Posted on: 24 Febbraio 2016 Posted by: Enrico Orzes Comments: 0

 

Finalmente, a circa due anni dall'uscita nei cinema di Django Unchained, Tarantino torna sul megaschermo col suo ultimo lavoro che è di nuovo un western.

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Evidentemente affezionatosi alle atmosfere dell'epopea americana per eccellenza, il regista di Pulp Fiction e Le iene torna dietro la macchina da presa per confezionare una storia che occhieggia ai Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, condendola con la particolarissima salsa a base di citazioni, iperbolica violenza e personaggi decisamente al di sopra delle righe.

Quello che, tuttavia, ha rappresentato il colpo vincente dei suoi precedenti lavori, da Kill Bill Volume 1 (2003) e Volume 2 (2004) fino a Bastardi senza gloria (2009) e Django Unchained (2012) era una sagace combinazione di dialoghi brillanti e monologhi scoppiettanti – e non è semplice scriverli – messi in bocca a personaggi difficili da dimenticare: solo per citarne alcuni basterà pensare a Vincent e Jules la coppia di killer di Pulp Fiction, alla banda de Le iene, riunita intorno ad un tavolo di una tavola calda a discutere sul senso delle mance, o al monologo finale di Bill in Kill Bill, per non parlare del tedesco interpretato da Christoph Waltz in Bastardi senza gloria. Insomma, la capacità di scrivere buone sceneggiature ha sempre rappresentato un punto a favore del regista americano innamorato dei b-movie italiani.

12670246_1161468083893850_587032400225932942_nPurtroppo, in The Hateful Eight, quello che di certo manca è la prima peculiarità di Tarantino: il suo talento per costruire storie convincenti, puntellandole con personaggi folgoranti. The Hateful Eight si trascina inesorabile per quasi tre ore, proponendo al pubblico otto odiosi e noiosi cowboys, costretti dalla bufera a convivere all'interno di un vecchio emporio. Ci sono una donna prigioniera di un cacciatore di taglie, un vecchio maggiore nero dell'esercito yankee, un generale dell'esercito confederato, un boia inglese, un mandriano, un messicano e un aspirante sceriffo.

Tra di loro qualcuno non è affatto chi sembra davvero e solo un aspro confronto permetterà di capire dove si celi il doppio gioco. Riunendo a sé gli attori più fedeli (dal sempre presente Samuel L. Jackson a Michael Madsen, da Kurt Russell a Bruce Dern e Jennifer Jason Leigh) Tarantino mette in scena la rappresentazione di un'America divisa tra sostenitori dell'Unione e della Confederazione, giocando su alcuni semplici stereotipi che ancora dividono Nord e Sud.

L'idea avrebbe potuto essere interessante e, grazie anche all'azzeccata scelta del western (genere cinematografico che per eccellenza rappresenta gli Stati Uniti) avrebbe forse dato l'occasione a Tarantino di riportarsi ai livelli di Pulp Fiction ma, come dice un vecchio proverbio, “più in alto sale la scimmia e più le si vede il culo”. E quello di Tarantino non è proprio un bello spettacolo.

Vittima di una sorta di delirio da autocelebrazione, Quentin si dilunga all'infinito, trascinando le situazioni vissute dai personaggi fino al limite del ridicolo e carica all'eccesso i dialoghi che invece dovrebbero avere una loro brillantezza naturale, come era accaduto nei suoi precedenti film, sacrificando la storia sull'altare del suo manierismo. Dopo un po' ci si stanca di sentir ripetere le stesse frasi da tutti i personaggi coinvolti. Ci si annoia. E questo non può accadere in una pellicola di Tarantino.

Dove è andata Minnie?
Da sua madre.
Minnie ha una madre?
Ce l'abbiamo tutti una madre..
Cavolo! Non sapevo che Minnie avesse una madre..
Tu hai una madre.

Un breve ma esemplificativo esempio di uno dei dialoghi messi in scena nel film che conferma che l'eccesso permea ogni aspetto del film e arriva ad un tal livello che ad un tratto non si aspetta altro momento di quello in cui si riaccenderanno le luci.

12743621_1163254630381862_1195361713078453966_nPeccato, perché il cast era davvero in forma e la colonna sonora di Morricone ha il sapore di un cinema che non si vede da tanto tempo – il compositore italiano merita senza dubbio il riconoscimento dell'Academy.

Peccato anche perché il regista cresciuto dietro il bancone di una videoteca ed affezionato agli spaghetti western italiani e al cinema “poliziottesco” più trash del nostro paese ha comunque uno spiccato senso dell'immagine e sa usare la macchina da presa in maniera piuttosto intelligente e, a tratti, sofisticata. Ma guardando anche ai suoi precedenti film è impossibile dare un giudizio positivo a questo The Hateful Eight, dove il ritmo narrativo e la capacità di sostenere il mistero passano in secondo piano, cedendo il passo ai virtuosismi personali di Tarantino, producendo più che altro una situazione di pesantezza non giustificabile perché dai film di questo regista ci si aspetta tutto tranne che la noia.

Forse è il caso di inquadrare Tarantino nella giusta ottica e ridimensionare un po' il personaggio che, a questo punto, dovrebbe guardare più ai suoi inizi per pensare ai suoi prossimi film.