Posted on: 7 Maggio 2020 Posted by: Simone Lucidi Comments: 0

Un album sorprendente “Togetherness”. Ti entra nell’anima, con quel sound che non muore mai. L’amore e le parole si fondono alla musica toccante di Marco Taggiasco nel suo nuovo progetto. Ascoltando questo lavoro certosino, si guarda al futuro per non dimenticare il passato.

 

Sognando California. La si sogna per molti motivi, ma i musicisti la fiutano, come l’odore dell’aria del mare e delle strade che non si scordano mai.

 

Marco vanta nell’album vari featuring : Damiano Libianchi – Bill Champlin – Jeff Pescetto – Joe Pizzulo – Terry Wood – Anne Marie Bush – Mattia Pedretti – Elena Nieri – the Choir of Balueni.

 

Bisogna dire due parole su Bill & Tamara Champlin, leggende viventi, che mettono la ciliegina sulla torta nel brano Shelter this love, con la loro voci ruvide ma raffinate.

 

Voglio chiudere parlando di Damiano Libianchi, che ci apre il cuore nel brano I don’t believe it’s true. Sorprendente nel suo modo di cantare, con cui esalta molti brani di Togetherness in cui è presente. Riesce a rendere sognante un ricordo e ti fa entrare nelle emozioni fotografando il momento.

 

Non voglio dilungarmi troppo, perché Marco ha concesso un’ intervista generosissima a LUCD, è stato molto accurato nelle risposte ed espone in maniera chiarissima il mood di Togetherness. Lasciamo quindi spazio alle sue parole.

Marco Taggiasco, quando la musica diventa culto

 

Marco ci racconti l’idea dietro questo nuovo lavoro?

Circa un anno e mezzo fa, con il mio amico Riziero Bixio (associate producer) ci siamo resi conto che erano passati più di 10 anni dal mio ultimo album in studio e nel frattempo molti brani e idee si erano accumulate in attesa di una loro collocazione. Avevo proposto alcune canzoni a degli editori internazionali, ma per esigenze contrattuali e di politica delle label, i brani erano rimasti nel cassetto.

Così abbiamo iniziato a selezionare il materiale per un nuovo album, sviluppando anche le idee che erano rimaste a livello embrionale. In questo è stato importante l’apporto di Damiano Libianchi, con cui ho scritto buona parte dei nuovi brani. Per arrivare alle 10 tracce dell’album ne abbiamo scartate oltre il doppio e questo perchè volevamo la migliore qualità possibile.

 

 

 

 

Come è nata la tua passione per questo genere musicale?

Non parlerei di genere musicale, quanto di un certo approccio, un modo di intendere la canzone. L’album stesso non è catalogabile in un genere: ci sono molte influenze diverse: R’n’B, Blue Eyed Soul, Pop, Rock, c’è un brano strumentale e un duetto pop-lirico, oltre a vocalità molto differenti. Vedi, nella mia carriera ho lavorato con artisti di estrazione molto diversa, ho composto musica per il teatro e per la pubblicità, ho fatto il bandleader per artisti indipendenti e prodotto perfino un album di rock psichedelico. Tutte queste esperienze si riflettono nella natura composita dei miei lavori.

 

Chi ti ha colpito di più tra i grandi ospiti che hanno collaborato nel tuo album?

Con molti di loro c’è una conoscenza di anni. Con Bill e Tamara ad esempio ci eravamo ripromessi da tempo di collaborare, l’album è stata l’occasione giusta. Per il resto direi che sono tutti performers eccellenti: Joe, Jeff, Anne Marie e tutti gli altri che hanno collaborato per la realizzazione dell’album. Ognuno di loro ha dato un contributo determinante.

 

A quali brani dell’album sei più legato?

E’ sempre difficile scegliere. Amo i brani con melodie ricche, articolate, dalle armonie interessanti come Where All The Dreams Begin, o la ballad con Anne Marie Bush. Again è senz’altro tra le cose migliori che ho scritto, trovo molto riuscita anche la title track, un brano corale, di ampio respiro e con un significato profondo, ma in generale con ogni traccia ho un legame personale.

 

 

Quale musicista ti ha ispirato e chi vorresti ispirare?

Le persone nella mia generazione hanno avuto la fortuna di crescere nell’età d’oro della musica pop, avendo la possibilità di formarsi attraverso un’offerta di qualità. Da bambino ero attratto dalla musica di signori che vedevo alla tv in bianco e nero e che poi ho scoperto chiamarsi Burt Bacharach, Henry Mancini, Johnny Mandel, Herb Alpert, Quincy Jones… Mi affascinava l’orchestra, e quindi anche le colonne sonore. Dal punto di vista della scrittura, sicuramente il grande songbook americano, gli standard, il Jazz, e la loro influenza nella musica pop del secolo scorso. Ma anche il rock’n’roll, molta black music, band come EW&F,  e compositori classici come Ravel, Debussy, Bernstein, Copland etc.

Riguardo la seconda domanda, credo che oggi sia quasi impossibile ispirare qualcuno: l’offerta musicale contemporanea è estremamente frammentaria, elementarizzata, ipertrofica e soprattutto derivativa: se ti piace qualcosa, è perchè ti ricorda qualcosa che ti piace. La principale difficoltà nel fare un disco oggi è proprio questa: scrivere qualcosa che possa ancora ispirare.

 

“I don’t believe it’s true” è una vera ballad, commovente. Ci racconti come ti è nata l’idea?

E’ nata da un’idea di Damiano, è un brano in cui ho cercato di esaltare e valorizzare proprio quelle componenti che ti hanno commosso, come ad esempio il mood sospeso e minimale, o l’ostinato corale nella coda. Credo sia una ballad molto riuscita.

 

Per i neofiti dell’adult contemporary music, spiegaci in una frase il suo fascino.

Come dicevo, più che di un genere musicale, si tratta di un approccio alla canzone. Vedi, la definizione Adult Contemporary è nata come radio format alla fine degli anni 70 per indicare in realtà un universo musicale estremamente vasto. Si parla di pop adulto perchè generalmente il materiale che rientra in questa definizione è musicalmente più profondo e complesso della musica destinata ai teenagers, ma non è un genere musicale: le radio AC passano dai Beach Boys a Celine Dion fino ai miei album. C’è generalmente una grande attenzione alla melodia, alla performance, agli arrangiamenti, alla produzione, insomma a tutti quegli aspetti strettamente musicali. E credo sia questa la ragione del suo fascino.