Posted on: 28 Dicembre 2015 Posted by: Enrico Orzes Comments: 0

 

La nuova stagione cinematografica ha preso il via a settembre con l'uscita sugli schermi di Everest, film d'apertura dell'ultima Mostra del cinema di Venezia, ma è entrata nel vivo già ad ottobre con il ritorno di Ridley Scott e di Robert Zemeckis.

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Il primo, dopo il clamoroso flop di Prometheus, si è riscattato con The Martian – Sopravvissuto, campione al box office e candidato a 3 Golden Globes (Miglior film nella categoria Comedy, Miglior attore protagonista - Matt Damon - e Miglior Regista). Zemeckis, invece, con The Walk ha raccontato al mondo la storia di Philippe Petit, l'uomo che il 7 agosto 1974 attraversò lo spazio che separava le Torri Gemelle, camminando su un filo.

Due dei più importanti registi di Hollywood sono tornati sul grande schermo cimentandosi con i rispettivi generi d'elezione: la fantascienza per Scott e il biopic-drama per Zemeckis. Dove uno riesce a conferire veridicità e credibilità all'esperienza di un uomo abbandonato su un altro pianeta, l'altro trasporta nel mito l'epica impresa di un ragazzo sognatore ed audace. In entrambi i casi il risultato è apprezzabile.

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Ma il poker dei grandi nomi si completa solo con altri due grandi narratori: Steven Spielberg e George Lucas.
Spielberg negli ultimi anni ha ridotto l'attività, mostrandosi al cinema con film tutto sommato al di sotto delle sue potenzialità e privi della forza evocatrice di Schindler's list e de Salvate il Soldato Ryan o della capacità di stupire di Jurassic Park. Il più recente Lincoln è un film biografico troppo perfetto e ben confezionato per suscitare emozioni e, sebbene la carismatica presenza di Daniel Day-Lewis sia il principale motivo per vedere il film, non è sufficiente per rendere memorabile la pellicola.

Con Il ponte delle spie il regista di E.T e Indiana Jones sceglie di raccontare una storia vera, quella dell'avvocato che ha difeso una spia russa catturata negli Stati Uniti nel 1957, in piena guerra fredda. Lo stesso avvocato, successivamente, è stato il principale protagonista dei negoziati che hanno portato alla liberazione di un pilota americano precipitato con il suo U2 in territorio sovietico durante una missione di ricognizione. Il primo pregio del film consiste nel recupero di Tom Hanks che, dopo Captain Phillips – Attacco in mare aperto, torna ad interpretare un ruolo da protagonista degno del suo nome. Non è di certo il miglior Hanks, ma il suo è il volto giusto da incollare al ricordo di un uomo di valore, onesto e determinato, un uomo tutto d'un pezzo che, credendo nelle leggi sancite dalla costituzione e forte di un profondo senso civico e morale, ha messo a rischio la sua incolumità e quella della sua famiglia nel tentativo di difendere chi sembrava già condannato.

Spielberg è, come Zemeckis, un regista capace di fare leva sulle emozioni e sul lato buono dell'America, senza per questo scadere nella banalità o nel patriottismo più sdolcinato. Già in Lincoln aveva celebrato la vita di un presidente democratico e deciso a cambiare la storia e adesso, sposta l'attenzione su un uomo normale, che ha avuto il coraggio di andare controcorrente non venendo mai meno ai suoi ideali e portando a testa alta la bandiera di un paese che, nonostante il razzismo più dilagante e le atrocità storiche più marcate, fa della lotta per i diritti civili uno dei suoi punti di vanto. Che si tratti di un tema caro al regista di Cincinnati appare chiaro dalla scelta di introdurre alcune scene chiave, come il discorso di James B. Donovan al Congresso o la ferrea ostinazione dello stesso avvocato nella trattativa per la libertà di un giovane studente imprigionato a Berlino Ovest.

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La ferma mano registica di Spielberg rimane evidente in tutto i film e la fotografia di Janusz Kaminski a tratti quasi satinata si abbina piacevolmente ad una storia di altri tempi, quando le spie non avevano congegni elettronici sofisticati ed i segreti si passavano su foglietti di velina nascosti in una monetina. Il ritmo regge dall'inizio alla fine e, sebbene la prima parte risulti forse un po' troppo precipitosa, la seconda migliora e alza decisamente il livello, complice anche la buona sceneggiatura dei fratelli Cohen, regalandoci un film gradevole ed equilibrato.

Il ponte delle spie si sta difendendo bene al botteghino di Natale, ma non può ambire al podio alto visto che l'evento più atteso dell'anno, appena uscito sugli schermi ha già abbattuto tutti i record. Star Wars Episodio VII – Il Risveglio della Forza è stato annunciato da una poderosa macchina pubblicitaria che, tra merchandising spinto e campagne promozionali a 360°, ha invaso radio, televisioni e negozi. George Lucas aveva promesso un seguito ai sei episodi della saga di Star Wars e non è venuto meno alla parola data: l'operazione si è rivelata un trionfo fin dalla prima foto del cast che riunisce i protagonisti della prima saga (Harrison Ford nei panni di Han Solo, Carrie Fisher in quelli della principessa Leia e Mark Hamill in quelli di Luke Skywalker) ed aggiunge nuovi personaggi destinati ad animare anche i due seguiti previsti.

La storia – sceneggiata da Lawrence Kasdan, già autore dei primi film – è rimasta top secret fino alla sera dell'anteprima, rendendo ancor più frenetica l'attesa e, alla fine, non ha deluso il pubblico. Lucas ha scelto di rimanere sullo sfondo passando il timone al J.J. Abrams (che già aveva resuscitato il mito di Star Trek), il quale si è dimostrato all'altezza della situazione; Episodio VII rispecchia i canoni della trilogia primigenia, lasciandosi alle spalle le trasformazioni politiche che avevano portato alla formazione dell'Impero e che Lucas in persona aveva raccontato negli Episodi I, II e III.

Il Risveglio della Forza è, insieme, una continuazione dell'avventura e un remake dello Star Wars del 1977 che aveva fatto la storia del cinema di fantascienza

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Ci sono tutti gli elementi della mitologia inventata da Lucas: un villain mascherato, un'arma potentissima, la resistenza, uno jedi in potenza da addestrare e uno in atto da riscoprire, oltre che una corposa serie di creature che occhieggiano a Harry Potter e Il Signore degli Anelli e di robot dotati di un'evoluta intelligenza artificiale ed un'empatia da favola disneyana. E non è un caso perchè la Lucasfilm è stata assorbita proprio dalla Disney che ha creduto in questo progetto e ne ha permesso la realizzazione.

Forse i puristi della serie storceranno il naso di fronte a questo nuovo capitolo ma è innegabile che la confezione regga perfettamente da molti punti di vista: quello del richiamo alla tradizione, dell'effettistica, dell'intreccio e del ritmo narrativo. Il problema, semmai, è che dopo 6 episodi Star Wars non è più una novità, non sorprende più e non lascia a bocca aperta; a Hollywood manca la capacità di innovare ma sul terreno già noto e fertile di Guerre Stellari l'industria del cinema a stelle strisce ha fatto crescere l'ennesimo capitolo di una storia che ha colpito almeno tre generazioni di spettatori, col risultato che questo nuovo Risveglio della Forza ha un sapore dolce e gustoso. Se fosse uscito 40 anni fa al cinema avrebbe fatto la storia, proprio come il primo episodio di questa serie, ma oggi non va oltre un cordiale apprezzamento.

Enrico Orzes