Noi (Us) | L’apocalisse di Jordan Peele

Dürrenmatt diceva che il grottesco possiede la crudeltà dell'oggettività. Da non confondere con l'arte dei nichilisti, ma piuttosto con quella dei moralisti: "non l'arte della muffa, ma del sale". Lo stesso grottesco è trattato da Peele, che restituisce dignità e stratificazione sociale ad un genere che si era appisolato scordando di possedere "Il Tallone di Ferro", proprio quello di cui scriveva Jack London narrando distopie moderne.

 

 

 

 

"Noi (Us)" è su quella schizofrenia che siamo noi, confusi tra loro ed altri in immagini evocative che impacciatamente ambiscono a farci scendere nella tana del bianconiglio. Peele, ripescando il tema del doppio, ci racconta una versione dell'apocalisse con i colori della rivolta e i tratti dell'esaurimento ideologico e fisico dinanzi al totale distacco di una società chiusa in se stessa, mentre da qualche parte un altro noi vestito di rosso (ops!) inizia ad emergere reclamando giustizia sociale.

 

 

 

 

La catena (al pubblico statunitense dovrebbe ricordare l'evento Hands Across America) degli incatenati, un nuovo noi che al noi vecchio pareva un loro, senza più maschere, ma puro istinto rivoluzionario risorto.

 

 

"Perciò dice il Signore: ecco, faccio venire su di loro una sventura alla quale non potranno sfuggire. Allora grideranno verso di me, ma io non li ascolterò". (Geremia 11 : 11)

Il pianeta delle scimmie | Senza nome, senza amore: il futuro è guerra

Amo tutti i film con delle scimmie a cavallo, questo va detto sin da subito. Paradossalmente però il mio preferito della saga di "Planet of the Apes", è quello dove non ci sono scimmie a cavallo: il terzo capitolo, "Escape From the Planet of the Apes" del 1971, diretto da Don Taylor.

 

 

Al di là dei benefici economici riferiti al risparmio nel girare in "tempi moderni", la terza installazione del franchise si rivela presto essere una storia d'amore. Una storia d'amore biblica, tra genesi e preistoria, tra industria e rivoluzione di classe. La "prima" famiglia qui ritratta in posa patriarcale classica (messa sul poster incuteva timore per l'evidente qualità perturbante) è una neo-sacra famiglia che dissacra le figure a cui ovviamente si ispira, sostituendole con la fisicità dei scimpanzè evoluti (l'importanza del linguaggio è un punto fermo della saga) ed evocando un apocalisse incombente sigillata dalla natura umana. Loro avranno il compito profetico di rendere coerente il futuro con il presente, il fantascientifico con il quotidiano industriale. Rappresentano in questo capitolo prima una visione pre-apocalittica che disperatamente cerca di trattenersi, poi l'ineluttabile.

 

 

 

 

"Escape from the Planet of the Apes" è la storia di Zira e Cornelius, i quali, lontani dal loro ruolo nei primi due film, incarnano tutto il significato dell'opera per poi cederlo in eredità al piccolo Milo, presto conosciuto e temuto con il nome di Caesar. I nuovi film non hanno capito nulla, hanno ristabilito un linguaggio parafrasando un po' ovunque, come lo splendido monologo di Cornelius sullo "storico NO" dello scimpanzè Aldo, che in Rise of the Planet of the Apes viene pronunciato da neo-Caesar in un contesto drasticamente differente, mancando non di poco il bersaglio e sostituendo il contenuto politico con l'intrattenimento esplosivo (in pratica facendo tre film costruiti su una buona parte di Conquest of the Planet of the Apes, mentre il resto è solo citato in superficie).

 

 

La prima parte di Escape si abbandona alla gioia dell'utopia con tanto di intermezzi molto divertenti che riprendono tra l'altro la visione paradossale di Rod Serling (lo scimpanzé in giacca e cravatta). Poi il film cede al peso della realtà lasciando entrare in scena la chiusura culturale in cui l'uomo si è rifugiato, l'intolleranza e l'impossibilità di convivere con noi stessi, figuriamoci con una qualsiasi alterità. Per la terra l'unica risposta è Planet of the Apes, non ci sta salvezza e il finale ci lascia con il piccolo Milo che chiama sua madre e un futuro che inevitabilmente si configurerà come pre-destinato.

 

 

Tanto da dire su questo film, sui suoi simboli, sui suoi rimandi culturali, sul suo peso politico....ma forse quello che risulta più sconcertante è l'attualità che ancora emana. Parla alla generazione del 1971 come a quella del 2019, senza distinzione. L'unico motivo di redenzione per l'uomo risiede nella figura di "Armando" (Montalban in uno dei suoi iconici ruoli) e quindi del circo, che auto-condannandosi solennemente trae in salvo il piccolo Milo dalla società, un atto che di per sé fa eco ad alcune soluzioni dell'opera manifesto di Herbert Marcuse "L'Uomo ad una Dimensione". Milo è costretto per sopravvivere nella società a convivere con gli emarginati, i circensi, gli artisti, i folli. Milo è costretto a cambiare nome e a "mascherarsi". Senza "mamma", senza nome, senza amore, il futuro è guerra. Benvenuti nel pianeta delle scimmie.

Titanic | la crisi del presente abbandonato ad uno stato di modernità liquida

Ieri sera ho rivisto Titanic. Sì. Titanic!

 

 

Racconto apocalittico di fantasmi dove i materiali si scontrano con le immagini e i ricordi emergono da un presente che diventa necessariamente ricerca del passato. Quel bacio finale è il lieto fine della morte, l'accettazione che ogni cosa è già splendido relitto di sé stessa.

 

 

 

 

Nel Titanic si consuma l'umanità all'alba di un nuovo secolo, così la nave diventa un microcosmo di profezie sul futuro della specie e sui scontri sociali/culturali che segneranno i nuovi tempi moderni. La stessa modernità rappresentata è già destinata all'abisso, perché inizia e finisce nel momento in cui viene riletta in principio come una mera illusione di potenza: la nave inaffondabile che traghetta come in un racconto biblico ciò che resta di tutti noi. E ciò che alla fine davvero resta, invece, ossia quelle settecento anime su duemila, non sono altro che lo scarto infame delle nostre potenzialità, dell'idea che era il "genere umano" oramai per sempre disilluso e corrotto.

 

 

A bordo troviamo in un modo o nell'altro la presenza del pensiero di Freud, dei tratti di Picasso, delle note di Offenbach e dei colori di Monet che Jack non a caso riconosce e sente il bisogno di toccare, lui che con il suo disegno realizza l'iscrizione sepolcrale definitiva capace di conservare l'eco di un tempo in un gesto intimo.

 

Insomma, il Titanic è pieno di suggestive tracce del passaggio dell'uomo caricate su questa nuova arca pronta a salpare verso un futuro impossibile da raggiungere dove tutto, prima o poi, si perderà nel silenzio delle profondità del mare-vita. Lo stesso destino che subirà Jack, il quale avverte durante il viaggio l'insinuarsi del freddo e trema dopo l'amplesso: simbolicamente il suo corpo si prepara alla pietrificazione e all'oblio, dopo essere stato "the king of the world". Infine solo il sogno può ricondurre all'immaginifico "potenziale", la morte ci ricorda che siamo stati vivi e che quel che possediamo alla fine ci ha posseduto al punto da farci sparire totalmente, confusi tra beni di consumo e carne.

 

La stessa nave - oggetto reale che evoca simbolismo culturale e storia - si ripropone come prodotto di consumo ed intrattenimento nella nuova realtà che sembra essere definita sempre di più dalla potenza dell'immagine cinema, ottenendo così il risultato di resuscitare il Titanic nell'immaginario collettivo per riportarlo verso un paradossale trionfo.

 

 

La passione di Jack & Rose sempre in bilico tra gelo e calore si consuma nell'umido in attesa di essere inglobata dall'acqua. Titanic, in un certo senso, parla di quella fine delle grandi narrazioni del secolo scorso di cui scriveva Bauman, perchè ora alla certezza del sacro si sostituisce la confortante dissacrazione di ogni cosa fusa a pulsioni, non più erotiche, ma nichilistiche: nella ricostruzione dell'abisso a cui si è "offerto" il Titanic emerge la crisi del presente abbandonato ad uno stato di modernità liquida. E la storia continua.