Posted on: 15 Novembre 2016 Posted by: Enrico Orzes Comments: 0

Coloro che abbiano vissuto la tragedia del Vajont o che conoscano qualcuno che abbia perso familiari o amici quella tragica notte del 9 ottobre 1963 sanno bene chi sia Marco Paolini, attore e regista bellunese che vent’anni fa portò in scena Il racconto del Vajont, monologo teatrale in cui con passione e lucidità ripercorse tutti gli eventi che condussero al disastro che cancellò la città di Longarone e provocò la morte di quasi 2000 persone.

 

la pelle dell'orso

 

Paolini appartiene alla generazione degli autori che hanno fatto grande la tradizione del teatro civile, ma è anche uno scrittore e un attore che ha dato prova del suo talento in pellicole come I piccoli maestri (1998) e Io sono Li (2011). Per questo Marco Segato gli ha proposto il ruolo del protagonista nel suo primo lungometraggio, La pelle dell’Orso, tratto da un romanzo di Matteo Righetto e al cinema in questi giorni.

 

È un po’ la prima volta per tutti: per Paolini è il primo vero ruolo da protagonista e per Segato è il primo film dopo documentari come L’uomo che amava il cinema (2012) – prodotto, tra l’altro dalla Jolefilm, la casa di produzione fondata da Paolini. Entrambi hanno come minimo comune denominatore la collaborazione con Carlo Mazzacurati ed entrambi hanno sempre pensato che il buon cinema nasca dalle cose autentiche.

 

La pelle dell’orso è ambientato in un paesino delle Dolomiti negli anni ’50 e ha per protagonisti Pietro, un vecchio ex galeotto (Paolini), e il suo giovane figlio Domenico (Leonardo Mason). Il personaggio di Paolini è quello di un rude montanaro di poche parole e con il cuore ricoperto di cicatrici, che ha perso la moglie, il rispetto dei suoi amici e dei concittadini e che, grazie al suo atteggiamento, rischia di perdere anche quello del figlio. L’occasione per ritrovare il suo onore gli è data dalla caccia ad un vecchio orso (El Diaol) che ha attaccato una delle stalle del paese e terrorizzato gli abitanti. Pietro accetta la scommessa offerta dal suo titolare (verrà pagato se riporterà la pelle dell’orso, altrimenti dovrà lavorare un anno gratis) e si mette in cammino, seguito da Domenico.

 

14705828_612546715537085_3432092157354648308_nIl film è sostanzialmente costruito sul rapporto padre-figlio e, un po’ come un impressionista, Segato descrive il quadro d’intersezione tra i due con pochi ma sinceri trattati, rinunciando a discorsi lunghi e spiegazioni complesse ma enfatizzando il valore dei gesti, degli sguardi, dei toni di voce utilizzati da questi due uomini che si addentrano sempre più nel bosco. E paradossalmente, è nel totale isolamento offerto dalla Natura che il loro rapporto evolve, come accadeva anche ai personaggi di Matthew McConaughey e Ken Watanabe ne La foresta dei sogni (2015) di Gus Van Sant.

 

La semplicità dei gesti con cui ci si prende cura uno dell’altro, dalla preparazione del cibo alla condivisione di una saponetta con cui lavarsi in un torrente, stabiliscono il ritmo a cui si evolve un rapporto che tra le mura di una casa vuota e spenta si era come incriccato. La minaccia esterna dell’orso è solo un pretesto per mettere insieme due uomini tanto vicini quanto ormai lontani: Pietro ha l’ultima occasione non solo di riscatto personale ma anche per trasmettere qualcosa a suo figlio Domenico, di essere un padre e una guida e Domenico, ormai sempre più grande e indipendente, ha la sola occasione di conoscere un padre introverso ed estraneo e di fargli capire che ormai è diventato un uomo di cui può essere orgoglioso. In questo senso il libro da cui il film è tratto si inserisce nella categoria dei romanzi di formazione e la pellicola di Segato aderisce perfettamente all’anima del romanzo.

 

Paolini è perfetto nella parte di un uomo sconfitto ed emarginato, con un passato di dolore mai sopito e un presente sconquassato ma con ancora una fiamma di orgoglio – e di amore – viva nel petto, tuttavia, l’altra grande protagonista del film è la montagna, mai presente solo come sfondo ma di primo piano nelle vite di tutti i protagonisti. Ne forma il carattere, ne determina il destino, ne plasma le vite. Perfettamente resa dallo stile registico elegante (ma non manieristico) di Segato e dalla fotografia di Daria D'Antonio che ne sottolinea luci ed ombre con superba maestria, restituendoci quadri cromatici estremamente vividi. Il ritmo della narrazione si adegua a quello delle esistenze degli uomini e delle donne di montagna e la musica si riduce al minimo indispensabile per fare posto a quei silenzi che valgono più delle parole. La sceneggiatura – firmata da Segato e Paolini – sceglie le battute con grande cura e le carica di significato anche nei momenti più intimi e dolenti. L’aver girato la gran parte delle scene in una cornice naturale e in condizioni di grande difficoltà contribuisce a calcare il realismo del film e ne aumenta la tensione emotiva.

 

La pelle dell’orso è un film di grande solidità ma con un cuore pulsante che si configura come lo specchio di quei caratteri isolati che vuole raccontare. Nel presentarlo Paolini ha, con un tocco di ironia, consigliato di parlarne agli amici nel caso in cui fosse piaciuto o, in caso contrario, di non parlarne affatto che, tanto, la modestia del progetto e dei suoi realizzatori avrebbero contribuito a non farne comunque un caso nazionale. Quello che, invece, è giusto è che se ne parli e se ne parli bene perché questo film è un ulteriore esempio di come il cinema delle piccole cose sia anche il cinema delle cose più autentiche e più vere.

 

Voto: 7.5