Posted on: 8 Febbraio 2016 Posted by: Enrico Orzes Comments: 0

 

Perché un altro film dedicato a Steve Jobs?

Dopo la biografia firmata da Walter Isaacson (Steve Jobs) e un film centrato sulla gioventù del fondatore della Apple (Jobs), la più grande industria cinematografia del mondo riporta sullo schermo uno dei suoi più rilevanti protagonisti.

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Steve Jobs non è un regista, né un attore ma, oltre ai computer e ai cellulari, ha legato il suo nome anche all'universo del cinema, cambiando in maniera radicale il modo di realizzare cartoni animati.

Perché però Steve Jobs merita un altro passaggio al cinema? Sappiamo già tutto di quest'uomo geniale e insopportabile, arrogante e problematico, scontroso e illuminato, per quale motivo la sua chiacchieratissima vita dovrebbe indurci a spendere i soldi del biglietto? Prima di tutto perchè per questo nuovo film sull'inventore dell'I-pod sono stato arruolati Danny Boyle, che con Trainspotting (1996) e Piccoli omicidi tra amici (1994) è diventato il regista di culto di una generazione, e Michael Fassbender, un attore di grande carisma che con Hunger (2008) e Shame (2011) ha prodotto interpretazioni memorabili.

Aaron Sorkin – già sceneggiatore di The Social Network, dedicato al fondatore di Facebook – si è ispirato alla biografia ufficiale di Jobs focalizzando il film sulle contraddizioni personali dell'AD di Apple, portando in rilievo il suo carattere e il suo lato personale. Per far ciò ha scelto tre momenti chiave della parabola lavorativa di Jobs: la presentazione del Mac (1984), quella del primo computer creato alla Next (1988) e quella dell'I-Mac (1998).

11902566_428839400651373_4703737045628438261_nNon è un caso che i momenti selezionati siano le “presentazioni” dei prodotti perché esse rappresentano il culmine dell'attività di Jobs, la condizione in cui era in grado di dispiegare al meglio i suoi talenti. Il pubblico si assiepa in sala, batte i piedi, ne attende ansioso l'entrata in scena, lo applaude, lo acclama, pende dalle sue labbra, ascolta estasiato i suoi voli pindarici e osserva meravigliato le magie che solo lui sa compiere sul palco. Jobs lo comprende. È consapevole dell'influenza che ha sulle masse, è un po' come un predicatore che è sicuro di fare presa sul suo pubblico, come un prestigiatore che sappia di aver il potere di sorprendere chi guarda. In quegli istanti Jobs è più che mai il direttore d'orchestra che raccoglie l'applauso del pubblico.

Ma nel backstage delle presentazioni c'è un uomo che si ostina a non riconoscere la paternità della figlia e le parla con una tal brutale freddezza che, al confronto, lo schermo del Mac appare più vivace e allegro. C'è un uomo che sa alienarsi da tutto e da tutti, anche dagli amici che l'hanno seguito fin dalla giovinezza e che in lui hanno creduto. C'è un uomo solo e rifiutato fin dall'infanzia alla disperata ricerca di una figura paterna.

Colui che ha rivoluzionato la filosofia del computer, facendone uno strumento di comunicazione e divulgazione di massa, è un uomo nascosto dietro una pesante corazza, quella del completo controllo. A tal punto che il suo computer è un sistema chiuso, end-to-end, sul quale nessuno dovrebbe poter mettere le mani, men che mai i primi fruitori. Jobs appare come una contraddizione vivente e, insieme, una delle personalità più geniale e rivoluzionarie dei suoi tempi.

Attingendo a piene mani dalla sua storia personale, Sorkin seleziona i momenti cruciali e i personaggi attraverso i quali raccontare l'uomo e non la leggenda. Così sullo schermo si avvicendano John Sculley (Jeff Daniels), Steve Wozniak (Seth Rogen) e Lisa Brennan, la figlia di Jobs a 5, 9 e 19 anni che entrano ed escono dall'orbita del pianeta Jobs, attorno al quale gravita l'unico satellite fisso di Joanna Hoffman (una bravissima Kate Winslet), l'unica persona capace davvero di tener testa al camaleontico inventore dell'I-phone.

12347701_458703627664950_1786349097603996192_nMichael Fassbender forse non somiglia molto al giovane Steve Jobs ma si cala nei suoi panni in maniera sopraffina, riproducendone perfettamente le reazioni esagerate ed i discorsi taglienti, tra metafore al limite del cinismo – e ben oltre – e discorsi da sognatore.

A Sorkin e Boyle non interessa un altro film sul giovane che in un garage ha inventato il computer. Dopo I pirati della Silicon Valley (1999) e Jobs (2013) non era necessario un altro film sulle leggende che meglio di altri incarnano il sogno americano del giovane talentuoso che trasforma il suo garage in un'impresa multimilionaria. L'interesse è puntato sull'evoluzione personale dell'uomo che ha invitato i giovani studenti di Stanford ad essere curiosi e folli e, sebbene il film non sia di certo il migliore di Danny Boyle, riesce a pieno nel suo intento: complice il fantastico montaggio serrato di Elliot Graham, il ritmo non cede mai e l'architettura del racconto assume una dimensione moderna e vivace senza essere ostica e contorta.

Chi abbia già letto la biografia troverà familiari alcune frasi ed alcune situazioni riprese ma l'effetto finale, complessivamente, funziona. Steve Jobs è un film diretto in maniera saggia, fresca e frizzante. Rende giustizia al suo protagonista molto più del precedente film del 2013 e meglio di quanto fatto in passato da altre pellicole dedicate a personaggi del mondo della comunicazione, come Julian Assange in Il Quinto Potere (2013), un film piatto nello stile e debole nei contenuti. Non è un biopic indimenticabile come potrebbe essere A beautiful mind (2004), anzi, non è neppure un biopic in senso stretto, è più che altro un film che gioca con la messa a fuoco di una personalità difficile da inquadrare, evidenziandone i lati più chiari e quelli oscuri, sottolineandone i successi e i fallimenti. Non solo sul piano professionale.