Posted on: 23 Maggio 2020 Posted by: Simone Lucidi Comments: 0

Marco Sfogli, uno dei più apprezzati chitarristi al mondo, è made in Italy. Si adatta ad ogni tipo di sonorità, spazia dal rock progressive al metal progressive, ma l’importante non sono i generi ma la sua interpretazione. In ciò che suona si sente il cuore, oltre alla tecnica sopraffina.

Marco negli ultimi anni ha abbracciato il progetto PFM e quello con gli Icefish – con l’amico Virgil Donati – e ha lavorato senza sosta. Nel 2019 è uscito anche il suo attesissimo album da solista, “Homeland”.

 

Marco Sfogli, il profeta della chitarra

 

Ho avuto la fortuna di assistere a vari live della PFM da quando Marco collabora con loro e devo dire che è stata davvero un bella novità, la ciliegina sulla torta per rinnovare un gruppo leggendario. Un maestro della chitarra attaccatissimo alla didattica ed alla sua diffusione.

Marco mi ha sempre stupito per il suo suono, mai stucchevole.  Anche nel virtuosismo, tocca sempre le corde giuste. Questo musicista è da seguire e da ammirare e meriterebbe molta più visibilità.

Marco Sfogli, con l’umiltà che lo contraddistingue, ha regalato un’intervista flash a LUCD, nella quale ci racconta un po’ di sé, parlandoci di suo padre e ci dà due scoop: un nuovo album con la mitica PFM ed uno con gli Icefish.

 

Intervista a Marco Sfogli

 

Marco chi ti ha ispirato nel’approccio alla chitarra?

Direi senza ombra di dubbio mio padre, chitarrista e componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Il fatto di avere in casa parecchie chitarre sicuramente deve aver contribuito in maniera essenziale a questa scelta, sebbene poi abbia preso una direzione diversa scegliendo la chitarra elettrica. Oltre alle chitarre in casa c’erano tanti dischi collezionati dai miei genitori che abbracciavano anche il rock per cui ho avuto modo di ascoltare tantissima musica sin da quando ero bambino.

 

 

 

 

Come mai un virtuoso della chitarra come te e vicino al Metal progressive, ha abbracciato il progetto PFM?

Credo di essere stato sempre più affascinato dalla dimensione di chitarrista all’interno di una band piuttosto che al ruolo di solista. All’epoca quel che mi mancava era il suonare tanto dal vivo e la chiamata nella PFM è arrivata nel momento giusto. Stiamo parlando comunque della band rock italiana più longeva e famosa nel mondo quindi la scelta è stata dettata anche dal volermi confrontare con un genere nuovo, dal voler condividere il palco con musicisti che stimo e che hanno la mia stessa passione. In fondo la musica non dovrebbe avere barriere di genere, che si tratti di progressive, rock o pop, l’importante per me è farsi trovare preparati ed affrontare questo lavoro con passione.

 

Ci sono progetti in vista?

Sto attualmente lavorando ad un po’ di cose contemporaneamente, cominciando dal nuovo disco della PFM che avevamo in cantiere già da un po’ e poi anche ad un seguito del progetto Icefish che è un’altra band di cui faccio parte, composta da me e da Virgil Donati alla batteria, Alex Argento alle tastiere ed Andrea Casali alla voce ed al basso. Parallelamente sto portando avanti anche il discorso didattico che ho intrapreso anni fa tramite la JamTrack Central che si occupa di promuovere e divulgare materiale espressamente dedicato al mondo della chitarra sotto forma di lezioni, masterclass etc. Oltretutto in questo periodo di lockdown ho anche ripreso con le lezioni online, una dimensione che mi piace molto!

 

Parlaci del tuo rapporto con il metal progressive?

E’ un genere che ho scoperto per caso ad inizi anni 90, venivo dal rock anni 80 e dalla musica strumentale per chitarra di quel periodo. Diciamo più che altro che il mio rapporto con il metal progressive in fase adolescenziale è stato esclusivamente con i Dream Theater. Per me quella era la novità e come tutte le novità sono rimasto abbastanza colpito dall’originalità e la freschezza di quel genere in un periodo in cui la musica stava cambiando e il grunge cominciava a prendere piede. Per cui ho attinto tantissimo da loro, sebbene sia l’unica band progressive metal che forse abbia mai “studiato” perché le mie radici rimangono saldamente ancorate al rock.

 

Quale musicista ti ha lasciato di più nella tua carriera e a quale sei più legato?

Ce ne sarebbero tantissimi, ho avuto il privilegio di studiare con grandi maestri come Maurizio Colonna e Lello Panico, di condividere il palco con mostri sacri come James LaBrie, Andy Timmons e Virgil Donati per citarne alcuni e a tutti loro sono grato per quel che mi hanno dato ed insegnato ma se dovessi citare un solo nome direi sicuramente mio padre, Corrado Sfogli. Sebbene non abbia mai voluto prendere formalmente alcuna lezione da lui, per mia pigrizia sia chiaro, era sempre lì per qualsiasi consiglio musicale e anche il mio critico più sincero.

Come si vede Marco a questo punto della sua carriera?

Direi più maturo rispetto ad ieri ma ancora incosciente nei confronti di quel che potrà essere domani! Cerco di far tesoro delle esperienze di vita e di palco e di migliorare giorno dopo giorno senza dare nulla per scontato. E fortunatamente, in questo viaggio, ho dei compagni di musica e di vita fantastici su cui fare affidamento.