Posted on: 22 Marzo 2016 Posted by: Benedetta Morbelli Comments: 0

 

Il 12 febbraio 2016 è uscito per l’etichetta Strangefolk “K 2.0”, il quinto album in studio dei Kula Shaker.

L’intento della band è dichiaratamente quello di voler chiudere un percorso artistico che lega questo lavoro con “K”, il primo album del gruppo, pubblicato nel 1996.

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All’epoca della sua pubblicazione, negli ormai lontani anni ‘90, “K” fu un caso discografico, un originalissimo mix di rock psichedelico, sonorità indiane e sì, qualche avvisaglia di quel britpop che di lì a poco sarebbe diventato un fenomeno mondiale (e qui uso il termine “avvisaglie” perchè, onestamente, i parallelismi tra il lavoro dei Kula Shaker e il britpop “puro” di Oasis e Blur mi sono sempre sembrati azzardati, e perchè anche la band stessa ha sempre dichiarato di non sentirsi particolarmente vicina a questo genere musicale).

“K 2.0” è, a mio avviso, un gran bel disco come lo fu il suo quasi-omonimo antenato. L’alternarsi dei pezzi è un’altalena che passa da un “rock-quasi-folk” molto caldo e accattivante a canzoni palesemente legate agli albori della band - su tutte Infinite Sun, Hari Bol e Mountain Lifter, che tra sitar e melodie esotiche ricordano tanto il capolavoro che fu Govinda, unica canzone scritta interamente in Sanscrito ad entrare nella top ten inglese.

Sul primo versante invece, sono senza dubbio da segnalare Death of Democracy, 33 Crows e High Noon (che pure ricorda tanto la splendida Fool that I am contenuta nell’album del 2007 “Strangefolk”).

Nei pezzi suddetti, a mio parere, è possibile apprezzare al meglio l’esplosione e la fusione delle tante influenze che caratterizzano la band capitanata da Crispian Mills: India, rock psichedelico anni ‘60/’70, una bella fetta di Beatles, e perchè no, anche quel chitarrino acustico un po’ mistico del sommo maestro Jimmy Page in alcuni pezzi di “Led Zeppelin IV” (beh, con le dovute proporzioni, accidenti!).

12345568_10156277117305114_2958241678612072389_nMa non mi perderò in un approccio track-by-track, che in questo caso potrebbe distogliere l’attenzione da alcuni concetti fondamentali, quelli che appunto rendono “K 2.0” un ottimo album.

Già, perchè questo disco è il risultato del lavoro di una band che, pur pubblicando pochissimo materiale - di fatto cinque album in studio nell’arco di vent’anni - ha gestito bene il proprio tempo e le proprie capacità. Ancora: “K 2.0” è frutto del lavoro di una band che, nell’epoca dello strapotere dei singoli usa-e-getta, ancora crede nel potere di un disco che sia concepito come un unicum, formato dall’unione delle varie tracce, e non dal semplice susseguirsi di esse. Un disco, insomma, che sia una sorta di “viaggio”, in grado di catapultare l’ascoltatore all’interno di un progetto più grande, qualcosa che abbia una forma e un senso.

Nota di demerito: onestamente, fossi stato al posto dei Kula Shaker, avrei scelto un nome un po’ diverso per il disco, che pur ricollegandosi con questo titolo al primo capitolo della loro carriera musicale, potrebbe prestarsi a fraintendimenti, oltre a rimandare a una cultura che, forse, non li rappresenta.

Chiudo con un’ulteriore ultima lode: la produzione del disco, durante i vari ascolti, sembra molto coerente con lo scorrere delle canzoni, sobria e ben strutturata.

Mi concedo, quindi, un gioco di parole nel consigliarvi assolutamente l’ascolto di “K 2.0”: un “prodotto ben prodotto”, diciamo.

 

Marco D'Annunzio