 

 

CHE COS’E' IL DESIGN PER TE?

Il design per me è arte, una fusione di linee, di forme e di idee, che nascono dalla mia immaginazione e danno forma al mio gioiello.

 

 

STAI LAVORANDO A QUALCHE NUOVA COLLEZIONE?

Sempre! Le idee sono tante e qualche volta vorrei avere più di due mani per stare dietro a tutte!

 

 

CHI SEI? RACCONTACI UN PO' DI TE.

Sono una persona che ha la gran fortuna di fare quello che ama. Vengo da studi lontani da quello che è il mondo dell’arte, ma ho avuto la fortuna  appena terminata l’accademia, di  incontrare  Giuseppe Gallo, artista della scuola di San Lorenzo, che mi  ha dato una grande spinta. Mi ha insegnato la progettualità, ma anche la sfida perché voleva da me determinati risultati e io non  volevo arrendermi al  “non lo so fare”; allora mi sono detta ci provo e quando ci riesci non ti ferma più nessuno!

IRIDE Fraschini Music Festival – 2018 | Pavia

Nasce nel cuore di Pavia un nuovo Festival. Nel meraviglioso scenario della corte del Castello Visconteo, per volontà della Fondazione Teatro Fraschini e del Comune di Pavia, prende vita IRIDE Fraschini Music Festival – musica per i vostri occhi”, la rassegna che nel mese di luglio porterà nel capoluogo lombardo - in uno tra i monumenti più affascinanti dell’architettura tardogotica – alcuni tra i più grandi interpreti della musica internazionale.
La raffinata corte del Castello Visconteo si animerà così nel mese di luglio di una serie di concerti esclusivi, diventando magnifico scenario per straordinari musicisti, innovativi e visionari: un luogo pulsante di storia per artisti che hanno scritto o stanno scrivendo pagine indelebili della storia della musica moderna. Appuntamenti imperdibili non solo da ascoltare ma anche da “godere con gli occhi” - come ricorda il nome stesso del Festival, “IRIDE” - nell’incantevole location all’aperto del Castello Visconteo.
“IRIDE Fraschini Music Festival – musica per i vostri occhi” nasce dalla volontà del Comune di Pavia e della Fondazione Teatro Fraschini, splendido teatro settecentesco tra i più importanti palcoscenici di tradizione italiani, punto di riferimento della vita culturale della città nell’ambito dello spettacolo dal vivo. L’obiettivo è aggiungere un altro tassello all’offerta culturale di Pavia, tra i più importanti e prestigiosi poli universitari italiani, e richiamare sempre più visitatori e turisti grazie al connubio tra la magia della location e la musica di qualità, in grado di abbracciare le esigenze e gli stili più diversi.

Siamo felici di presentarvi una grande iniziativa per l'estate in città. IRIDE - Fraschini Music Festival, a luglio, è una nuova scommessa sul ruolo della Fondazione Fraschini come protagonista della promozione della città, sulla valorizzazione della bellezza del nostro Castello Visconteo e sul ruolo centrale della cultura nell'attrarre grandi opportunità per Pavia. Presentiamo un programma di caratura internazionale, con un ospite davvero straordinario e con tanti altri che annunceremo nei prossimi giorni. Una grande occasione di intrattenimento per i cittadini pavesi e per chi vorrà venire a scoprire Pavia in occasione degli appuntamenti del Festival.”

 

 

Così commentano l’assessore alla Cultura, Giacomo Galazzo, Presidente della Fondazione Fraschini e il Sindaco di Pavia, Massimo Depaoli.

 

 

 “Pavia ha tutte le carte in regola per avere un suo festival internazionale estivo, che dilati la cultura, l’entusiasmo, la curiosità di una città in continuo fermento, culla universitaria per tantissimi giovani che incontreranno artisti fuori dall’ordinario”Francesca Bertoglio, direttore generale Fondazione Teatro Fraschini. 

Cartellone 2018

 

 

mercoledì 11 luglio
MOGWAI
venerdì 13 luglio
CAETANO VELOSO
lunedì 16 luglio
LP
venerdì 20 luglio
JOE SATRIANI
mercoledì 25 luglio
GORAN BREGOVIC

Nel nome di Sharon

La femme fatale per eccellenza, forse proprio per lei è stato creato il termine. Sharon Stone è sempre stata schiacciata dalla sua bellezza e come perseguitata, angosciata, punita dalla vita. Il suo non arrendersi ad essere considerata solo "bella" ed  il suo non scendere a compromessi per essere una vera donna, l'ha portata a non avere grandi ruoli. Lei non è solo una bionda vuota, è di più: una donna bella, che sembra a volte come la Madonna, irraggiungibile.

 

 

 

 

Sharon ha sofferto come le altre donne, sì nel benessere, ma forse con ancora maggior dolore vista la sua posizione. Un incidente, sulla famosa Sunset Boulevard, l'ha paralizzata per mesi allontanandola dalle scene proprio nel pieno della sua carriera. Appena si è ripresa non si è però lasciata scoraggiare, ma si è rimboccata le maniche e si è buttata nel lavoro, in un film che non era un successo atteso ma una scommessa: Basic Instinct. Sharon ha trasformato un film normale, nel re dei film della provocazione. Sexy, ma elegante, eccelsa in un vedo non vedo mozzafiato - apprezzato anche dalle donne - un gesto provocatorio da far svenire ogni uomo; Sharon diventa simbolo del potere delle donne, insegna loro che bellezza deve essere un di più, non un di meno o una scorciatoia. La Stone provoca usando a suo favore ciò che aveva sempre contestato, con "l'apparire solo perchè son bella", e lo fa con tale classe da entrare nell'immaginario collettivo di ogni genere di appartenenza sociale.

 

 

 

 

Gli anni 90 erano lei, sono stati lei, e tutti avrebbero voluto lei per una notte, una squallida e bollente notte.

Ecco ancora il dramma di quel fardello non voluto, di quella disperazione e tristezza intrinseca nel successo. Nel 2001 il dramma vero: un aneurisma fulminante le voleva togliere la vita a soli 43 anni, tutti pensarono è finita. No, Sharon è rinata anche quella volta, apparentemente più giovane, di certo più colpita, ma come scolpita dal dramma, che a volte rende chi è baciato dalla luna ancor più splendente di prima. Nel 2004 la Stone è travolta da un infarto, ma adesso la strada della sofferenza la conosce, non la scalfisce più di tanto.

 

L'attrice è diventata una delle consulenti e sostenitrici di Hillary Clinton, è diventata icona della lotta per i diretti gay e per quelli delle donne: lotta per tutti. Ora la provocante Sharon è solo un ricordo, l'attrice è oggi considerata una filantropa nel suo paese e ad Hollywood. Forse a volte levarsi le mutande non vuol dire vendersi, ma se il gesto è fatto con classe e fierezza di essere donna può portare a diventare icona delle donne e non solo un'altra bionda da portare a letto.

 

 

Sharon ha da poco compiuto sessant'anni, anche se sembra quasi una bestemmia accostarli a lei. Adesso la Stone sa chi è, ha raggiunto i propri intenti, ha costruito la propria consapevolezza, ha trovato il suo posto, meritatissimo - anche solo per quello che ha vissuto. Non si sente più sporca ed è ancora la più bella. Ricordati Sharon che sei e resterai sempre stupenda!