Posted on: 20 Aprile 2016 Posted by: Marco D'Annunzio Comments: 0

 

- In memoria di Gianmaria Testa -

 

“Preferisco così,
senza troppo rumore
come quando si sta
soli, dietro una porta,
a guardare che spiove.”

 

Ascoltando casualmente questi versi, circa un paio d’anni fa, sono venuto a contatto con la musica di Gianmaria Testa.

E’ stato amore “a primo ascolto”: pian piano ho cominciato ad addentrarmi nel repertorio di questo signore baffuto dall’aria simpatica e ho iniziato a seguire la sua pagina facebook, sperando di acciuffare qualche suo concerto in giro per l’Italia. 

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Non ci sono mai riuscito.

Gianmaria Testa ci ha lasciati il 30 marzo 2016 dopo una lunga malattia, a causa della quale, già dal maggio dell’anno precedente, era stato costretto ad annullare qualsiasi impegno artistico.

Scrivo questo articolo adesso, stasera, a qualche settimana di distanza dalla morte di Testa perchè vorrei evitare di cadere in banalità, vorrei evitare lo sciacallaggio intellettuale che in questi casi esplode spudoratamente, soprattutto sui social network; vorrei semplicemente che qualcuno, magari leggendo questo pezzo per il tramite di Offline Magazine, scoprisse l’universo di questo Cantautore, con la C maiuscola.

Ma andiamo con ordine.

Testa nasce in provincia di Cuneo nel 1958, da una famiglia di agricoltori; fin da piccolo si appassiona alla musica e comincia a comporre e suonare da autodidatta.

0aec6a1ea7bb581a0cca627c62af9064Una volta cresciuto, lavora inizialmente come ferroviere, attività alla quale presto affianca la sua carriera musicale.

Vince il “Festival musicale di Recanati” (oggi “Musicultura”) nel 1993 e nel 1994, e viene lanciato definitivamente dai nostri cugini francesi: il suo disco d’esordio, pubblicato oltralpe con l’etichetta Label Bleu, si intitola per l’appunto “Montgolfières”.

Segue una discografia robusta, con sette album in studio e due raccolte dal vivo; tra queste segnalo ovviamente “Men at work”, un lavoro splendido (registrato in Germania durante una tournèe di Testa col suo quartetto) da cui sembra trasparire, a tutto tondo, lo stile di questo artista.

Tuttavia, mi chiedo se sia davvero possibile inquadrare o etichettare il lavoro di un simile artista, e mi rispondo da solo: no.

La musica e le parole di Testa, la sua poetica, il suo approccio, hanno il sapore del cantautorato perduto di Tenco e di De Andrè; la sua voce rauca e allo stesso tempo vellutata ricorda un po’ quella di Paolo Conte; l’elasticità dei suoi arrangiamenti è un miscuglio poliedrico di jazz, folk, musica leggera e perchè no, qualche avvisaglia di world music, nel senso più audace del termine.

Ora, i cenni tecnico-biografici di cui sopra sono soltanto un pretesto perchè, come ho già detto, questo articolo nasce solo e soltanto per consigliare ai miei (eventuali) lettori l’ascolto delle canzoni di Gianmaria Testa.

Per fare questo, potrei certo suggerirvi alcuni pezzi tratti dalla sua discografia - su tutte cito, per mio gusto personale, “Un aeroplano a vela”, “Preferisco così”, “Lele”, “Dimestichezze d’amor”, “Polvere di gesso” e, ovviamente, “Le traiettorie delle mongolfiere”.

Potrei anche segnalarvi le numerose collaborazioni di Testa con musicisti italiani e internazionali, grandi nomi del jazz e del folk (Paolo Fresu, Stefano Bollani e Rita Marcotulli tanto per citarne alcuni). Eppure, tutto ciò non sarebbe abbastanza.

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Quel che mi ha sempre colpito di Gianmaria Testa - pur conoscendo la sua musica da un paio d’anni soltanto - sono la sobrietà e l’umiltà che traspaiono dalle sue canzoni, la rassegnazione e la tristezza che, nella bellezza di una poesia semplice, si tramutano in un timido tentativo di speranza.

Gianmaria Testa ha cantato gli umili, l’amore, la morte e la bellezza, e lo ha fatto in modo onesto e frugale, senza scendere a compromessi.

Fino al 2007 ha continuato a lavorare come ferroviere, nonostante la carriera musicale, i dischi, i concerti.
Un atteggiamento simile, unito ovviamente alla qualità della sua produzione artistica, merita un rispetto indescrivibile, che spero di potergli tributare con questo piccolo articolo.

La presentazione del pezzo “Lasciami andare” tratta dal live Men at work (2013) parla di come, col passare del tempo, ci si trovi a dover dare l’ultimo saluto agli amici più cari, e si conclude con queste parole, pronunciate da Gianmaria Testa: “Ho pensato che gli ultimi addii, forse, sono inutili; conta soltanto il tempo passato insieme.”

Gianmaria Testa ci lascia un bagaglio di musica e parole che trasforma quel “tempo passato insieme” in qualcosa di molto prezioso: una poesia allo stesso tempo potente e leggera, in equilibrio tra il rumore del temporale e il volo silenzioso delle mongolfiere.

(Nota: i cenni biografici su Gianmaria Testa e quelli relativi alla sua discografia sono frutto di una ricerca svolta sul web che, ovviamente, non ha pretese di completezza; invito chi volesse a segnalarmi nuovi dati o eventuali errori, grazie).