Posted on: 14 Dicembre 2015 Posted by: Enrico Orzes Comments: 0

 

Ron Howard batte Alejandro Amenábar 1-0.

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A chi si chieda il motivo di una tanto insolita sfida si può rispondere ricordando che Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick e Regression sono arrivati insieme al cinema e, pertanto, si sono contesi i favori del pubblico italiano.

Lasciando da parte il fatto che il film del regista statunitense abbia avuto a disposizione il doppio delle sale rispetto a quello del collega spagnolo (Heart of the Sea è stato distribuito in 500 sale contro le 226 di Regression) ci si potrebbe ancora interrogare sulle ragioni di un confronto che appare privo di logica: il film di Howard, infatti, rispolvera il genere d'avventura con ambientazione marinaresca, riportando sullo schermo vascelli, baleniere, capitani e mostri dalle origini sconosciute, mentre la pellicola di Amenábar, a dispetto delle iniziali presentazioni che la inquadravano nel filone horror caro al regista, è un thriller nel quale un poliziotto pervicace è deciso a dare chiarezza su un crimine che sembra celare molti misteri.

d9866919ce8b2adbe78f3fd7d85a4557Le motivazioni che spingono i due registi sono riconducibili sostanzialmente al desiderio di andare oltre una situazione iniziale, sia essa l'epica leggenda narrata in uno dei capisaldi della letteratura d'oltreoceano, oppure un fatto di cronaca che agli inizi del 1990 ha sconvolto l'opinione pubblica americana.

In Heart of the Sea, Howard (già regista di Rush, a beautiful mind e Apollo 13) si ispira al romanzo In the Heart of the Sea: The Tragedy of Whaleship Essex di Nathaniel Philbrick e ricostruisce la probabile verità celata dietro il mito della balena bianca, rievocando le vicissitudini della baleniera Essex salpata da Nantucket sotto il comando del giovane capitano Pollard, rampollo di una nobile famiglia ma privo di esperienza in mare, e del primo ufficiale Chase (Chris Hemsworth), uomo pratico e di notevole abilità, giunto al grado di ufficiale per merito e non per raccomandazione. La dicotomia tra i due caratteri cresce man mano che la nave si allontana dalla costa e, per certi versi, ricorda quella descritta in Rush, dove Howard aveva messo in scena il confronto tra James Hunt (sempre interpretato da Hemsworth) e Niki Lauda.

L'abilità di narratore e l’autorevolezza registica dell’ex ragazzo prodigio di Happy Days si fondono alla sua capacità di descrivere le contrapposizioni tra i principali personaggi, facendo di Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick un film piacevole da seguire e credibile nei suoi intenti. Ron Howard conferisce veridicità alla storia, tratteggiando senza eccedere le personalità del capitano e del primo ufficiale e anticipando l'ossessione che Melville attribuirà al suo Achab. Fuor di leggenda, la caccia a Moby Dick diventa un'avventura ai confini del mare, ambientata in un tempo in cui internet ed i video virali non esistevano e dove il potere del racconto era in grado di suscitare immagini degne dei migliori romanzi (o dei migliori film).

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Di tutt'altra pasta appare, invece, Regression nel quale Alejandro Amenábar intende fare luce sul fenomeno delle sette sataniche che, all'inizio degli anni '90 del secolo scorso, ha scosso le coscienze di molti americani. Amenábar per molti aspetti è un regista più provocatorio di Howard: dichiaratamente omosessuale e ateo, ha portato sullo schermo le sue convinzioni prima in Mare dentro e poi in Agorà, ma è con l'horror The Others che si è imposto al grande pubblico e in Regression cerca di innestare la sua impronta mentale scettica e a tratti irriverente su un genere cinematografico di cassetta, fatto di atmosfere cupe e misteriosi delitti.

Il problema è che Regression è un film a metà che si concentra sulla critica al metodo dell'ipnosi regressiva – una pratica non scientifica tramite la quale si pensava di poter rievocare un ricordo traumatico o un evento rimosso dalla memoria – ma conclude togliendo importanza ad un problema di ordine sociale come quello delle violenze perpetrate dai satanisti.

La struttura del thriller è solida e inequivocabile, come pure l'interpretazione di Ethan Hawke ed Emma Watson, rispettivamente nella parte del detective e della vittima, ma la soluzione proposta dal regista di origine cilena è fragile e superba. Dietro alle disturbanti immagini degli appartenenti alla setta con i volti incappucciati e dipinti, nascosti in vecchi fienili, tra gatti neri, coltelli medievali ed abominevoli riti iniziatici e sacrifici umani, c'è una negazione così assoluta che sminuisce anche una cronaca troppo efferata per poter essere così facilmente liquidata. È evidente che l'intento del film non potesse essere quello di dare una spiegazione al fenomeno del satanismo – il male è banale e non ha bisogno di grandi spiegazioni per essere capito – ma sottintendere che i delitti commessi durante i riti satanici siano poco più che un'illusione collettiva equivale a negare la brutalità dell'uomo, chiudendo gli occhi su una realtà di cui è necessario per forza prendere atto per poterla eliminare.

Se pur è vero che il sonno della ragione genera mostri, il ricorso ad un genere molto apprezzato ad Hollywood, l’abile mano del regista e qualche citazione dotta, come quella ai quadri del periodo cupo di Goya, non bastano a salvare una pellicola arrogante e poco credibile nel finale, mentre l'opera più classica ed altrettanto elegante di Howard rende maggior giustizia al suo scopo e si dimostra più sincera e realistica.